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Cinquanta Sfumature di Shade: “Non sono un rapper da Prima Serata”

Dall’alto dall’onda del successo della hit Bene ma non benissimo, Shade ci ha concesso qualche ora del suo tempo per fargli qualche domanda, soddisfare qualche nostra curiosità riguardo alla sua condizione atipica nel rap game di oggi, e raccontarci del suo presente e del suo futuro.

 

Shade è un rapper di Torino, pluripremiato campione di freestyle e parte del roster di Warner Music Italy

 

Invitati dalla Warner Music per un’intervista con Shade, abbiamo chiacchierato assieme al rapper torinese del suo presente artistico e del passato in cui il suo background affonda le proprie radici.

In una scena rap dove i player in gioco fanno a cara per la Street credibility, tu hai fatto dell’ironia con cui condisci video e punchline e della tua faccia pulita elementi centrali della tua persona. Hai notato se questa componente costituisce un vantaggio, differenziandoti dai tuoi colleghi, o percepisci limitante l’ etichetta di “rapper da prima serata” che i tuoi detrattori ti attribuiscono?

Sei stato già gentile a dirla così [ride]. Diciamo che è un’arma a doppio taglio: da un lato mi permette di farmi conoscere da molta più gente, ad esempio la madre che non ascolta rap ma sente il mio freestyle o la mia canzone perché è “da prima serata”; dall’ altro c’è un pubblico di rapper che magari non apprezza determinate cose che faccio o non gli da merito perché appunto c’è questa idea che hanno di me.

Di questo preconcetto che ha la scena me ne dispiaccio un po’: anche se provo a fare delle cose sempre più tecniche purtroppo non verranno mai apprezzate appieno perché “non sono cattivo”. Per quanto molti rapper che conosco siano bravissime persone, al microfono riescono a cambiare personalità, mentre io pago il fatto di restare il coglione che sono nella vita anche quando faccio i freestyle.
Questo è un po’ il prezzo da pagare, ma lo pago volentieri. Non potrei fare altrimenti.

La componente video dei tuoi freestyle è molto curata e tu stesso hai un’avviata carriera da doppiatore. L’attenzione per la sceneggiatura e il montaggio derivano dall’ esigenza di dare maggior forza ai contenuti delle tue barre e magari avere appeal per il pubblico, o sono una conseguenza del tuo flirt con il mondo del cinema e dell’ animazione, con il quale hai avuto la chance di sbizzarrirti?

E’ un misto delle due cose: a volte scrivo un freestyle e lo mando al videomaker che mi da delle direttive e vengono fuori delle cose, altre volte invece c’è prima l’ idea visiva e poi l’adattamento in rima.

Il fatto che  mi piaccia recitare e doppiare mi aiuta molto: una scena diventa subito divertente se girata in un certo modo, anche se è normale. Vi è una reciproca influenza delle due sfere e anche negli extrabeat mi aiuta tantissimo, specie a livello di articolazione.
Anche riguardo il mio rapporto con l’animazione si torna al discorso di prima: per il purista sono “Quello che fa le vocine”, ma alla fine gli altri sono quelli che dicono le cazzate e si incazzano, io le dico con il sorriso.

La tua hit Bene ma non benissimo prende spunto nel suo concept da un popolare tormentone su internet. Non sei il solo a incorporare nei tuoi testi modi di dire e meme resi famosi in ambito social: quanto è importante seguire le evoluzioni dei trend sui social media per creare un ponte con il proprio pubblico che parta da presupposti semantici/culturali comuni? 

Sotto un certo punto di vista è davvero importante: ormai paradossalmente la gente vive di più sul mondo dei social, piuttosto che in quello vero. Se tu riesci a trovare un legame tra il mondo reale e quello dei social, come ad esempio può essere un tormentone, lo catturi perché  la gente viene attirata da quello specifico elemento.

Ovviamente è un po’ paraculo questa cosa perché uno vede il tormentone e ci clicca in automatico, ma non è sempre così. Vedo in giro tantissimi tentativi che non funzionano perché sono troppo finti, troppo forzati.  Ci puoi mettere  tutti i soldi che vuoi, ma se è troppo finto  la gente se ne accorge.
Bene ma non benissimo è un titolo molto clickbait, ma non è finto: quello sono io. Se vedi il video e senti il pezzo, è la mia vita.

 

La cosa importante secondo te è quindi restare al passo coi tempi cavalcando una moda, ma nei limiti di quello che è l’essenza dell’ artista?

Esatto, metterci della verità dentro. Ora per esempio vanno di moda denti d’oro, treccine e queste cose, ma io non le faccio perché non mi appartengono. Il mio tormentone era una cosa sentita, davvero personale.

