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CMC incontra Ensi: “L’hip hop è tutto e niente”

Il 2017 è stato un anno carico di annunci, sorprese e uscite molto gradite nel panorama musicale del rap italiano. Proprio in vista di uno di questi eventi, il lancio di “V”, il nuovo disco di Ensi fuori dall’1 settembre, siamo stati invitati in Warner per chiacchierare un po’ con il rapper di Alpignano. Rispondiamo alla chiamata assai volentieri. Tra i video degli estratti dall’album (“Tutto il mondo è quartiere” e “Mezcal”), il disco completo fornito in anteprima e le lyrics puntuali, di materiale per preparare belle domande ce n’è in abbondanza, così ci lavoriamo su, tutto il team insieme.

Il giorno dell’appuntamento, dopo il solito viaggio di routine, in treno sulla tratta Torino-Milano, ed una rinfrescante passeggiata sotto i portici di via Vittorio Pisani, all’ombra del sole di luglio, arrivo con un po’ di anticipo alla sede della Warner Music in Piazza della Repubblica. Grazie allo staff, professionale, cordiale e disponibile, l’attesa dura poco e posso finalmente sedermi al tavolo con il freestyler numero uno in Italia, mio conterraneo, che mi accoglie come si confà tra vecchi conoscenti. Dopo i piacevoli convenevoli, possiamo partire con le domande: Chiamarsi MC intervista Ensi!

Di strada ne hai fatta da quel “Promo-CD OneMic” del 2004: hai raggiunto palchi importanti, ti sei confermato più volte come Re del Freestyle italiano e hai realizzato ottimi dischi e collaborazioni fantastiche con artisti di grandissimo spessore. Hai fatto tutto questo rimanendo sempre “real”, non venendo mai a patti con i tuoi valori ed il tuo credo, anche quando ciò ti ha penalizzato “commercialmente”. Ora c’è “V”. L’hype intorno al disco è alto, tangibile. Cosa ti aspetti da “V”? Hai già una nuova meta in mente?

Ensi: <<Bella domanda! Allora… no, mi fa piacere questo cappello introduttivo perché, comunque, hai tracciato una linea dritta, una linea dritta che, a oggi, spero mi ripaghi per tutto ciò che hai detto prima. Nel senso, essere andato dritto così, tra l’altro credo in maniera abbastanza unica nell’ambiente, perché ho fatto delle cose con una visibilità “nazional-popolare”: tolto “MTV Spit”, c’è il “Concerto del Primo Maggio”, presentare gli “MTV Days” a casa nostra, già prima c’è stato “Zelig” con “Terrone”, sono stato chiamato da Fazio a “Che Tempo Che Fa” quando il disco “Rock Steady” non era ancora uscito. Mi sono anche arrivate delle richieste che poi ho rifiutato, negli anni, di cose più grosse. Non racconto questo per farmi dire: <<Bravo!>>, però ad “Amici” non ci sono andato, ma perché non era contestualizzata troppo per me quella roba lì. Ad oggi sono contento di non aver fatto quella scelta, consapevole che non sempre ragionare di orgoglio e di cuore sia la scelta migliore da fare.

In questo disco lo dico: “L’ho già messo in conto, morirò di orgoglio”. È questa la mia visione della cosa, altrimenti io mi snaturerei e non farei la musica che faccio. Io credo che con “V”, dovesse succedere qualsiasi cosa con uno dei pezzi, avrei sia la forza artistica che storica, come personaggio, ad oggi, di poter difendere qualunque cosa succederà, dal successo più mainstream ad ogni altra eventualità, non mi interessa. Quello che ti posso dire è che, comunque, mi fa molto piacere essere riconosciuto per questo aspetto, quindi di una coerenza artistica, però la mia coerenza è mai stata una coerenza con lo zainetto da “Beik Becker” a parlarti di quello che è vero hip hop e di quello che non lo è, non mi sono espresso mai troppo negativamente nei confronti anche delle cose che più sono lontane da me perché comunque riconosco del valore in tutto quello che succede e, se ha visibilità, noi siamo nessuno per poter dire se questa si meriti o no visibilità.

Quello che ti posso dire, però, è che oggi bisogna tirare un po’ le somme e bisogna mettere un po’ di puntini sulle i, soprattutto per il momento storico che stiamo vivendo. Con “V” me la sono sentita. Quello che mi aspetto, ed è quello che sto già ricevendo, è che, secondo me, i pezzi forti del disco devono ancora uscire, però “Tutto il mondo è quartiere” mi ha dato una bella risposta… e non era sottointesa! Io non me la aspettavo! Molti mi hanno detto: <<Cazzo, Ensi, non ha neanche un milione di visualizzazioni!>>… belli miei, guadate che per me, oggi, nel gioco, il risultato fatto e, soprattutto, quello che succede intorno, è molto più importante del numero stesso, perché è l’impressione che hanno le persone di te. Questo detox che ho fatto in questi tre anni, mi ha portato a vivere anche una vita più normale (ho avuto un figlio, ho avuto gravi lutti in famiglia), quindi mi sono un po’ staccato da tutto quanto e mi ha permesso di ritornare proprio a contatto con le persone e a capire, e trovare, nella forza della scrittura qualcosa di molto importante per me. Ritornare a 31 anni a scrivere del rap per aiutare me stesso, prima ancora di pensare a vendere il disco, e avere poi un riscontro, come su “Mezacl” o “Tutto il mondo è quartiere”, per me non fa nient’altro che prendermi bene.

