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Quanto Freddo Fa? Intervista a Nashley

Nashley, nome d’arte e di battesimo, è un rapper vicentino, membro della Sugo Gang. Ha solo diciannove anni eppure vanta collaborazioni con dei big della scena rap e trap italiana, quasi un milione di followers sui social e numeri altissimi per i suoi video e su Spotify. Insomma, dev’essere per forza un ragazzo in gamba, questo è quello che penso mentre vado ad intervistarlo.

 

La conferma di quest’impressione ce l’ho quando, incontrandolo in un bar di Milano, mi presenta anche sua mamma: “mi porta con sé qualche volta, anche perché altrimenti non lo vedrei mai”, mi dice lei, orgogliosissima. 

Nashley è alla mano, diretto e sincero, non si nasconde dietro a un dito nelle sue canzoni e nemmeno nella chiacchierata che abbiamo fatto, e questa cosa è più di quanto si possa dire di molti altri nella scena italiana. 

Qua sotto potete leggere cosa mi ha raccontato riguardo al suo progetto, la sua vita e il suo futuro lavorativo. 

 

Ciao Nashley! Innanzitutto come stai? Come sta andando il tuo progetto?

Bene, molto bene. Questo è un periodo molto redditizio dal punto di vista dei numeri e di tutto quanto, quindi sono davvero soddisfatto.

 

Che feedback stai ricevendo dal tuo pubblico?

Sono tutti o quasi complimenti, pochissime critiche, quindi siamo contenti. Anche i live che facciamo vanno benissimo, il tour sta procedendo come speravo: quest’anno avrò fatto circa quaranta date da gennaio, ora ne ho in programma altre sette per il mese di ottobre, cinque per novembre… ci avviciniamo alla cinquantina di live. 

 

È uscito il 18 settembre il tuo ultimo singolo, “Quanto freddo fa”. È una canzone molto amara e malinconica, e in questo pezzo, così come in altri”, parli del tuo passato a tratti difficile. Come ha influito sulla tua arte quello che hai vissuto?

Diciamo che del presente non posso raccontare granché: sto facendo musica, le cose vanno bene… quindi preferisco prendere ispirazione dal passato, le cose che ho vissuto e che ho fatto. Mi riesce più facile raccontare ciò che di bello e brutto ho passato, insomma. Non entro mai troppo nel personale, non scendo nel dettaglio, ma faccio intendere: non mi piace mettere dettagli troppo specifici. 

 

Le tue basi sono sempre molto curate: da dove prendete ispirazione tu e Nardi, il tuo producer, per i suoni?

Grazie, sono molto selettivo sulle basi. In realtà dipende molto dal mood che ho: se sono io a volere qualcosa di triste, per esempio, Nardi mi fa qualche provino, scegliamo il migliore e poi ci lavora. L’ultimo pezzo era ispirato a “Goodbyes” di Post Malone, perché mi piaceva la chitarra che ha usato, ma solitamente non ci ispiriamo a qualcosa di preciso. Capita che Nardi mi scriva dicendomi che ha sentito un pezzo figo e sarebbe bello fare qualcosa del genere, poi valutiamo. 

 

Ho notato che nei tuoi pezzi nomini spesso tua mamma, ed è una cosa che in realtà molti esponenti del mondo rap e trap fanno. Cosa significa per te la figura di tua madre?

Che domandone (ride)! Beh, partiamo dal presupposto che la mamma dà tutto al proprio figlio, per tutta la vita, a livello affettivo ed economico, quindi credo che il minimo che un figlio possa fare è ritornarle qualcosa, con gioie e soddisfazioni con cui renderla orgogliosa. Penso sia corretto dire anche nei miei testi che la musica e tutto quello che sto facendo sono anche per lei. Poi per me mia mamma è fondamentale: non voglio parlare troppo del mio passato ma è stata molto importante, abbiamo passato un lungo periodo io e lei da soli, che non è stato facile, quindi ci tengo e le voglio bene. Abbiamo un rapporto molto confidenziale. La porto pure con me quando viaggio!

