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FOREVER: Una Fottutissima Visione

“Ma capitano, il mio capo mi licenzierà se non parlo con lei. Dicono che lei sia un uomo con una visione”.

“Sì, una fottutissima visione”, disse Cal.

Dovette piantare lo sperone nel fianco del baio per allontanarsi dal ragazzo, che restava lì in piedi a scribacchiare sul suo taccuino.”

LarrMcMurtry, “Colomba Solitaria

 

Sid Vicious: sguardo stralunato, giacca stazzonata sopra il petto nudo, glabro, pallido mentre si esibisce in una versione sgangherata e scurrile di quella “My Way” resa famosa da Sinatra, armeggiando con una pistola. Andy Warhol: magro, apatico come una Sfinge, pallido, seduto al centro della sua Factory, motore immobile delle vampe ipercrome che gli danzano intorno. Marilyn Manson sulla cover di “Mechanical Animals: androgino, allo stesso tempo asessuato e ultrasensuale, pallido, con due occhi di brace conficcati dritti nelle pupille dell’ascoltatore, quasi un invito al voyeurismo.

Sapete perchè queste immagini le abbiamo un po’ tutti, volenti o nolenti, marchiate a fuoco nel cervello? Volete un suggerimento? Non è certo perchè Sid fosse il miglior bassista del mondo, sapeva a stento suonarlo quel basso. O perhè Warhol fosse un artista dalle capacità tecniche sopraffine come quelle di un Michelangelo. Chiunque vi dica che Manson abbia rivoluzionato davvero qualcosa è matto da legare.

E allora perchè figure del genere si sono conficcate nel nostro cranio fino in fondo, come schegge di vetro dopo un’esplosione? Se non sapete ancora rispondere, ascoltare “Forever”, il nuovo album di Rosa Chemical, potrebbe aiutarvi a sciogliere l’enigma.

Perchè Rosa, pur derivativo, pur provinciale, sebbene immerso fino al collo in un discorso ideologico che lo ricomprende e lo trascende, ha qualcosa in comune con i monumenti della pop culture citati fino a qui. E questo minimo comun denominatore è che tutti loro hanno una visione. Una fottutissima visione.

Rosa Chemical non è passato in breve tempo dall’essere un puntino sfocato sul radar della scena rap italiana ad una palla infuocata in rotta di collisione perchè è un rapper eccezionale. Non ha nemmeno una voce cherubina. Non ha sfilato per Gucci in quanto adone. Rosa ha fatto tutto ciò perchè “è blessed” da un set di qualità rare: interessi e influenze eterogenee, la sfrontatezza necessaria a smontarle e ricombinarle a piacimento, il carisma che basta affinchè l’opera finita sia inequivocabilmente autentica, abbastanza originale da essere del tutto sua.

Come si diceva, ha una visione a guidarlo, quel Rosa. Ma voi non siete qui per ascoltare panegirici, suggestioni, paragoni scomodi. Voi volete sporcarvi le mani, volete prove concrete che rendano queste parole una recensione vera e propria del disco di Rosa, e non un lungo rimjob al suo pallido culo. E allora sotto.

L’assunto di partenza è semplice: Rosa ha una visione, e la prova è che nessun altro, nemmeno chi meglio di lui padroneggia le tecniche e gli stili con cui si è misurato nel disco, avrebbe potuto realizzare “Forever”.

Non avrebbe potuto farlo uno come Salmo, per dirne uno. Eppure “Forever” assomiglia al chiacchierato “Playlist” a livello di concezione: una gragnuola di pezzi diversi per mood e grammatica, che spaziano dallo shitposting sui quattro quarti di “Polka” alle ballatone spaccacuore come “Londra”, tenuti insieme solo dal gusto beffardo della provocazione, che sprizza da skit come “Tiè” e “Raf Simons”.

Ma Salmo non avrebbe potuto fare “Forever” perché mentre lui è giunto a questa esito artistico con tutto il cinismo della maturità, Rosa ci è arrivato con l’arroganza dei suoi vent’anni. Salmo ha fatto un disco che sparasse in tutte le direzioni per essere sicuro di chiudere il bilancio trimestrale in positivo. Rosa ha sparato in tutte le direzioni per uccidere tutti i direttori. E tutti i presidi, i presidenti,tutti i preti, tutti quelli che siedono in alto e fino ad ora gli avevano detto che uno come lui faceva meglio a stare zitto. Per Salmo “Playlist” è stato il fine, per Rosa “Forever” è l’Alfa, il 4 di Luglio. E i fuochi artificiali si sentono tutti.

Forever” lo avrebbe potuto fare Achille Lauro allora? Perchè no, dopotutto? Lui e Rosa in fondo sono entrambi trasformisti, amano flirtare con il genderbending, e condividono l’hobby un po’ infantile di nauseare i borghesi. Non ritrovare un po’ della lezione dell’Achille prima maniera in “Bohème”,o un po’ della verve cafona di Boss Doms in un pezzo come “Nuovi Gay” significa essere in mala fede.

Ma Achille non avrebbe potuto scrivere “Forever”, perchè sotto biacca e parrucca dardeggia ancora lo sguardo malizioso del piccolo pusher del blocco che è stato. Per Achille presentarsi all’Ariston (s)vestito da Regina Elisabetta è solo un impiccio come un altro, una truffa particolarmente sfacciata ai danni dell’intero mondo. Per Rosa presentarsi fin dalla copertina nella sua dualità di genere è una necessità fisiologica. La stessa urgenza che spinge il timido della compagnia a straparlare a voce altissima quando è in gruppo.