Poi, ti dico, io non sono un illuso, io sono pronto a tutto. A me non spaventa né dare una facciata, né andare a spaccare il mondo domani. Io ho la mia cosa e vedere che molti, oggi, si appassionano, mi rende contento perché credo che questo disco possa colmare nel mercato musicale del rap italiano un gap che molti lamentano. Per questo dico, nel  disco: “Quest’anno ci devi credere, non basta che mi segui”. Seguire è una roba molto social (c’è una canzone apposta, “Identità”), io seguo tutti, tutti seguono tutti, però oggi, se tu credi in quello che io dico e io faccio, il tuo seguire deriva da un credere ed è molto più importante perché vuol dire che ti fai il mio viaggio, ti fai la mia roba. Sono anche molto contento di vedere come aver utilizzato delle sonorità nuove, ma con il mio stile e senza andare a cadere nei soliti cliché triti e ritriti, premia.

Ma questo è il rap, raga. Il problema non è mio. Se c’è tutto questo scalpore quando sono usciti solo due pezzi e deve ancora uscire tutto il disco intero, il problema non è mio, è degli altri. Io ho sempre fatto quello che ho fatto, al top, secondo me. Ovviamente, i risultati non sono sempre proporzionali a quanto tu immagini: c’è il dito inquisitore e tu zitto. Questa è la verità. Puoi avere la motivazione più grande che ti spinge a fare il rap, ma poi è la gente che ti celebra o ti distrugge. Tu devi essere pronto a questo. In parole povere, per rispondere alla domanda “cosa ti aspetti da V?”… Non importa, sono pronto!>>

Nei tuoi brani, da quelli con i OneMic a quelli da artista singolo, traspaiono diversi Jari che si alternano tra e nelle tue tracce: uno è il ragazzo della piazza, fiero delle sue origini “meridio-settentrionali” e di Torino; un altro è lo Jari arrabbiato, inquieto, che vorrebbe spezzare le ingiustizie della vita a suon di pugni e punchline; poi c’è lo Jari “King del Freestyle”, quello che mangia avversari sopra il beat, lo scavafosse (ancora attuale) del freestyle italiano; esiste lo Jari più leggero, quello che si prende in giro e vuole portare allegria agli ascoltatori; infine abbiamo lo Jari riflessivo, pensieroso, ma mai arrendevole, un uomo che naviga in un mondo di incertezze, forte dell’amore della sua famiglia, dei fratelli e dell’hip hop, che porta un messaggio di speranza e determinazione al prossimo. Ti riconosci in queste sfaccettature del tuo io? Quali di questi Ensi/Jari pensi traspaia maggiormente nelle track del tuo nuovo disco?

Ensi: <<Partiamo dall’ultima domanda: secondo me tutti gli aspetti che hai citato ci sono nel disco, per questo lo reputo il mio migliore fino ad adesso, perché è proprio l’equilibrio tra il contenuto e la forma in questa visione. Lì dentro c’è ogni aspetto. Ora non voglio sminuire i miei precedenti lavori, perché io ho sempre cercato di fare dei dischi vari, in quanto l’hip hop che mi ha segnato la vita è vario: dal pezzo degli N.W.A. contro la polizia, al pezzo di Snoop Dogg a favore della ganja, al pezzo dei Cypress Hill alla “fumiamoci i cannoni”, al pezzo di J. Cole che ti fa il viaggione, al pezzo di Kendrick Lamar che ti da una visione, una facciata, su quello che è ancora oggi la discriminazione razziale in America.

I miei riferimenti sono questi a livello musicale, è il rap che mi ha cambiato la vita, e ci sono tutti in questo disco: dal pezzo con Clemente, quindi l’MC freestyler (e, se vogliamo, anche “Sugar mama” è sullo stile del freestyler), a “Vincent” o “Mamma diceva” che sono pezzi miei, dove mi racconto in maniera intima, a tutti gli altri brani che rappresentano quello che hai detto prima. Ti posso quindi confermare che tutti questi aspetti ci sono nell’album, ma vorrei precisare che non è stata una roba voluta a tavolino, non mi sono seduto ed ho detto: <<Ora lo faccio e spingo l’acceleratore sui miei punti di forza!>>. No, l’ho fatto così perché mi è venuto naturale. Io non so dirti quale sia l’aspetto della mia musica che mi piace di più personalmente, perché in realtà mi piacciono tutti. Ad esempio, nel disco c’è un pezzo cantato che è una versione completamente inedita di me e trovo molto più hip hop quello di molte altre cose.

