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Rapper italiane, alzate la voce: se il rap è sessista dovete dirlo voi

Ci sono dei ragazzini che insultano una donna, mentre si esibisce sul palco di un concerto rap. A seguito dell’episodio, ci sono degli uomini che scrivono articoli al riguardo, ergendosi a paladini di un Paese di damsel in distress.

C’è persino un folto numero di addetti ai lavori (indovinate perlopiù a quale sesso appartengano) che entrano a gamba tesa nel polverone mediatico sollevatosi, assumendo le più svariate posizioni in merito alla misoginia nel rap.
Il candidato indichi l’elemento mancante nella lista.

Spoiler alert: un parere femminile.

Da mesi a questa parte, chi gravita intorno alla galassia dell’Hip Hop italiano avrà notato che in giro non si parla d’altro. Fra editoriali, petizioni e Instagram stories, la misoginia nel rap è tornata ad essere un argomento di tendenza.

Finalmente.

Finalmente chiunque oggi ha la facoltà di esprimere il proprio parere su cosa sia meglio per le donne che fanno rap e le ascoltatrici, finalmente possiamo sentirci tutti un po’ più femministi e scriverne indossando la nostra maglietta H&M preferita con tanto di scritta fluo “We should all be feminists”.

Lasciate che ve lo dica: da donna, tutto ciò è davvero estenuante.
Secondo spoiler alert: ci sono molte e valide ragioni se questo dibattito sociologico, iniziato e condotto come uno scontro tra tifoserie, mi ha portato nei pressi di una crisi di nervi.
Ma procediamo con ordine, per cercare di capirci qualcosa.

La nostra storia ha inizio qualche mese fa, quando Non Una Di Meno (“Ni Una Menos”) – movimento nato in Argentina nel 2015 per dire basta a femminicidi e violenza sulle donne, e ben presto diffuso ovunque, Italia compresa- lancia una petizione (che potete trovare qui)  a favore di un rap antisessista. Il documento parla chiaro: per una presa di coscienza efficace in merito al tema della misoginia nel mondo della musica, gli artisti dovrebbero smettere di veicolare messaggi sessisti nei propri testi, e il pubblico dovrebbe smettere di supportare chi si sottrae a questo imperativo.

Per dovere di cronaca, si segnala che uno sparuto manipolo di esponenti della scena – appartenenti perlopiù alle sue frange più politicizzate e undeground – ha manifestato approvazione per l’iniziativa (si può citare al riguardo l’articolo scritto da Kento per Il Fatto Quotidiano).

Tuttavia, ai fini di questa analisi, il dato davvero rilevante  è il silenzio assordante di artisti appartenenti al segmento di mercato più mainstream e della stampa di settore, un silenzio raggelante come quello che solo una battuta fuori luogo può far calare su di una festa in cui tutti sembrano divertirsi un mondo.

È proprio qui che la vicenda prende una piega paradossale: spetta forse a realtà esterne (che siano editoriali o sociopolitiche) discutere le dinamiche di una cultura a cui sono estranee, mentre il rap eloquentemente tace?

Eppure, in virtù del suo stesso corredo genetico composto da asfalto e vita vissuta, se c’è un genere che più di tutti è aderente alla realtà e ai mutamenti sociali, quello è proprio il rap. Per sua natura, ogni cambiamento esterno si riflette inevitabilmente su questa musica, anche solo nell’attitudine degli artisti o nel modo in cui affrontano certi argomenti, persino quelli all’apparenza più frivoli. In fin dei conti, il rapper è un cronista, poco importa che parli di escort e droga o protesta e lotta di classe.

Quindi siamo sicuri che la soluzione, o una delle tante, alla misoginia dilagante nella società occidentale sia smettere di presentarsi ai concerti di Guè Pequeno?  Sicuri che non spetti proprio alle rapper, alle beatmaker, alle donne coinvolte in prima battuta, parlare di eventuali prevaricazioni alimentate dall’Hip Hop?

Perchè, se pensate che dovrebbe giudicare il rap chi effettivamente il rap conosce da vicino (opinione abbastanza impopolare, lasciatevelo dire), ho delle buone notizie per voi.

Almeno oltreoceano, oggi come ieri, le donne hanno conquistato un loro spazio. E lo hanno fatto armate solo degli strumenti del mestiere, non di petizioni. Non di granitici manifesti ideologici, ma con l’abrasività delle punchline, con la spudoratezza dimostrata nel confrontarsi con tematiche esplicite, con il graffiato di un hook. Le figlie di  Lauryn Hill (di cui abbiamo già parlato qui)  e Lil’ Kim, oggi si chiamano  Nicki Minaj, Princess Nokia, Young MA Cardi B.

In Italia, almeno per il momento, la situazione è ben diversa.

Il dialogo tra il rap, alla sbarra degli imputati, e grandi realtà femministe, nel ruolo di pubblico ministero,  è scarso o ha poca visibilità.  Basti pensare a pagine come Freeda, in cui spesso  l’ospite hip hop di default è uno a scelta tra Mecna Ghemon, artisti che non parlano in termini dispregiativi delle donne e non a caso sono perlopiù ascoltati da ragazze, per loro stessa ammissione in un pezzo di qualche anno fa. In altre parole, si preferisce mostrare solo il lato dell’Hip Hop music più conveniente, quasi in una sua versione edulcorata e mutilata, evitando un confronto diretto (probabilmente anche per ritrosia degli artisti) con gli interessati, nonchè autori dei testi offensivi.