Non è una semplice impressione quella appena descritta, e per accorgersene basta porre attenzione a come Achille, da imbonitore di talento qual è, riservi sempre una grande attenzione ad impersonare senza sbavature il personaggio che intende di volta in volta interpretare. Che si tratti di Vasco Rossi o Renato Zero, quando Achille si lancia nella canzone italiana per conquistare anche la casalinga di Voghera, rispetta maniacalmente i canoni della canzone italiana.

Non graffierebbe mai la superficie liscia di una disperata confessione d’amore con una barra volgare come penso a lui mentre ti sbatto dentro il cazzo”. Rosa invece sì. Perché Rosa non sta interpretando altri che sè stesso, con tutte le sue contraddizioni e le sue zone d’ombra, è in altre parole schiavo della sua stessa visione, e questa strenua fedeltà ha come implicita conseguenza il tradimento di ogni modello con cui si confronta.

E no, per i più raffinati tra voi, nemmeno Tutti Fenomeni avrebbe potuto pubblicare “Forever”. Il gusto del rimando colto (tirare in ballo Jo Baer in una scena fossilizzata da decenni su Padrino e Scarface non è roba da tutti) e della contaminazione scorre potente in entrambi. Ma il misterioso autore romano è un elitista in negazione, Rosa Chemical è un uomo del popolo, svezzato dallo stesso pattume colorato che ha nutrito chiunque sia cresciuto nell’Italia post Mediaset, ed è orgoglioso di esserlo. Il Giovane Battiato piange calde lacrime sulla bancarotta culturale del Paese, il Giovane Johnny Napalm non ha un attimo di esitazione a togliersi la maglietta e buttarsi in una vasca di fango come “Tu Mi Fai”, stringendo la manina a Boro Boro.

E visto che abbiamo menzionato Boro Boro, apriamo il capitolo dei featuring dell’album, la prova decisiva per chi è ancora scettico. Non avete notato una particolarità sotto questo punto di vista? Solitamente quando si tratta di dare in pasto un artista emergente al pubblico mainstream, la tattica più usata consiste nell’imbottire l’album di collaborazioni con personaggi più esposti, rapper con carriere consolidate che un po’ servano da garanzia di qualità, un po’ salvino capra e cavoli a livello di streaming se tutto va per il peggio.

E “Forever” da questo punto di vista non fa eccezione, bisogna ammetterlo. Ma attenti. Altrettanto spesso in operazioni simili le strofe degli ospiti corrispondono tutte al modello “strofa generica.wav”, buona per tutte le stagioni, conservata appositamente per essere mollata nel Dropbox di turno previa ricezione del bonifico.

E allora cose c’è di diverso in Rosa, perchè tutti gli artisti con cui ha duettato hanno sentito il bisogno di utilizzare le barre a loro disposizione per cercare con lui un confronto (“Rosa ha due levrieri sulla pancia, io ho Peter Griffin quando inciampa” rappa Dani Faiv in “Slatt”), avviare un dialogo (“Il 2020 è Rosa”, ammette Rkomi) o semplicemente dimostargli devozione ( “Mi piace la ****, ma sono fr*cio per Rosa”, dichiara il suo compagno di Lobby THB Brown)?

La risposta è semplice, anche se non piacerà a tutti. La verità è che chiunque abbia avuto la malsana idea di fare delle canzoni la propria principale fonte di reddito è afflitto da una sensibilità più spiccata delle media, ed è proprio quella sensibilità ad essere attirata inesorabilmente nell’orbita della personalità magnetica di Rosa Chemical. “Sarò Luce”, promette a sè stesso Rosa in “Paradiso”, il brano di chiusura, ed è da quella luce che i suoi sodali e le fila dei suoi fan sono attratti, proprio come falene che ambiscono a fondersi con uno splendore abbacinante che li consuma.

É la visione, cari lettori. La visione di Rosa è la sorgente luminosa che irradia tutto ciò che produce (dai suoi graffiti, al merch che disegna da solo, fino al suo disco), delineando le prospettive e i contrasti dell’intero quadro. Questa è l’arma segreta di Rosa, il motivo per cui questo album è destinato a lasciare un segno (probabilmente nelle classifiche, di sicuro nel cuore di molti). Forse, in una prospettiva critica, è anche il suo maggior limite.

Perchè se un difetto bisogna pur trovarlo in “Forever”, forse è proprio questo. Per quanto amalgamati, tutti i colori nella tavolozza di questo smooth criminal finiscono per virare rapidamente al rosa, per ribadire con strumenti diversi lo stesso concetto. Può essere che in certi casi la veemenza diventi pedanteria. Dopotutto esiste una linea sottile che divide il camp e il kitsch, e questa riga il quasi straight edge Rosa Chemical se l’è pippata intera. Insomma, oltre una certa soglia di saturazione l’emotività si fa melensa, come il nostro dovrebbe aver imparato dai My Chemical Romance che lo hanno tenuto a battesimo.

Lo si potrebbe chiamare poser dunque, lo si potrebbe chiamare tryhard. Ma per farlo bisognerebbe ignorare che sotto quella zazzera platinata, Franco ha gli occhi grandi di chi ha osservato il mondo in un silenzio coatto troppo a lungo, abbastanza da aver imparato che uno come lui non ha altre chance di farcela se non quella di crederci duro, anche a costo di innamorarsi della sua stessa posa.

Per questo motivo, anche se sembra ironico rivolgere un monito simile al Sesso Italiano in persona, questa recensione può concludersi con un consiglio rivolto direttamente al suo protagonista: continua a spingere, Franco. Spingi forte.

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Alberto Coletti

Alberto Coletti

Avvocato affetto da un'incontrollabile passione per il rap italiano. In questo mondo di numeri, sono finito a essere il Numero 2 di Chiamarsi MC. E sarà solo Dio a giudicarmi per questo.

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