Inoltre oggi filtro tutto attraverso la mia esperienza: ciò che ho visto, il fatto di aver viaggiato molto, essere diventato padre. In sostanza, per riassumere tutto il discorso, posso affermare di aver sempre cercato un’evoluzione coerente della mia musica, di fare cose nuove e di mettermi in gioco senza perdere ciò che era la mia essenza, ma questo è quello che faccio nella vita in generale. A me non interessano le pacche sulle spalle e sentirmi dire: <<Bravo, Ensi! Tu sei vero! Continua a mangiare pane e cipolle!>>, non mi interessa questo, indipendentemente da ciò che succede, io sono così, non ci posso fare i conti. Forse potevo e potrei essere più scaltro, però, ti ripeto, non sarei io. Oggi cerco di affrontare un mercato complicato con un disco che, secondo me anche grazie a quello che ti ho detto prima, si andrà a piazzare in una posizione figa poiché non vedo tanta roba di spessore da questo punto di vista. Per contro, però, sono prontissimo perché questo spessore per noi dell’ambiente è molto considerato ma per la discografia in generale no. L’importante è vendere dischi: “Numbers don’t lie: check the scoreboard”. Ripeto, sono pronto a tutto, non so quale sia il lato che preferisca di più, so solo che in “V” c’è un bel frullato di tutte queste cose.>>

Agli ascoltatori meno attenti ed a quelli più “recenti”, il rap italiano è sempre risultato molto “old” come sound. In realtà ci sono stati tanti artisti che, come te, hanno sempre portato innovazione musicale nella scena, sperimentando, spaziando e giocando con ciò che ami fare, il rap, fondendolo con realtà sonore diverse. Ci sono delle novità di suono in “V”, sia contemporanee che pionieristiche. Pensi di aver trovato la tua dimensione musicale, oppure la ricerca di Ensi della sua signature sonora personale non è ancora terminata?

Ensi: <<Guarda, io non sono quel tipo di rapper che tu puoi identificare in una cosa, perché io dall’inizio della mia discografia ho sempre spaziato, anzi mi fa piacere che tu riconosca questo, e penso lo riconoscono in tanti, poiché è un’osservazione che spesso mi viene detta. La domanda si ricollega un po’ a quella di prima: nel rap che mi ha cambiato la vita c’è di tutto, c’è il pezzo d’amore, c’è il pezzo incazzato, c’è il pezzo sociale, c’è il pezzo per divertirsi, c’è il pezzo “fumiamoci una canna e freghiamocene dei problemi”, c’è il pezzo incazzato contro gli altri mc e c’è il pezzo dove i valori della vita devono venire fuori. C’è un po’ di tutto.

Dal punto di vista musicale ti posso dire che, comunque, il rap moderno è cool. È uno dei primi momenti storici dove abbiamo delle canzoni che diventano delle hit pur rimanendo ben connesse a quella che è la mia vibe. Mi ricordo gli anni dei club, nel 2000, quando eravamo ragazzini noi, la roba di Nelly o della G-Unit, ad esempio, non riuscivamo a decifrarla perché eravamo ancora ingabbiati in una sonorità diversa, più old school, più alla “il rap è così e basta”. Poi diventando grande, imparando a leggere i testi, girando il mondo e vedendolo con i miei occhi, mi sono accorto di quanto, in realtà, è tutto l’antitesi di tutto. È tutto mischiato, non c’è una verità assoluta su quello che è l’hip hop. Ci sono tanti documentari oggi che io mi vado a guardare e riscopro delle cose e imparo così cose nuove, aggiungo un pezzettino alla storia e mi accorgo sempre di più che l’unica chiave, guardando anche i mostri sacri che fino ad oggi sono resistiti agli attacchi, penso a Jay-Z, a Snoop, a Nas… i loro dischi non sono mai stati “solo quella roba là”! Ice-T, in “The art of rap”, dice che il rap non ha inventato niente, ha re-inventato tutto, questa è la realtà dei fatti.

Io c’ho pensato un po’ all’inizio di questo progetto… ho detto: <<Ora mi prendo tutto!>>… volevo mettere la bandiera su ‘sta roba dell’hip hop e fare un disco che sarebbe stato un macigno, tutto mono, fatto con break beat, bassi sporchi e rap incazzato nero. Pensandoci bene, però, sarebbe stato come mettermi in un cassettino con un etichetta come “Ensi è l’anti-novità” o “l’hip hop vero è solo quello”. Non è così, non è vero un cazzo! Noi siamo cresciuti con dei dogmi che non sono veri, quello che ci hanno inculcato nella testa non era vero. Mi ha dato lo stile, mi ha dato la possibilità di poter scegliere ma non è quella la visione. L’hip hop è tutto e niente, prende tutto da tutto. È il come tu interpreti la roba. Io posso utilizzare la produzione di Low Kidd, il produttore più chiacchierato, insieme a Charlie, degli ultimi anni, e la rappo in un modo diverso dagli altri, ci metto il mio contenuto. Ci sono pezzi così in “V”, ad esempio “Mamma diceva” è moderno, “Noi” è moderno,  “Iconic” è pura follia moderna con ancora altre robe.