Il tuo grandissimo successo recente è legato ad un singolo, ove il tuo precedente album, pur essendo stato generalmente apprezzato, non ha avuto lo stesso riscontro in termini di vendite. In un certo senso questo conferma la tendenza recente del mercato a premiare i singoli, specie se accompagnati da un video accattivante, rispetto ai prodotti full lenght: le tue serie di freestyle sono state precursori in questo senso, pensi che l’ evoluzione del mercato discografico segnerà la morte del disco come formato in favore della serializzazione e della crossmedialità o c’è ancora posto per progetti di più ampio respiro?

Se parliamo di disco fisico, quello è morto già da un po’. Oggi c’è il meccanismo dell’instore che lo tiene in vita, dove il disco però è solo il pass per la foto con l’artista: mi è successo, ed è accaduto anche a dei colleghi, che la gente facesse la foto e poi si dimenticasse il disco sul tavolo. Purtroppo il supporto fisico ha perso valore.

Clownstrofobia e il mio precedente tape in freedownload sono andati bene in sé, ma sicuramente pubblico è cresciuto poi anche grazie ai freestyle, perché è meno impegnativo sentire un singolo rispetto a un prodotto complesso come un album, che  è come fare un viaggio.

Io penso ne valga ancora la pena se parliamo di un discorso artistico,  se invece parliamo di marketing no: si possono fare  cinque singoli super curati dove  si investono  un sacco di soldi e gli altri 10 pezzi li si fa scorreggiando, tanto la gente dopo i singoli lo compra lo stesso il disco se conosce l’ artista.
Io non potrei lavorare in questo modo però e per quanto mi riguarda sono ancora per il lavorare traccia per traccia, per quanto sia ovvio che poi alla ragazzina che ascolta un certo tipo di rap le basti il singolo da aggiungere alla playlist assieme a tutti gli altri brani.

In sintesi, se uno vuole fare i soldi non è necessario fare per forza un disco. Se vuole mantenere un minimo di parte artistica, invece ne deve valere la pena. Fare musica è lavoro e passione.

 Il tuo primo grande traguardo in carriera è stata la vittoria di MTV Spit, permettendoti di salire alla ribalta grazie al freestyle. Secondo te nel rap di oggi è ancora importante una disciplina come il freestyle? Può ancora aiutare a emergere o a consolidare la fama di un artista?

Secondo me serve ancora. Purtroppo questa cosa sta scomparendo: prima trovavi i ragazzini che facevano freestyle, ora li trovi che fanno la trap. Perché la trap è più facile. Invece nel freestyle devi allenarti, devi confrontarti con quelli più grossi, devi salire sul palco… un conto è improvvisare nel cypher, un conto è davanti a un vero pubblico: ti butta un’ansia incredibile, figurati poi se parliamo di tv.

Penso che un ragazzino di oggi dovrebbe farlo, ti aiuta tantissimo. E poi alla gente piace: quando a fine concerto faccio freestyle e la gente impazzisce, anche se faccio delle rime di merda. E’ l’improvvisazione che affascina.
Io il freestyle non lo mollerò mai, e lo consiglio a un emergente come allenamento all’attitudine, per di più sblocca tantissimi flow  e amplia l’ apertura mentale per i testi.  Fatelo, se vi divertite a farlo.
 
Rimanendo nell’ ambito di un progetto più impegnato, con chi vorresti collaborare in futuro? E chi sono invece gli artisti ed i mostri sacri che più hanno influenzato la tua produzione artistica?

Sarei davvero entusiasta di collaborare anche con rapper con cui ho già collaborato in passato, ma alla luce della maturità di oggi, farei un altro tipo di cose, come MadMan. Poi tanti altri, Gemitaiz mi piace molto, così come Caparezza e Coez.. La verità è che vorrei lavorare con tanta gente che ammiro anche a livello umano.

Quelli che mi hanno influenzato di più? Ora molti si shockeranno, pensando “Come hai fatto a diventare quel mostro commerciale” se hai ascoltato loro: Bassi Maestro, Turi, Cor Veleno, Tormento, Primo, i Lyricalz e specialmente Kaos One.  Anche se poi sono diventato tutt’altro.

A livello pratico, io devo tantissimo, specie nello scrivere i ritornelli, a Danti, che è stato mio direttore artistico. Lui e i Two Fingerz sono comunque tra le influenze principali quando scrivo.
Anche le penne di Marra, Guè e Salmo mi pacciono molto. Però se devo dirti un nome recente, che a livello di scrittura rappresenta sia la parte giovane che la parte più vecchia, ti dico Nitro. Penso che in questo momento non abbia rivali, e infatti sono felice delle sue recenti soddisfazioni discografiche e artistiche.

 

Un in bocca al lupo a Shade per i suoi prossimi progetti!

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Bianca Chiappetti

Studentessa di economia, ma più dei numeri mi emozionano le parole. Faccio la spola tra Milano, Firenze, Torino e Roma. Insomma, non sto mai ferma, e ho scelto il rap come compagno di viaggio.

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