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DISCOVERY ALBUM: VERO

Perché ascoltare Vero di Guè Pequeno? Essenzialmente, perché Vero è un album ai limiti della perfezione, destinato, con tutta probabilità, a diventare un classico del rap italiano. Come se non bastasse, è un progetto che indaga approfonditamente sull’animo di Guè, andando ben oltre la figura del Bravo Ragazzo interessato solamente a soldi, donne e vita spericolata.

 

Se potessimo ricondurre Vero alla nostra quotidianità, potremmo dire che ascoltarlo sia un po’ come passare una serata nel privè di una discoteca, circondati da bocce di Champagne e ragazze affamate di coca e soldi, affogarsi nell’alcol e venire assaliti dalla sbronza triste, quella che fa tornare alla mente i fantasmi delle vita al di fuori delle serate di baldoria.

L’album non è altro che una lenta discesa negli abissi dello Squalo. Ha un linguaggio elegante, sfrontato e aggressivo, coronato da toni cupi e reso alla perfezione da ventaglio di colori che ricordano quelli della notte più buia.

La chiave di lettura del disco è, manco a dirlo, il titolo. Guè riflette sul valore della nostra umanità, su quanto siamo Veri, sia verso noi stessi che nei confronti degli altri. Quella di Cosimo è una visione antropocentrica, nella quale l’uomo si trova al fulcro di un cosmo, in Equilibrio tra un mondo tanto falso quanto apparentemente appagante, e una dimensione più intima, profonda, nascosta, laddove a farla da padrone è una giostra di purissimi sentimenti contrastanti.

 

“Ricorda, che il materiale più raro
E quello più prezioso
È sempre il materiale umano”

 

L’esoterica Voodoo è incentrata proprio su una schiava del materialismo che offusca la mente, una donna torturatrice di uomini, una di quelle che gioca a sedurli per ottenere ciò che più desidera. La figura femminile è molto importante ai fini del disco, tant’è che Guè dedica un’intera traccia – Mollami – a delineare i contorni della ragazza-tipo attraverso alcuni degli stereotipi più comuni.

 

“I selfie sempre uguali con la bocca da papera
Quegli scemi dei tuoi amici a cui scroccate
Tutta la sera al tavolo, dopo non gliela date”

 

“Sono sul tuo profilo, già non sai l’inglese
Un consiglio, lascia stare il latino
Foto mezza nuda e scrivi quanto sei sensibile”

 

Non manca ovviamente una trasposizione più delicata, e perché no, malinconica, del rapporto con la donna. Equilibrio sfrutta il topos della storia d’amore come diversivo, solo al fine di ricalcare l’ideale precedente: il mondo è fatto in due emisferi, in uno i matti, nell’altro i seri.

L’odio e l’amore, in questa concezione dualista, sono come i piatti di una bilancia. Il primo si manifesta interpretando diversi ruoli, dallo spocchioso attaccabrighe di Nouveau Riche fino allo sfacciato despota in Tu Non Sai. Intrigante è pure la versione più repressa dell’odio, protagonista in Miserabile, quando viene abbinata a picchi di lussuoso erotismo.

 

“La mia tipa è una banconota
Con gli occhi e la bocca vestita Moschino
Penso al tuo destino meschino mentre mi schinotta
Il rap italiano che si inginocchia”

 

“Quella tua amica ripete che devi smollarmi perché
È solo invidiosa e vorrebbe, da un sacco che
Non prende un cazzo come la 3”

 

Con chi ce l’ha Gueddafi? I suoi bersagli sono reali o derivano da uno sfrenato bisogno di provare la sua superiorità? Entrambe le risposte sono corrette. Guè ripudia i suoi avversari, i suoi nemici, e soprattutto l’Italia, dove passa per intellettuale anche uno che non ha mai letto un libro. Questa avversione per il proprio paese d’origine, tra l’altro, l’ha spinto a migrare in Svizzera, a Lugano, lontano dagli italiani falliti, un popolo di ignoranti invidiosi del successo altrui.

L’amore, dall’altra parte, risuona come un’eco fin dall’inizio. Quest’ultima ha origine in Eravamo Re, indubbiamente la traccia simbolo della forte emotività di Mister Fini. Egli si mette a nudo, dipingendosi come un Re fragile, distrutto nell’animo e col cuore lacerato dall’amore e dalla sofferenza, un Re che in alcuni momenti vorrebbe essere un bambino per sempre. Lo stesso bambino sguercio che nessuno capiva.

 

“Resto in mezzo a questa merda
La fama, donne e soldi, vivo per metà
Senza potere ritrovare il mio papà”

 

Al quadro di Guè, ovviamente, non manca una cornice. Fuori Orario è un racconto simbolico, nel quale a farla da padrone è la straordinaria abilità del Guercio nel comunicare tramite le immagini. Il rapper è un visionario i cui fratelli c’hanno i calli schiacciando tasti alle slot, quelli che fanno a botte coi pezzi nei giubbotti, imprigionati da una città caotica e da una vita che più volte ha osservato loro commettere errori.

Il terzo lavoro del Ragazzo D’oro si conclude con un messaggio chiaro e tondo:

 

“Tutto quest’odio vero
Uccide l’amore perché è più sincero
E tu sei più vero, più bravo, più forte
Bravo, fatti avanti prego”

 

È un invito esaustivo dal sapore ferreo e agrodolce: la delusione nel sapere che l’amore vero è maledettamente raro, la consapevolezza della potenza del proprio odio, e una mano tesa a chi, come Guè, si sente Vero, incoraggiandolo a spiccare il volo, ad osare, a realizzarsi, perché è più forte degli altri. E, dopotutto, si sa che per restare tra i vivi, si deve essere squali.

 

 

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Matteo Carena

Ho 19 anni e sono un perfezionista maniacale. Se non siete d'accordo su qualcosa, troviamoci al pub e discutiamone tra un boccale di birra e l'altro.

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