Ma ciò che si riverbera all’esterno è un riflesso di quanto accade all’interno della scena.  In termini di effettivo potere mediatico, ben pochi sono i nomi femminili in grado di raggiungere le orecchie del grande pubblico. Attenzione: non si vuole certo negare che manchino stelle in ascesa, come Leslie, Beba Chadia Rodriguez. 

Tuttavia, il caso più emblematico su cui vale la pena soffermarsi è però quello delle Bada$$ B, duo formato dalla SuicideGirl Fishball e la modella Christina Bertevello. Con appena due singoli all’attivo, le nostre hanno già riscosso numerose lodi e altrettante critiche, catalizzando l’attenzione del pubblico, composto in gran parte da fan di vecchia data che seguivano le due ragazze per la loro attività di modelle.

Inutile dirlo, c’è una cosa che accomuna tutte le artiste italiane nominate fino ad ora: la pioggia di insulti sessisti arrivata appena hanno iniziato a rappare.

Proprio Fishball in questi giorni ha affrontato il tema, iniziando una vera e propria campagna sui suoi social.

A voler essere maliziosi (spesso è una necessaria tecnica di sopravvivenza), verrebbe da pensare a un tentativo di cavalcare l’onda dell’indignazione, contando che la rapper esordiente prima di inziare la propria carriera non ha mai pubblicamente preso posizione sul tema.  Visto però il grande seguito di cui già gode, risulta difficile immaginare un tentativo di ottenerne dell’altro, oltre al fatto che la strumentalizzazione è un’ipotesi disgustosa e se così fosse sarebbe molto grave.

Speculazioni a parte, lasciando il beneficio del dubbio possiamo dunque dire che almeno un personaggio femminile e influente si è schierato, e ciò è sicuramente positivo.

Ma Fishball non è stata l’unica a parlare di misoginia, infatti negli ultimi giorni, se non vivete in fondo a uno stagno o sotto a un sasso, avrete notato la mole di opinioni sulla vicenda che ha per protagonista la cantante indie CRLN, bersagliata di cori e insulti sessisti mentre si esibiva in apertura all’ultimo live di Gemitaiz a Messina, come le era successo tempo addietro a un concerto di Marracash. 

CRLN non è una novizia nel mondo del rap, infatti ha già collaborato in passato con Kiave in Stereotelling e con Dutch Nazari (che ha mostrato la sua solidarietà all’artista) per il proprio progetto Precipitazioni, uscito per l’etichetta indipendente Macro Beats, ma ciò non l’ha messa al riparo dalla gogna pubblica.

 

Alcuni (perlopiù colleghi) sono intervenuti per difendere Gemitaiz, che nel frattempo si è dichiarato estraneo ai fatti, non essendo presente al momento dell’accaduto, come affermato su Instagram.

Vedere professionisti affermati liquidare il tutto come una semplice ragazzata, equiparando “troia” a qualsiasi altro insulto, come se non fosse il segnale spia di una mentalità becera e non nascondesse la volontà di offendere il prossimo in quanto donna (nel caso specifico, prima di tutto un’artista che sta lavorando), è allarmante e dovrebbe darci un’idea di quanto in realtà il rap c’entri poco o nulla nella faccenda.

Le prese di posizione pubbliche di Axos rappresentano solo uno dei casi più noti, e a ben vedere dalle sue affermazioni sembra trasparire principalmente la volontà di spronare chiunque, uomo e donna, a ribellarsi di fronte agli insulti del pubblico, senza lasciarsi intimidire, nonostante poi il suo discorso per i motivi sopra elencati non sia dei più calzanti in questa situazione.

Tantissimi invece gli articoli che condannano il gesto e il mancato intervento di Gemitaiz (una volta informato dell’accaduto), fra tutti i più rilevanti sono sicuramente quelli sfornati da Rolling StoneSoundwall e Noisey (da leggere in abbinamento alle successive precisazioni).

A stupire è che sia il più grande sito web e magazine musicale in Italia a bollare un intero genere e relativo pubblico come un “problema”, quando è evidente che il problema è alla base di più o meno tutto nella nostra routine. Ma a proposito di ambienti in cui non viene dato spazio alle donne, stupisce altrettanto che gli articoli linkati siano tutti stati scritti da uomini, non esattamente una mossa strategica. Potremmo quasi riderne, c’è pur sempre dell’insita tragicomicità.

Per tornare all’inizio della presente riflessione, è proprio per questo che l’intera situazione è snervante: tutti sanno cosa è meglio per le donne e nello specifico le rapper, ma non possiamo pretendere che cambi la mentalità, senza lasciare lo spazio necessario alle dirette interessate.

Se continueranno a parlare i meno titolati per farlo, le stesse voci che si vorrebbero tutelare come una sorta di specie protetta, si affievoliranno sempre di più.

Per una buona volta, lasciate stare quel fottuto microfono: devono parlare le professioniste.

 

 

 

 

 

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Gaia Di Paola

Gaia Di Paola

Mi chiamo Gaia, vivo a Milano e di milanese ho solo l' odio per la metro affollata e un paio di rapper nella mia playlist. Nel tempo libero adoro disegnare. Non sono brava con le presentazioni.

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