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Guè Pequeno ha ragione: l’Italia non ha ancora capito l’hip hop

La rivista GQ ha intervistato Guè Pequeno prima della sua partecipazione come ospite nella serata di Sanremo del venerdì. Come sempre, non ha avuto peli sulla lingua. E ha pure ragione.

Venerdì 8 febbraio Guè Pequeno è stato intervistato dalla rivista GQ in vista della sua apparizione come ospite a Sanremo. Nell’intervista il rapper milanese si è, come sempre, espresso in maniera molto chiara sulla situazione del rap italiano. Assunto fondamentale delle dichiarazioni dell’ex Dogo è:

“l’hip hop in Italia non è mai stato capito”.

Guè vede nell’attenzione che il genere sta riscuotendo solo una manifestazione della moda internazionale che vede nei rapper le icone della musica contemporanea. E ha ragione: l’Italia, l’hip hop, non lo ha capito.

La maggior parte delle volte in cui sono i media mainstream ad accompagnare l’esplosione di un rapper (o supposto tale) questo si rivela una versione edulcorata di ciò che dovrebbe essere. Basta vedere le esibizioni dei vari rapper che hanno deciso di affrontare i talent, da Moreno che faceva i freestyle più politically correct d’Italia o a Briga che è finito per cambiare genere. Tra l’altro l’esempio di Briga al talent Mediaset Amici può aiutarci a chiarire questo punto della riflessione. Durante lo show il cantante romano ha spesso discusso con Loredana Bertè, uno dei giudici del programma, con quest’ultima che rivendicava come grandi rapper figure iconiche come Tupac o Notorious BIG mentre come corrispettivo italiano un artista come Caparezza. Senza voler sindacare il talento del rapper pugliese, la distanza di direzione tra quest’ultimo e i due rapper statunitensi è evidente per chiunque abbia coscienza del genere di cui stiamo parlando. Caparezza userà anche la tecnica del rapping ma non appartiene alla cultura, alla scena e alle relazioni dell’hip hop italiano. Non può essere preso come rapper italiano per antonomasia, in quanto lui stesso si definisce outsider.

Notorious BIG e Tupac

Da questo aneddoto si coglie un’altra delle problematiche (come sottolinea Guè nell’intervista) affrontate dal genere nel nostro paese. I rapper oltreoceano vengono, giustamente, presi come modelli ma poi non si considera una caratteristica fondamentale dei loro lavori: i testi. Spesso di fronte a testi “poco profondi” ci si appella ai classici made in USA come modello da rispettare. Si invocano i testi di un Nas, per esempio, come capolavori da imitare. Verissimo, peccato che quei testi parlino esattamente delle stesse cose. NY State of Mind è uno dei classici di questo genere per esempio e il testo parla di droga e soldi. Il punto è che in Italia non vi è una diffusa conoscenza dell’inglese, se aggiungiamo lo slang delle varie località la comprensione per chi non mastica la lingua diventa ancora più ardua. Così passa la malsana convinzione che i testi di Tupac fossero trattati filosofici, quando la sua scrittura, per quanto spesso riservava aforismi spendibili anche fuori dalla nicchia del rap, era tanto cruda quanto quella dei liricisti nostrani.

A ciò si aggiunge, sempre seguendo l’argomentazione di Mimmo Flow, il background culturale. L’hip hop nasce nelle periferie delle megalopoli statunitensi come forma di reazione alla segregazione razziale perdurante negli Anni ’70-’80. Il ragionamento era: “Non possiamo andare a ballare o divertirci dove lo fanno i bianchi? Bene, noi ci facciamo le nostre jam”. E così nasce la cultura, il movimento (inteso come spostamento direzionale di una nicchia ben definita) hip-hop. In Italia il rap arriva fortemente politicizzato, tramite i centri sociali e le posse, mentre negli States questo tipo di rap è venuto dopo. Quest’idea che il rap DEBBA dare un messaggio politico-sociale è entrata a far parte dell’immaginario nostrano. Si vuole che i rapper siano i nuovi cantautori, per questo quelli che arrivano in contesti mainstream con quest’attitudine ricevono endorsement di diverse figure che di rap capiscono francamente poco. Anastasio ne è l’ultimo esempio. Chiariamoci, se un rapper vuole seguire la pista cantautorale che lo faccia pure. Non è quello il problema, dopotutto il rap è un linguaggio universale (per dirla con Ensi). Il problema sorge quando un Anastasio diventa il modello invocato da seguire. Ed è un problema perché quello, semplicemente, non è la via principale, la via canonica che chiamiamo hip hop. E’ una flessione, una variazione, un utilizzo del mezzo (il rap) per un fine che non appartiene direttamente al movimento.


Le polemiche degli ultimi mesi nei confronti di artisti che nascono da questo ambiente sono la triste prova che il rap in Italia non è stato mai capito dai media di massa. Questo non impedirà al genere di continuare a cavalcare l’onda, ma non saranno le classifiche ad acclarare l’assorbimento.

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Matteo Merletti

Sono Matteo, ho 23 anni. Se non vi piace ciò che scrivo offritemi un gin tonic e ne parliamo.

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