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Fuori dall’ armadio e dentro all’ Hip Hop, ecco il lato queer del rap

A pochi giorni dall’ uscita dell’ album Flower Boy di Tyler, The Creator in cui il rapper fa un vero e proprio coming out, affrontando temi parecchio delicati come la sessualità e l’ amore, come già fatto precedentemente anche da Frank Ocean in Blondie, sembra necessario riaprire il dibattito su una questione particolarmente spinosa e da sempre fonte di scontri nel settore: ad oggi c’è spazio per la comunità queer nell’ Hip Hop?

In questi anni, prima negli USA e poi in Italia, abbiamo assistito a un cambiamento radicale nello stile di alcuni rapper della new generation, che hanno adottato un’ estetica decisamente fuori dai canoni e come si suol dire più femminile, vedasi Jeffery di Young Thug o il nostrano Achille Lauro con i suoi occhiali da donna. Ma se in questi casi si tratta appunto di semplici scelte stilistiche, c’è anche chi del queer e del rovesciamento dell’ immagine tradizionale del rapper ha fatto la sua bandiera, uno su tutti Mykki Blanco.

Copertina di Jeffery

Nata in California come Michael Quattlebaum Jr, è conosciuta nell’ ambiente con il suo nome d’ arte, ispirato al ben più celebre pseudonimo Kimmy Blanco della rapper di Brooklyn Lil Kim, di cui è fan. Ed è proprio fra Brooklyn, Harlem e dintorni che inizia la sua carriera, dopo la fuga da casa ad appena sedici anni. Diventa così il volto della New York più alternativa e un personaggio molto attivo e conosciuto nel mondo LGBT, entrando in contatto con la comunità artistica transgender e queer della Grande Mela. Come accade spesso, ottiene la vera notorietà tramite il web, pubblicando vari singoli su YouTube, e cattura l’ attenzione del pubblico grazie alla sua attitudine fuori dai canoni convenzionali. Mykki è un’ artista a 360 gradi, e fra le fonti di ispirazione possiamo citare GG Allin, Lauryn Hill (di cui abbiamo già parlato qui), Rihanna Marylin Manson. Da ciò ne deriva un hip hop contaminato da stili e influenze artistiche diverse, che strizza l’ occhio alla musica elettronica e da club, anche se lei ama definirsi grunge, il che sicuramente farebbe storcere il naso agli amanti del genere. Il suo singolo Wavvy segna il definitivo approdo nel mainstream, ed è un successo in parte anche italiano, infatti il video è stato realizzato dal fotografo Francesco Carrozzini.

Dopo questo excursus necessario sulla sua carriera, senza menzionare la vita privata, costellata da alti e bassi (l’ ultimo dei quali risale a circa due anni fa, quando ha annunciato pubblicamente di essere HIV positiva, affrontando il tutto con la sua solita energia e forza di volontà), viene quindi da chiedersi se effettivamente possano convivere due mondi così distanti tra loro. Se da una parte artisti come Mykki BlancoLe1f si pongono fuori dagli schemi e vengoni notati anche da rapper del calibro di Kanye West, che per Yeezus, tra gli altri producer, ha scelto Arca -personaggio che proviene direttamente da questa nuova scena della musica elettronica, più consapevole del profondo legame che c’è fra una pista da ballo e la comunità gay, a cui la musica per certi versi deve molto, come spiegato in questo articolo di Vice e anche in quest’altro – per il pubblico cresciuto a pane e rap è forse ancora difficile accettare tutto ciò, comprensibilmente. Questi artisti prima di tutto mirano a un cambiamento dall’ interno e a una presa di coscienza da parte del pubblico, e per ottenere un risultato del genere spesso la via più efficace è imporsi come movimento di rottura. Ecco allora da dove nasce il termine queer rap, che dall’ esterno può risultare aberrante almeno quanto female rap usato per riferirsi alle rapper, facendo così una distinzione non necessaria e ancora più divisoria. Se l’ Hip Hop, come ci hanno sempre detto, è nato dagli eternamente emarginati in America, nella comunità nera, allora è giusto che anche Mykki Blanco & co abbiano il loro spazio e vengano riconosciuti artisticamente al pari di qualsiasi altro rapper, specialmente ora che transfobia e omofobia dilagano e vengono incoraggiate dai provvedimenti di alcuni capi di Stato. Al tempo stesso è importante ricordarsi che il rap e più in generale l’ Hip Hop dovrebbero essere liberi da qualsiasi imposizione dall’ alto e slegati dalla propaganda del politically correct, nè gay friendly nè Trump friendly, ma semplicemente espressione dell’ artista. Teniamoci quindi Rick Ross che nei pezzi e nelle interviste racconta di come si porterebbe a letto qualsiasi sua collega, teniamoci Tyler, The Creator che usa ripetutamente il termine faggot per riappropriarsene più che per insultare e teniamoci anche questa ondata di queerness.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gaia Di Paola

Gaia Di Paola

Mi chiamo Gaia, vivo a Milano e di milanese ho solo l' odio per la metro affollata e un paio di rapper nella mia playlist. Nel tempo libero adoro disegnare. Non sono brava con le presentazioni.

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