Questa è la mia visione dell’hip hop perché, in tutta onestà, è quella che rivedo nei miei idoli, in quelli che sono i miei emblemi, quelli che resistono agli attacchi. Non è solo vendere un disco che spacca o fare un singolo che ti fa cavalcare la classifica, è anche come tu ti poni, come fai vedere l’immagine di te stesso. Io ho sempre cercato di essere vero da questo punto di vista, ma, ti ripeto, non è per farmi dare le pacche sulla spalla e sbandierare la flag del vero hip hop, è perché io sono così, non potrei scendere a compromessi di una roba che non mi piace. Io sono pronto a difendere qualsiasi delle canzoni che ho fatto fino ad adesso. Non mi sono forzato a fare un qualcosa che va fuori dalla mia “comfort zone”.

Poi, anche questa cosa, alla fine, mi fa un po’ ridere. Prendiamo “Vendetta”, il mio primo disco. All’interno c’è di tutto. Prendi i “Paranormal freestyle” delle serate. Per carità, dal vivo è un’altra questione, ma  rappare sui Nirvana o sui Daft Punk: chi c’ha rappato sui Daft Punk? Nel mio disco c’è Fabio Giachino, un jazzista, che ha suonato il pianoforte; ho collaborato nel nuovo disco di Max Casacci con Enrico Rava, tra i più grandi jazzisti italiani riconosciuti nel mondo, quindi sono contento anche di questo aspetto, nella musica, di venire molto considerato, infatti ho tanto rispetto dalla musica e da chi ci gravita intorno. Mi è anche capitato di beccare persone delle quali non avrei mai detto che sapessero benissimo ciò che faccio. Questo vuol dire viaggiare un po’ sopra gli stereotipi che vengono spesso additati nel rap. Poi io non dico di essere migliore degli altri, ti dico che faccio la mia roba, ma se tutti quelli che puntano il dito dicono la stessa cosa, beh, un pochino andrai in quella faccenda lì, no!? Altrimenti ti avrebbero detto altro. Allora io ti dico che non mi interessa, che se vuoi giudicare la mia roba, ti devi fare il mio viaggio, in generale. Poi se hai i mezzi per giudicarlo (ti piace il rap, conosci la mia storia e tutto), potrai scoprire delle cose in più; se non ce li hai, non importa, magari ti sei fatto un bel viaggio musicale.>>

I featuring di “V” si dimostrano di “profilo alto”: la iena Clementino scatenata, Luchè agguerrito e ruggente, Gemitaiz e MadMan superlativi. Menzione speciale per Il Cile. Sul beat ti integri in maniera perfetta con loro. Tu ci hai abituato a collaborazioni importanti fin dai principi della tua carriera, mantenendo comunque intatta la tua personalità artistica. Come ti sei trovato a lavorare con loro? Ci sono altri partner precisi con cui vorresti nuovamente lavorare in futuro?

Ensi: <<Partiamo dall’ultima domanda perché ci sono delle persone con le quali mi piacerebbe avere a che fare. Per esempio, in questo disco, avevo pensato ad una persona in particolare, proprio perché ho molto rispetto di questo artista, ci siamo trovati molte volte a parlare e so che bisogna dargli del tempo per fare le cose giuste (poi stanno succedendo tante cose)… sto parlando di Marra: lui forse è l’unico con il quale non ho ancora collaborato e realmente mi piacerebbe. Tra l’altro, ho sempre avuto con lui un rapporto molto umano e molto scarno, non ci frequentiamo troppo però ci rispettiamo a vicenda e, sai, quando ti arriva un messaggio per una canzone, diretto, sul telefono… io faccio molto caso a queste cose, perché un conto è, pour parler, a una serata, dopo un drink, ti batto il cinque sulla spalla e ti dico: <<Bello quel pezzo!>>, mentre è diverso se io mi sto ascoltando quel pezzo e ti mando un messaggi dicendoti che questa roba mi è arrivata: mi fa molto piacere. Quello è successo in un po’ di occasioni, ma non abbiamo ancora condiviso una traccia, e mi piacerebbe farlo in futuro, sperando possa piacere anche a lui.

