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Dobbiamo parlare: Intervista a Blue Virus

La nostra redazione ha avuto la possibilità di incontrare Blue virus e il suo produttore all’RKH studio di Torino per fare quattro chiacchiere con loro e togliersi qualche curiosità. Cosa avrà da dirci uno dei personaggi più scabrosi del rap game italiano?

Ciao Blue. Partendo da un ricordo personale, ho avuto modo di scoprirti tramite tua vecchia traccia del 2013 intitolata “Titanic“, con Eddie Virus e Lanz Khan. A oggi hai all’attivo diversi progetti e un tour italiano, e nella nostra community il tuo nome viene spesso fatto come uno tra i più promettenti della nuova scuola. Dal tuo punto di vista, però, dal 2013 a oggi pensi di aver ottenuto il giusto riconoscimento in rapporto a quanto hai lavorato?

È cambiato praticamente tutto. A quel tempo eravamo solo io ed i miei amici, facevamo musica solo per il gusto di farla. L’esperienza ha assunto un tono professionale solo quando ho incontrato Jack Sapienza, il mio produttore. Si può quasi dire che lui mi abbia salvato, ero arrivato al limite di sopportazione massima nel fare musica. Da lì in poi le cose hanno iniziato a funzionare e posso dire che ad ora qualche piccolo sfizio me lo sono tolto. Ormai non sono più un esordiente in senso stretto, ma ho la voglia e l’intenzione di fare ancore molto. Per me la costanza è fondamentale, i dischi ormai durano quattro giorni, bisogna stare continuamente sul pezzo.

In questi anni, nella tua musica hanno convissuto due anime, quella incline allo struggimento e alla malinconia, e quella più dissacrante, influenzata dall’eredità di Mr. Simpatia. Nel tuo primo album ufficiale, “I Migliori Anni del Nostro Mitra” i due filoni si mescolavano, mentre nella tua produzione più recente sembra che sia intervenuta una volontà di scinderli. Sembri aver relegato quella più violenta e iconoclasta al mixtapeSandro Terapia”, mentre in linea di massima hai riservato le atmosfere più intime e sofferte al tuo secondo album, “Fosse Per Lei”. È una scelta consapevole o meno? Se sì, da quali esigenze deriva?

Il discorso è complesso. Quando abbiamo prodotto “I Migliori Anni Del Nostro Mitra” Jack e io ci stavamo ancora conoscendo, e per certi versi può essere considerato quasi come una demo di quello che poi è seguito. La genesi di quel progetto è stata davvero lunga e travagliata, e non lo considero nemmeno paragonabile ai miei lavori più recenti, anche se la componente di struggimento romantico è rimasta come parte del mio stile.

Sandro Terapia” nasce invece da una esigenza diversa, sorta mentre stavo lavorando su Fosse Per Lei: anche se amo sperimentare con diversi generi, continuo ad amare il rap, e questo mixtape, realizzato in poco più di due mesi, è stata l’occasione per lasciarmi andare alla mia anima più cruda e hardcore.

Ciò che intendo dire è che non ho mai lavorato secondo un piano prestabilito, la stessa idea di rendere “Fosse Per Lei un concept album è intervenuta solo nel corso della lavorazione, quasi involontariamente.

Una caratteristica interessante di “Sandro Terapia” è che ogni suo pezzo sembra raccontare una storia a sé stante, che vuole trasmettere all’ascoltatore un messaggio ben preciso. Più volte hai affermato che queste storie provengono dalla tua immaginazione e che molto spesso non sono frutto di esperienze dirette. Come funziona il tuo processo creativo? Come riesci a rappresentare i personaggi che popolano le tue tracce in modo così vivido da farli apparire all’ascoltatore come persone reali?

In realtà scrivo molto di getto, specie sulle produzioni di Jack. Il processo creativo nasce di solito da ciò che mi circonda: una frase che mi appunto sul cellulare, da un oggetto, o da un’altra canzone che ascolto. Fortunatamente non ho mai sofferto di blocchi creativi sotto questo aspetto, mi viene molto facile scrivere.

Per quanto riguarda i personaggi e le atmosfere posso dire che si basano su esperienze realmente vissute, anche se poi attraverso la scrittura vengono ovviamente romanzati al fine di rendere il più interessanti possibile le storie che racconto. Per esempio, se in un bar vedo una ragazza che non mi rivolge neppure uno sguardo nel testo potrei poi dire che di fronte al bar questa ragazza mi ha investito con la sua auto.

Veniamo ora a Fosse per lei“, la tua ultima fatica discografica. L’album si apre con il brano Dobbiamo Parlare e si chiude con Addio“. Il concept dell’album, curato dai titoli alla scelta dei beat, consiste in una sorta di viaggio all’interno di una relazione che si sta sgretolando, ma si tratta soltanto di questo? Qual è il messaggio che volevi trasmettere ai tuoi ascoltatori con questo album?

Il disco non contiene un vero e proprio messaggio: la cura che abbiamo riposto nel confezionarlo è a beneficio del pubblico, ma deriva soprattutto da una nostra esigenza personale. Non condivido molto l’idea di matrice underground/old school di dover per forza trasmettere un messaggio preciso nei pezzi. Se poi gli ascoltatori riescono a interpretare i brani in modo da farli propri è sicuramente positivo.

