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    Tha Supreme a XFactor: il peso dell’hype

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    WWCD è il coronamento del viaggio della Griselda

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Discovery Album: The Island Chainsaw Massacre

“Sto nella testa dei depressi, pallidi
Passo la vita a suonare nei locali più squallidi.”

 

Ad otto anni da questa barra, Salmo si appresta a salire sul palco di San Siro. Eh sì, ne è passato di tempo da The Island Chainsaw Massacre.
Era il 2011 quando il rapper, allora sconosciuto ai più, decise di scritturare un’opera grezza, sporca e rabbiosa, che in poco tempo sarà eletta unanimemente classico del genere.
Cos’ha di tanto speciale quest’album? Per scoprirlo, bisogna andare oltre il semplice ascolto. Occorre indagare sulla natura dell’autore che l’ha composto, alla ricerca dei segreti celati dietro la sua maschera.

The Island Chainsaw Massacre, come suggerisce il titolo, è una storia di natura horror. La penna di Salmo, attraverso immagini splatter ed evocative, delinea senza censura alcuna lo scenario degradante e violento di Olbia City Hardcore, città underground dove a farla da padrone – musicalmente parlando – è il metal. Non a caso, la componente sonora del progetto è fortemente influenzata dal genere predominante olbiese, il quale si fonde assieme al rap anni ’90, alla drum ‘n’ bass e al punk, in un connubio di stili che risulta efficace e d’impatto. Il manifesto di questa visione d’insieme è senza dubbio L’erba di Grace, una mitragliata di fotogrammi cruenti rappata su un beat drum ‘n’ bass.

“Mi parlano sopra dieci alla volta
Sto in equilibrio
Ho i flash in testa tipo la scena dell’omicidio.”

“Skater, writer
Le risse sulle strade, Olbia City Street Fighter
Tossici sulle panchine, ingoio spine, scrivo senza un fine
Mi consumo e fumo cime mentre aspetto le mattine.”

 

Il filo conduttore è una storia che ha come protagonista un individuo dalla doppia identità, un Dr Jekyll e un Mr. Hyde. La controparte oscura – quella con la maschera – è una bestia indomita la cui linfa vitale è il senso dell’odio: un virus che cresce, dilaga e contamina ogni angolo del disco. Esso è pervaso da un’aura maligna intrisa di frustrazione e disprezzo verso molteplici soggetti, accomunati dal mondo sbagliato in cui vivono. Un mondo in cui vige una regola dispotica: “no money, no business, no show“.

Il fulcro dei mali, pertanto, si trova all’interno della società umana; la malattia che la affligge è un cancro nefasto ed apparentemente incurabile: l’attrazione morbosa per il denaro. Il bisogno ossessivo di fare soldi ed ottenere successo è solo il principio di un effetto domino che conduce inevitabilmente alla rovina. Back on track mostra una scena emblematica: una volta constatato il proprio fallimento, alla vittima non resta altro che farla finita.

 

“Tutti vogliono più soldi, più rispetto
E finiti i soldi metti una pistola nel cassetto
La fine tra le dita, sanno che la vita gira su vite sparate e la morte è la calamita”

 

Prendiamo nuovamente in prestito la similitudine del domino. Esattamente come le tessere, le quali cadendo possono diramarsi fino a giungere comunque alla medesima conclusione, l’uomo può percorrere più vie per attingere al capitale e, di conseguenza, condannarsi alla propria fine (quantomeno a livello morale). Un esempio è la prostituzione dei cantanti italiani all’industria musicale. Salmo biasima lo squallore dei presunti artisti nostrani, il cui principio è banalmente quello di “stare in parallelo alla linea di ciò che funziona”, lasciando perire l’arte di una morte atroce.

 

“Amo il senso dell’odio, corroso
Come chi sa che non sarà mai famoso
Ma per famoso tu che cosa intendi?
In Italia è inteso per quanto ti vendi”

 

Ad essere schiave della moneta sono anche le istituzioni religiose. Lebonwski giudica aspramente il marciume della mafia ecclesiastica, annunciando solennemente la morte di Dio, avvenuta “dentro tutte la banche del Vaticano”. Per vie traverse non mancano le accuse contro i preti, i “pervertiti in sottoveste” più volte coinvolti in casi di pedofilia. La nota più amara, però, è l’ironia con cui Salmo denuncia l’omertà della Chiesa, la quale continua a coprire le vergognose azioni dei divulgatori della Parola di Dio.

 

“Mi pare sia tutto normale
Normale come un prete, un minorenne, un abuso sessuale
Figli di puttana, mafia cristiana brama, conta la grana

Un timorato pensa a sé, perché il resto va da sé, perché?
Fa comodo non sapere, quindi ti dico che
Va tutto bene, va tutto bene!”

 

In Yoko Ono, Salmo, usando la storica (e seconda) moglie di John Lennon come metafora, riprende il discorso della caduta umana, stavolta intesa più come un’assillante sofferenza.
Le tre ragazze tracciate nello storytelling, per quanto diversissime tra loro, agli occhi del protagonista non sono altro che delle patetiche comparse, l’una vale l’altra. Egli è costretto a rivivere la medesima situazione ogni volta, preda di una maledizione che gli impedisce di trovare il vero amore. E l’unica cosa che gli rimane, oltre all’avvilente sensazione di dejà vu, è la cara e vecchia ancora di salvezza: il senso dell’odio.

A questo punto viene da chiedersi: di cos’ha davvero paura Lebon? Scagliarsi contro tutto e tutti, imbastendo invettive su invettive, a cosa serve veramente? A riempire un Vuoto.
Quale vuoto? Quello che pervade la mente. Quel vuoto che Salmo tenta disperatamente di spiegare, ma sa benissimo di non poterci riuscire nemmeno attraverso l’arma più potente di cui dispone, ovvero la musica. È qualcosa di sinistro e distante, simbolicamente nascosto dietro una maschera d’odio intenta a gridare aiuto. E dato che “ormai anche il silenzio è eloquenza”, non resta che cantare, ballare, rappare. Nulla ha più un senso preciso. L’importante è solo riempire quel vuoto assordante.

L’obiettivo ultimo di Salmo, perciò, è di farci sentire vivi, e ce lo urla direttamente dallo stereo. Lo stesso stereo che poi, a dire il vero, ci consiglia caldamente di spegnere.
Ogni secondo, minuto, attimo della nostra vita è un momento da non perdere per nessun motivo. Perché il tempo non perdona, fugge via tacito senza lasciarci il tempo di accorgercene. I ricordi di Salmo, distribuiti ovunque nel disco, sono tracce silenti, segni testimoni di una vitalità ormai andata perduta, affondata nel vuoto. Sono la prova che là fuori, in quel mondo infetto e squilibrato, ci sono mille motivi per cui vivere, gettandosi a capofitto verso sconosciuti orizzonti. L’importante è buttarsi, senza remore. La prima volta si ha il bisogno di esserne certi; e la prima volta non si scorda mai, dicono.

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Matteo Carena

Ho 20 anni e sono un perfezionista maniacale. Se non siete d'accordo su qualcosa, troviamoci al pub e discutiamone tra un boccale di birra e l'altro.

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