Detto questo, le collaborazioni a cui avevo pensato dall’inizio erano due: Clemente e Luché. Ho pensato a loro per motivi completamente differenti. Clementino perché nei miei dischi non c’era mai stato e, oggi, giro di boa, ho quasi trentadue anni e se penso a chi c’è ancora dei miei qua, a chi ha dormito con me alla stazione di Bologna, con chi ho condiviso il palco più importante, la risposta è Clementino! Abbiamo veramente fatto tante cose insieme e anche fare quel tipo di pezzo era importante per noi. MC: maestro di cerimonie. Noi lo facciamo in questa maniera. Vuoi farlo come noi? Sì, come no! Lo affermiamo con un po’ di spocchia, un po’ di sfottò da freestyler che ci sta con gli scambi alla fine… Terence Hill e Bud Spencer! Quindi sono contento di Clemente, che poi, con tutto quello che gli è successo negli anni, lo senti che gli piace l’hip hop! Non puoi scapparci da ‘sta roba: nonostante abbia fatto anche cose diverse, lui riesce in maniera incredibile ed unica a giustificare sempre tutte le sue scelte, perché lo vedi che è genuino.

Luchè… beh, io credo di essere uno dei più grandi fan dei Co’Sang. Da Alpignano partimmo con cinque macchine per andare a vedere l’unica data dei Co’Sang all’Acqua Potabile a Milano. Cinque macchine, da Alpignano, non partono neanche per vedere il mio concerto all’Hiroshima di Torino, per dirti! Ma siamo sempre stati così: come hai detto all’inizio, le mie origini sono meridionali, nel mio quartiere si ascoltava la neomelodica. Quando ho portato i Co’Sang era il momento ideale. Il rap in napoletano, cool, street, e loro che spaccano il culo! Sono sempre stato un fan dei Co’Sang. Il percorso di Luchè poi, se devo parlare di hip hop, credo che debba essere d’esempio per tutti perché Luche in questi anni ha resistito a delle ondate incredibili sempre con stile, ha fatto dischi belli in momenti dove c’era nulla, è uscito con “L1”, “L2”, poi “Malammore” che gli ha dato veramente tanto… sono contentissimo per lui! Quindi, in generale, il suo immaginario mi piace e, secondo me, lui come personaggio può avere realmente voce in capitolo su determinati argomenti; è uno dei pochissimi, in Italia, ad avercela. Qui, il cerchio si chiude. Sono soddisfatto di aver lavorato con Luchè, personalmente lo reputo, forse, il mio preferito nel panorama del rap italiano per tutto quello che ho detto finora.

MadMan e Gemitaiz: quando è arrivata la produzione di Frenetik & Orang3 avevo già pensato, ovviamente, di fare “4:20”. Volevo farlo così, volevo scrivere un pezzo così. Avrei potuto chiamare diverse persone per fare “4:20”, con tutti ho condiviso cose del genere, però con MadMan e Gemitaiz mi sono proprio venuti in mente…  Method Man e Redman, capito? “Due sballati al college”… chiesi a loro se se la sentissero di farlo, poiché hanno basato gran parte della loro discografia su questo tipo di rime. Vederli comunque, dopo tutti i loro dischi, i loro featuring… ragazzi, sono veramente iper-produttivi e sono i più fighi in assoluto da questo punto di vista, perché fanno un milione di cose, sempre di livello alto. Mi hanno detto di sì e quando mi hanno mandato le strofe ho pensato che sono davvero talentuosi. Poi abbiamo condiviso non ben poche cose. Quando Gemitaiz dice: “I remember, era tutto un sogno”, quello è stato il mio primo tour vero e c’erano loro, lo abbiamo fatto insieme. Ci fu il concerto alle Gru di Grugliasco, io, Salmo e Gemitaiz, ma la nostra collaborazione parte ancora prima, dai mixtape loro dove chiamavano me con Rayden, con tutti i OneMic. Loro sono una scuola che arriva leggermente dopo di noi a livello anagrafico e, vedendo tutto quello che sta succedendo, anche loro devono essere un esempio per i ragazzi, secondo me. Ti ripeto, avere un anno di buono dove hai spaccato il culo, soprattutto in un anno come questo dove fai una scoreggia e sembra un tornado, capisci che diventa facile per tutti, però resistere… la longevità è l’unica dote esclusiva nella musica, in generale.

Il Cile è l’unica collaborazione un po’ fuori dal coro, perché non avevamo un rapporto umano. Credo che in un disco come “V”, il ragazzo che ha cantato il ritornello di “Maria Salvador”, qualcuno possa guardarlo con un occhio diverso, però io ti dico questo: non si smette mai di imparare nella vita. Quando ho conosciuto questo ragazzo, mi parlava della sua collezione di “Aelle” a casa, della sua passione per l’hip hop, e viene in studio da me perché vuole cantare il ritornello di “Ribelli senza causa” e poi gli faccio sentire l’abbozzo della produzione di “Identità”. Lui, con la sua cazzo di chitarra, si chiude mezz’ora nella stanza ed esce con questa linea… non potevo non fare il pezzo con lui, capisci!? Senza considerare che abbiamo veramente un’affinità umana importante, è bello riscoprire anche queste cose qua, perché è facile dire che collaboro con lui perché mi prendo un po’ dei suoi fan, che lui collabora con me perché si prende un po’ dei miei fan e magari facciamo una canzone che non ci sta. Io credo che in quella canzone lui non perda un passo ed io non perdo un passo. Potrà essere o no la meno preferita dell’album, però la cosa importante delle collaborazioni (e penso anche al mio passato, a quella con Samuel dei Subsonica) è non snaturarsi: lui non si è snaturato, io non mi sono snaturato. Abbiamo cercato di far coesistere le cose, di integrare dei punti in comune. Trovarli non è così semplice.