Per quanto riguarda la tracklist, posso dire che non nasconde nessun codice criptato: i brani sono stati ordinati a seconda della loro sonorità, piuttosto che per il loro contenuto. “Minuto di Silenzio”, ad esempio, rappresenta il lutto per la scomparsa dell’ipotetica Lei, ma è stata collocata nel mezzo della scaletta per dividere musicalmente l’album. Invece, a proposito di “Dodici, posso svelare che ha avuto origine da un sogno assurdo di Jack, che aveva come tema la possibilità di scegliersi veramente nelle relazioni e di non accontentarsi mai.

Nei tuoi pezzi ti presenti come un personaggio goffo, impacciato, socialmente inadeguato in ogni contesto. Un personaggio segnato da un profondo senso di distanza dal mondo. Tradizionalmente, invece, il rap game esige modelli vincenti, dominanti nei confronti del genere femminile, conquistatori e carismatici. Vestire i panni dello sfigato davanti al pubblico è un tentativo di prendere le distanze da questo canone?

In realtà non è un tentativo di segnare un distacco netto, si tratta solo di assecondare la mia natura. Come ascoltatore, adoro quando i rapper fanno gli spacconi nei pezzi, ma da parte mia tenere un atteggiamento simile non sarebbe possibile, per una semplice questione di inclinazione artistica. Preferisco sposare la causa del ragazzo un po’ cupo e sfigato piuttosto che di quella del ragazzo ben vestito che va in discoteca a rimorchiare. Personalmente mi sentirei molto limitato e non mi divertirei nel farlo.

Il rap italiano sta vivendo un momento di grande fermento. Negli ultimi due anni si sono affermati nel nostro Paese stili e sottogeneri che fino ad un attimo prima sembravano del tutto alieni rispetto alla tradizione, e non c’è modo di prevedere quando e come il gioco cambierà ancora. Quanto ti senti toccato da questo tumulto della scena che ti circonda? Ti senti influenzato o totalmente immune?

Ho avuto modo di ascoltare molti artisti che sono emersi recentemente, apprezzandone anche i lavori, ma da un punto di vista creativo non me ne sento toccato. Lo stesso percorso musicale di Jack non ha radici nel rap, e perciò non risente di questo tipo di influenze. Da una certa prospettiva sono contento della rivoluzione mediatica che ha colpito la scena italiana, ma credo che a livello musicale ciò che faccio se ne allontani. In effetti, basta ascoltare l’ultimo disco per sentire che non coinvolge atmosfere trap o uso eccessivo dell’autotune.

Il tuo pezzo anthem, il biglietto da visita della tua opera, è sicuramente “Palude”, una saga il cui ultimo tassello è stato pubblicato pochi giorni fa. Quando ne hai scritto il primo, hai avuto da subito la sensazione che fosse destinato a rappresentarti? Oggi ti pesa essere considerato “quello di Palude”?

Finalmente posso chiarire questa storia.

Il primo “Palude” è nato casualmente dopo aver sentito una strumentale su Internet: ne rimasi folgorato e ci scrissi sopra il pezzo, senza rifletterci troppo. La registrai in un solo take, cosa che si nota molto facendo caso alla voce. Sono stati i miei stessi amici ad insistere perché uscisse. Quando finalmente mi decisi a farlo, senza nemmeno promuoverla, ebbe un successo imprevedibile. All’epoca non avevo nemmeno una pagina ufficiale, e il claim “fatti un incubo con me” era già diventato culto. Un’esperienza surreale.

I due sequel di “Palude” rappresentano invece delle tappe ulteriori del mio sodalizio artistico con Jack, ma prima di tutto scaturiscono da un mio bisogno di scriverle, non da una strategia di marketing per capitalizzare su quel primo successo. Per questo se ti dicessi che mi pesa essere “quello di Palude” sarei un ipocrita: se avessi tenuto a togliermi questa etichetta non avrei pubblicato l’ultima traccia poco tempo fa.

Palude 3” è in realtà molto diversa dalla prima, ma questa è una naturale conseguenza di quello che è accaduto in questi quattro anni, a me stesso in particolare. In definitiva, posso dire che mi piace riprendere e rivisitare quella traccia, ma d’altro canto odio essere frainteso dal pubblico che non ne coglie la tematica e non gradisce le variazioni di stile.

Per concludere, se ti chiedessi di scegliere tre dischi che ti hanno stupito e magari influenzato nella tua produzione musicale recente, quali sceglieresti?

Scegliere tre dischi non è facile, ti posso dire che cosa mi è piaciuto di più ascoltare nell’ultimo periodo. Per quanto riguarda l’Italia, sono rimasto davvero colpito dai dischi di Ghali, Coez, Mecna e Tedua, che ho avuto modo anche di conoscere di persona. Sul versante americano invece, mi è piaciuto molto “DAMN.” di Kendrick Lamar, di cui sono super fan, ma ho ascoltato anche un sacco 6LACK e Jon Bellion. Per non parlare del fatto che apprezzo moltissima musica indie, come quella dei Canova, dei Quercia, dei Gomma o di Gazzelle.

Per finire, un saluto ai fan di Chiamarsi Mc?

 

By Filippo Montanari, Marco Rivoli, Alberto Coletti, Emma Chiavacci

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Emma Chiavacci

Emma Chiavacci

Disagiata e nullafacente che risponde al nome di Emma. Sono un mix di musica, sushi, voglia di vivere e nicotina.

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