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Re Mida: Lazza non ha ancora fatto il passo decisivo

Il 1° marzo Lazza ha pubblicato Re Mida, il suo secondo disco ufficiale dopo Zzala del 2017.

Il 1° marzo è uscito Re Mida, il secondo disco ufficiale di Lazza giunto due anni dopo il precedente Zzala. Il disco è stato anticipato da tre singoli: Porto Cervo, Gucci Ski Mask (featuring Guè Pequeno) e Netflix. Così come in Zzala, le produzioni sono state affidate a Low Kidd anche se in diverse strumentali vi è anche la mano dello stesso rapper milanese.

L’idea dietro al disco è abbastanza chiara, così come re Mida trasformava tutto ciò che toccava in oro, allo stesso modo Lazza tramuta qualsiasi cosa rappi in qualcosa di prezioso. Ovviamente questo porta ad un disco in cui l’autocelebrazione è un elemento cardine, una costante nella discografia del rapper, ma non l’unico. Abbiamo infatti anche momenti riflessivi, con flashback al proprio passato e ai sogni di un ragazzo poi divenuti (o un procinto di divenire) realtà. Per esempio, in una traccia come Netflix in cui si identifica ai diamanti più puri in circolazione (“Sto splendendo VVS1”) c’è spazio anche per una rapida tappa nell’adolescenza in cui il successo con la musica non era altro che una speranza in cui credere fortemente (“Andavo a scuola, zaino vuoto senza quaderno/ Farò il botto come Bruce Willis in Armageddon”).

Uno dei punti che più risaltano nel disco è l’universo di riferimenti culturali che plasmano il mondo, anche musicale, di Lazza. Si passa, senza filtri, da Chopin (piccolo parallelo con Zzala: questo disco si apre con Per Sempre, traccia in cui Lazza chiede di suonare opere del compositore polacco in caso di morte, il disco precedente si apriva con Overture in cui il milanese suonava al pianoforte il Notturno composto dallo stesso Chopin) ai Club Dogo (anche qui non è la prima volta, la traccia Puro Bogotà citata in Morto Mai era stata un riferimento anche per Houdini, contenuta nel disco Pezzi di The Night Skinny), da riferimenti cinematografici (su tutti spiccano quelli multipli a L’Odio di Mathieu Kassovitz) a artistici in senso più stretto (sempre in Morto Mai viene citato il pittore Amedeo Modigliani) passando per citazioni della cultura popolare (come il mondo fumettistico che troviamo in Superman ma anche in 24H in cui si paragona a Mr. Fantastic).

Riguardo al mondo citazionistico non ci si può limitare ai soli testi dato che vi sono elementi che ricordano canzoni di altri artisti: dall’esplicita citazione in Netflix a In My Feelings di Drake ad altre magari meno ovvie. Per esempio, in 2 Cellulari si può cogliere un abbastanza forte influsso di Il Fabbricante di Chiavi di Tedua. Alcune parti hanno sollevato accuse di plagio per questa cosa ma non sarebbe un po’ stupido plagiare una canzone contenuta in uno dei dischi di maggiore successo della scorsa annata realizzato, poi, da un artista che compare come feat in questo stesso disco? Discorso simile potremmo fare per Povero Te (pezzo che Lazza stesso ha definito come il preferito del progetto) in cui viene ripreso il flow di Another One di Tory Lanez: la citazione è talmente evidente, riprendendo pure le sporche, che sarebbe difficile prenderla diversamente da un omaggio all’artista canadese.

Continuando con i punti di forza, non si possono non citare i feat che rappresentano una netta inversione di tendenza rispetto al lavoro precedente (in cui vi era solo una traccia collaborativa). In questo disco abbiamo i feat, in ordine di apparizione, di Fabri Fibra (Box Logo, seconda collaborazione fra i due dopo il remix di Lario), Izi (Cazal), Tedua (Catrame), Luchè (Iside), il già citato Guè (Gucci Ski Mask), Giaime e lo spagnolo Kaydy Cain (Netflix remix). Quasi tutte le collaborazioni si rivelano capaci di donare qualcosa in più al progetto. Le uniche due che mi sembrano convincere appieno sono le strofe di Fibra e quella di Kaydy Cain.

Passando ai punti deboli, appare chiaro come l’obiettivo del disco sia quello di creare delle hit, tutti pezzi in grado di entrare nelle menti di chi ascolta. Attenzione, non ci troviamo di fronte a una plasticata, ma tutto ciò non suscita la voglia di riascoltare il disco. Ci si limita, più che altro, a sentire i pezzi singoli che, comunque, sono di buon livello.

Altro punto dolente si son rivelate le strumentali. Per quanto la qualità delle produzioni alle quali ci abbiano abituato Kidd e Lazza come produttori sia ottimale,  il tappetto sonoro a tratti appare monotono, e, anche laddove sono state inseriti elementi di variazione (si pensi a Porto Cervo o Netflix), quella sensazione di monotonia è rimasta. Il discorso è simile a quello del punto precedente, dato che parliamo comunque di produzioni valide, forse il problema sta nel prodotto totale. A proposito della base di Netflix (una delle tracce trascinatrici del disco) non si può negare il fascino maggiore della versione al pianoforte del video ufficiale. Ci sentiamo di fare un appello: Lazza, fai un disco tutto al piano!

Per concludere, forse la sensazione di parziale delusione è da individuare nella percezione che Lazza non si sia evoluto in questi due anni. Re Mida non è un passo avanti rispetto a Zzala, così come non è nemmeno un passo indietro. Il rapper milanese sembra essersi mantenuto sullo stesso livello, senza migliorare, presentando quindi un disco gradevole all’ascolto ma che non rappresenta la svolta definitiva. Possiamo ricorrere a un’analogia calcistica: in questo momento Lazza è Higuain, giocatore fortissimo che però non ha fatto il salto di qualità definitivo da renderlo letale anche nelle partite più importanti. A differenza del Pipita, Lazza ha ancora i margini di crescita per fare la consacrazione definitiva, che non si trova in Re Mida.

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Matteo Merletti

Sono Matteo, ho 23 anni. Se non vi piace ciò che scrivo offritemi un gin tonic e ne parliamo.

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