Avrei poi un aneddoto su tutti i produttori, su tutti quelli che hanno collaborato al disco, dal fonico a chiunque. Io ho seguito tutto di quest’album con lo staff, so vita, morte e miracoli di questo disco.>>

Le figure della tua famiglia, di tua mamma, della tua ragazza, della tua gente, e, soprattutto, di Vincent, il tuo primogenito, compaiono ripetutamente nelle rime e nei titoli delle canzoni di questo disco (vedi “Ribelli senza causa”, “Mamma diceva”, “Noi”, “Vincent”, “Tutto il mondo è quartiere”, ad esempio). Quanto sono state importanti queste persone per la nascita di “V”?

Ensi: <<Fondamentali! Fondamentali perché nel 2014 esce “Rock Steady”, nel 2015, ad ottobre, ho fatto quell’ep “One by one” che è passato quasi completamente inosservato pur facendo quasi centomila download (in realtà non è passato inosservato, è passato inosservato agli occhi del mondo mainstream), poi mi sono completamente staccato. Mi sono disintossicato da tutta questa roba qua, sono ritornato a contatto con la gente, in giro. Quando dico “lungo il mio cammino ho chiamato fratello ben più di un Caino”, voglio sottolineare che spesso diamo per scontate le persone che ci sono da sempre, proprio perché ci sono da sempre. Quando la mamma va via, ti viene in mente tutto. Parlando di mio figlio, dico “l’amore di mia madre lo capisco solo adesso”, perché solo ora che lui è qui posso capire la vastità del sentimento di mia mamma per noi. Mi sembra un immaginario forte. Loro non si sono mai conosciuti, il mio più grande rammarico nella vita è che mia madre non ha mai tenuto in braccio mio figlio perché è mancata un mese prima della sua nascita; quando ci hanno comunicato la data del parto, lei era appena mancata, quindi il mio unico pensiero era quello. Ho cercato di farli incontrare sul disco, nella mia maniera.

Le persone sono sempre importanti per come ho scritto sempre io e per come ho sempre vissuto io: le persone importanti della mia vita oggi devono avere di ritorno tanto perché, purtroppo, ho dato tanto spazio e tanto peso a persone che pensavo fossero importanti quando non lo erano. Spesso ti perdi per strada, un po’ nell’ambiente della musica dove non è facile avere degli amici, amici veri. Tu prima mi hai fatto leggere un messaggio di un mio amico vero, per dirti. È diverso. Mi vedi fare foto, mi vedi con tutti, con tutti ho un bellissimo rapporto ma è diverso. Ci sono delle figure ricorrenti in questo disco che sono importanti e che mi hanno permesso di fare questo album. Se io non fossi diventato padre non avrei fatto un disco come l’ho fatto. Se non avessi fatto un figlio con la mia compagna di sempre, avrei fatto nessun disco. Se non avessi avuto la mamma che ho avuto, non avrei fatto dei dischi prima di questo.>>

“V” è un disco che si ascolta tutto d’un fiato e ben si adatta a diversi scenari d’ascolto. La tua voce, un po’ più roca e vissuta, ci guida per le tracce, come un amico o un fratello, spaziando tra diversi contesti sonori. Il mix e la sequenza dei brani sembrano anche riflettere il corso della tua vita artistica, dalla rabbia della gioventù alla maturità degli ultimi anni. C’è un messaggio che vuoi comunicare con questo album?

Ensi: <<Ti dico che non c’è un messaggio di fondo, non posso racchiudere queste 14 tracce in un’unica parola, sarebbe complicato. Forse, l’unico aggettivo, l’unica parola, che collega tutto è la mia onestà umana. C’è lei in questo disco. Mettersi in gioco da questo punto di vista, dimostrare le proprie debolezze: non è tanto di questa musica. Se io penso a come questa musica mi ha cambiato la vita… mi ha colpito là.. anzi, qua, testa e cuore. Non mi ha fatto solo ballare, non mi ha solo mandato fuori di testa, mi dato un pugno forte qui, nello sterno. La vibe. Io ho recepito queste cose, le ho trasformate. Mi piacerebbe succedesse questo con “V”, mi piacerebbe vedere un ragazzo di vent’anni che si appassiona a ‘sta cosa perché, magari, ci trova tutti gli aspetti fighi del rap. Mi piacerebbe ancora di più, come vedo sta succedendo già da un po’ di tempo a questa parte e con questo disco spero anche di più, di rendere orgogliose le persone che credono in questa cosa ed in questo modo di vivere il rap.