 

Cosa pensi, in generale, della scena musicale italiana?

Credo che la musica sia un’arte in continua evoluzione, anche perché altrimenti sarebbe molto noiosa. La gente cambia, le persone cambiano modo di pensare: una volta magari si parlava molto di più di temi sociali e politici, ora più di strada e quartieri. L’anno prossimo potremmo parlare di tutt’altro ancora. Ci sta, sono d’accordo con l’evoluzione, non sono un nostalgico affezionato ai vecchi tempi. La musica resta musica, io ascolto e apprezzo ogni genere. 

 

Quindi non ti fermi al rap?

No, mia mamma mi ha fatto ascoltare Edoardo Bennato per dieci anni di fila in macchina, mio nonno ascoltava i Beatles, i Rolling Stones, i Queen. Io suonavo la chitarra elettrica, ho avuto un periodo rockettaro, ho fatto di tutto… ora strimpello e basta. 

 

A proposito di altri artisti della scena, so che hai collaborato con Gue Pequeno, com’è stato quando l’hai scoperto?

Non farò il finto tonto, non è stata una collaborazione decisa al telefono fra me e lui. Hanno mandato il mio pezzo a un po’ di etichette, e avevano accettato Marracash, se non sbaglio, Izi e Gue; Izi però aveva problemi di salute, Marra era impegnato con il suo progetto, ed era rimasto appunto Gue, che ha detto “bella, voglio farlo”. È stato anche molto educato, in un mese ha mandato tutto, mi ha invitato ad un suo concerto ad aprirlo, insomma si è comportato davvero bene. 

 

Come ti rapporti con i social? Hai un profilo instagram molto curato, ci tieni particolarmente oppure lo usi solo a livello lavorativo?

Fino a un po’ di tempo fa sì, mi piaceva molto mettermi a fare foto, stories… in questo periodo in realtà mi sono rotto di stare a curare ogni cosa, fare mille stories. Ho diminuito molto anche quelle, perché alla fine sono dell’idea che i social vadano usati quando esce il disco, o il singolo, per fare hype e promuoverlo. Mostrare tutta la mia quotidianità forse non interessa nemmeno al mio pubblico. Anche rispondere ai fan è dura, sono tantissimi, rispondo solo quando c’è qualcosa di importante, tipo quando mi chiedono video per amici che stanno male o cose del genere. Diciamo che ho un rapporto sano con i social. 

 

Curiosità mia: mi spieghi perché avete scelto il nome “Sugo Gang”?

Allora, eravamo in macchina una volta io e Mambolosco, lui era vestito molto curato, firmato, e si è girato e mi ha detto qualcosa tipo “non vedi quanto gocciolo sugo più di tutti?”. Io l’ho guardato e gli faccio “ma che cazzo stai dicendo?”. Poi in realtà ho scoperto che in America è un’espressione che si usa, drippin’ sauce, come per dire “guarda quanto stile”. All’inizio non ero molto d’accordo con la scelta di questo nome, però ora direi che ci sta. Funziona anche perché fa parlare. 

 

Cosa possiamo aspettarci da Nashley in futuro?

A livello di live siamo belli pieni. Sto anche scrivendo roba nuova, ho tre feat nel cassetto belli potenti, con gente abbastanza grossa. Ci rimane solo da capire cosa far uscire ora, se un featuring o uno dei miei singoli. Nel frattempo preparo il disco, ho appena iniziato a scrivere le prime bozze, quindi immagino uscirà verso primavera o autunno 2020, dipende da quanto ci mettiamo a registrare. 

 

Intervista Di Anna Signorelli

 

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Michelangelo Arrigoni

Michelangelo Arrigoni

Responsabile della Redazione di Chiamarsi MC. Se abbiamo recensito male il disco del tuo artista preferito, devi incazzarti con me.

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