Non ti dico di avere la verità in tasca, a me frega un cazzo, ognuno ha la sua, è bella per tutti. Figata. Però, alla fine, “resta il verme finito il Mezcal”. Scusa se mi auto-cito, ma alla fine sei tu con te stesso… e chi sei tu? Cosa fai tu? Perché un ragazzino o un ragazzo di trent’anni, oggi, dovrebbero ascoltarsi questo disco e farsi il mio viaggio? Perché? Me lo chiedo sempre, perché? Io sono così. Se questa vibe tu la percepisci, allora sali sul treno ed il viaggio te lo puoi fare. Potrà non essere il viaggio più bello della tua vita, magari vai alle Barbados e sei più felice, non so cosa dirti. Però, da questo punto di vista è onesto, non c’è un messaggio di fondo se non la mia visione d’insieme della vita, della musica. Dentro c’è tutto: non è un disco rap per il rap, non è un disco pop per il pop, non è un disco hip hop per l’hip hop, non è un disco per i ragazzini. Il mio è un disco dove parlo da trentenne in maniera onesta della mia vita. Per questo dentro c’è tutto.

È difficile da spiegare… non ha un messaggio corale, secondo me, ha tanti messaggi d’insieme. Ciò è legato, probabilmente, a come ho vissuto negli anni ed al processo che mi ha portato a fare “V”, anche perché c’è un grosso schiaffo che ti arriva. La vita è così! Secondo me, il giro di boa che ho fatto, arrivando ai trent’anni, ha maturato questa cosa. Io credo che le mie esperienze migliori arriveranno da ora in poi, mi sento molto sul pezzo da questo punto di vista, anche perché avere un buon feedback quando escono le prime robe, io che non do mai nulla per scontato, mi fa essere contento. Penso di andare nella direzione giusta, vediamo cosa succede.>>

Lo “stay real” è sempre stata una prerogativa del tuo modo di fare rap, dai dischi alle battle. Nei testi di “V” lo si sente fortemente, forse più di prima. Pensi che questa tua caratteristica sia la chiave di volta per il predominio di una scena che dà sempre più risalto e visibilità agli eccessi, alle esagerazioni ed alle finzioni?

Ensi: <<Purtroppo io ho una visione negativa di quello che tu dici, perché possiamo dire quello che vogliamo, la gente può lamentare la povertà di contenuti, può lamentare la povertà di messaggio sociale, può lamentare quello che gli pare, può dire che il rap di oggi è solo immagine… ma alla fine, quello che conta, sono i numeri, fra’. Sono solo i numeri, per la massa, per la discografia. Io devo pensare di vendere dei dischi, non sto facendo il gioco da ragazzino che ci prova, per me è lavoro, io faccio campare mio figlio con la musica. Nel 2010 ho mollato un lavoro a tempo indeterminato, macchina aziendale, telefono aziendale, giravo il mondo. È stata una scelta da matto, non l’ha mai fatto un cazzo di nessuno.

Io spero, e mi auguro, che si capisca quello che stiamo dicendo, ma non tutti hanno il nostro stesso filtro per capire questa cosa, perché tu, per ascoltare il mio disco, se già non ti piacciono il rap e l’hip hop, già te ne manca un pezzo: capisci la metà delle cose che dico. Io non ho la presunzione di essere “nazional-popolare”, però ho sempre cercato nel mio linguaggio di trovare, come hanno fatto quegli artisti che mi sono sempre piaciuti (Nas, Jay-Z, eccetera), l’essere “popolari”, perché sono arrivati, comunque, alle persone parlando alla loro maniera. Questo mi piacerebbe molto. Però, d’altro canto, esiste anche un sub-mercato, che non è quello “nazional-popolare”, ma è anche quello della nostra musica.

Oggi tutti guardano i brand, le case discografiche, ma il sottosuolo è ricchissimo! C’è gente che fa numeri, guadagna dei soldi, porta avanti la propria vita facendo questa cosa e le altre persone non sanno chi cazzo siano. Esistono varie cose, dipende da come sei tu nella vita, di come ti accontenti, di cosa ti piace fare. Se il mio pensiero fosse di girare con una Lamborghini, non avrei fatto tutta la musica che ho fatto fino ad ora. Ne avrei fatta altra, fra’. Però io sono nessuno per giudicare chi fa quel tipo di musica là, perché magari vuole quello, magari la vede proprio in quella maniera là. È strano il discorso, non è univoco. Potrebbe arrivare uno a dirti: <<A me di quanto sei hip hop non me ne frega un cazzo, perché per me quella non è la realtà!>>, e in effetti non è la realtà di tutti i giorni.

Tra vent’anni l’hip hop sarà “nazional-popolare” per tutti, grazie al lavoro che è stato fatto fino ad adesso. Quando i nostri fratelli più piccoli o i nostri figli diventeranno genitori ed avranno vissuto una generazione intera di hip hop nella radio, nella musica, nella vita, come sta succedendo adesso, allora potremmo parlare in quella chiave, perché sarà completamente assorbito dalle persone, sarà parte del nostro tessuto sociale, come succede in Francia, in Germania, negli Stati Uniti da anni ormai. A quel punto, forse, potremo assistere all’hip hop come lo intendiamo noi, “nazional-popolare”. Magari ci succede oggi, magari succede con “V”… sai come me la cavalcherei? Sarei il primo ad essere contentissimo. Con “Rock Steady”, in parte, avevo pensato a questa roba, perché “Rock Steady” è un po’ pioneristico da questo punto di vista, il primo disco sotto major, mono-producer, super hip hop, con questo andazzo, con le canzoni  che parlano in una certa maniera, con i ritornelli cantati, con una visione d’insieme. Forse non era il periodo giusto, forse… non lo so, non so dirti, ma non è importante. Io avrei fatto “Rock Steady” comunque. Come avrei fatto “V” comunque. Come ho fatto “Vendetta” comunque. Quello che succede, succede.

Il disco non è più nostro dopo che l’abbiamo fatto. Il disco è mio fino a che non esce. Quando arriva nei negozi o in piazza, lì saranno gli altri a decidere la sorte di questo disco. È questa la realtà brutale, la porta in faccia che molti si acchiappano, no!? Io, anche se questa cosa del “nazional-popolare” non dovesse funzionare, anche se non vado al tg, chi se ne frega!? Io ho la mia cosa, non ho bisogno di quella roba là. Io ho bisogno di passare per strada e trovare il ragazzo che mi ferma, mi da il cinque e mi dice: <<Grazie Ensi! ‘Sto testo è una bomba!>>. Di quello ho bisogno. Ho bisogno di andare al concerto o al live e vedere il posto pieno di persone che canta i pezzi. Non ho bisogno dell’aereo privato. Poi, tutto va bene, non dico di sputare sul successo. È complicato. In Italia, ancora di più. Stanno succedendo delle robe fighe, per questo non sono negativo nei confronti delle nuove generazioni. Al contempo io non sono le nuove generazioni. Ti devo dire le cose come stanno, a modo mio; devo fare la mia guerra, la mia battaglia, fino alla fine, e morirò per questa cosa. Lo so già come andrà a finire.>>

Alpignano, Rivoli, Collegno, Pianezza, Grugliasco, Torino e tutti gli altri suoi comuni ti hanno sostenuto, supportato ed aiutato ad esplodere genuinamente. Ad un certo punto della tua carriera, giustamente, hai dovuto lasciare la Black City: Augusta Taurinorum sembrerebbe avere un limite che impedisce agli artisti di uscire completamente dall’underground. Secondo te, manca qualcosa alla scena torinese ed ha delle debolezze? Quel è la differenza rispetto ad una scena più ampia, ad esempio come quella milanese?

Ensi: <<Milano è di nessuno: la scena di Milano è la scena dell’Italia. Non è la scena di Milano. Mi dispiace per i rapper milanesi che, ovviamente, sono di Milano e la reputano la loro scena, ma se la guardiamo da fuori, siamo tutti qui, da quelli sardi, a quelli siciliani, a quelli veneti, a quelli delle Marche… siamo tutti qua. Questo perché? Perché i media sono qua e c’è una lente di ingrandimento puntata sopra a questa città. Però il ragionamento che voglio fare è questo: io non sono andato via da Torino per il rap, sono andato via perché il mio lavoro mi aveva già portato ad andare via. Io già a Torino non ci stavo più perché giravo il mondo con il mio vecchio lavoro. E poi… “tira più quello di un carro di buoi”, mi sono fidanzato, la mia ragazza stava qua ed è diventato naturale stare vicino a lei e coltivare la mia cosa. Poi era anche una bella esperienza prendere un’altra boccata d’aria.

Non vedo nel mio futuro un non ritorno a Torino e sono comunque mega-legato alla mia città. Io rappresento sempre la mia città, indifferentemente dal fatto di vivere da un’altra parte. Ogni volta che torno, prendo linfa. Per ritornare e chiudere la tua domanda, Torino ha bisogno di niente. Torino non deve venire a Milano a far brillare le sue cose. Torino brilla già. Il problema sta, forse, nella mentalità di alcuni, perché questa mentalità un po’ torinese noi ce l’abbiamo, noi siamo veramente duri, siamo tosti, siamo bastardi… ma questa è la nostra forza. A tal proposito, cito Guido Catalano, che è un poeta contemporaneo torinese: “A Torino non si scherza un cazzo”, lo dice in una sua poesia, invito tutti gli amici di Chiamarsi MC, soprattutto i torinesi, ad andarsi a leggere quella poesia. Bella lì!>>

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Marco Rivoli

Marco Rivoli

Classe 1981, ho iniziato ad ascoltare rap ed a vivere l'hip hop nel 1994 con le prime puntate di One Two One Two su Radio Deejay. Ho fatto e continuo a fare tante attività nella mia vita, anche in campi molto distanti fra loro, eppure la passione per la doppia h non mi ha abbandonato.

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