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Anonima Sequestri di Lil Pin e Gionni Gioielli: barre e sample da banditismo sardo

Dopo un 2018 chiuso col botto, con ben due album all’attivo, Gionni Gioelli è tornato con un altro prodotto conforme alla wave del “Make Rap Great Again”, Anonima Sequestri, concept album pubblicato in concerto con Lil Pin.

Il 2018 di Gioielli si era chiuso con la pubblicazione di due album, uno da solista, Young Bettino story (YBS) ,  e l’altro, Moma, con Blo/B. L’anno nuovo non ha cambiato le intenzioni del rapper veneto, più motivato che mai dopo essere tornato da un periodo di pausa discretamente lungo, che ha pubblicato un altro album, Anonima sequestri, in cui ha collaborato nuovamente con il rapper sardo, Lil Pin.

Esattamente come i due considerati in precedenza, questo lavoro è ascrivibile all’interno del movimento del “Make rap great again” iniziata con YBS prendendo spunto dalla Griselda Records. L’obiettivo di Gioielli è ancora una volta quello di realizzare un’opera caratterizzata dalla sovrapposizione dei brani a un immaginario storico-culturale, partendo dalla prima fino ad arrivare all’ultima traccia. Non tragga d’inganno il titolo e il concept storico che fanno da padroni; come evidenziato già ai tempi di Young Bettino Story, il fine ultimo non è parlare di politica, né d’arte né tantomeno fare gli Alberto Angela dell’hip hop. Il centro di gravità del progetto è sempre il rap, un rap che non ostenta il proprio contenuto anzi rivendica la passione per la forma, mentre il concept è il calderone di citazioni, riferimenti, metafore e parallelismi che vengono deliberatamente disseminati nell’esecuzione dell’album.
Il disco è un viaggio all’interno della tradizione sarda, grazie alle liriche taglienti di Pin e l’apporto dei vari featuring, tra cui figura un pilastro del rap sardo, Ibo Montecarlo. L’ascoltatore è catapultato in un mondo fatto di consuetudini, sangue e violenza, sia verbale, per le punchlines degli artisti, sia fisica, rievocando alcuni degli episodi più sanguinari e crudi della storia della Sardegna.

E nessuno meglio di Lil Pin, con il suo amore per le punchlines, poteva aiutare Gioielli a creare un’atmosfera cupa e reale, caratterizzate da immagini esplicite e vivide. Il disco richiama la più grande organizzazione criminale in Sardegna, l’Anonima Sequestri, i suoi codici di condotta, Codice barbaricino, i suoi protagonisti, Attilio Cubeddu e Matteo Boe tra gli altri, e delle sue vicende, La Battaglia di Osposidda, per produrre una tagliente critica al conformismo, ai rapper moderni, accusati di essere tutti uguali e molto bravi a parole ma fumosi quando si parla di fare le cose davvero.

Questa linea di pensiero emerge chiaramente già dalla prima traccia, Beni benus in Sardinia, dove Pin, su un beat cupo a cui è affidato il compito di introdurre l’ascoltatore nel mondo in cui sta per essere proiettato, afferma : “Per fare strada non faccio l’amico di tutti, chi piace a tutti è Gandhi, pace a tutti” oppure nella seconda traccia del disco dove Pin senza usare mezzi termini esordisce con un sontuoso ” Lo senti l’eco? (doo doo doo) E’ il cazzo che me ne frega della cazzo di scena“.

Lo stile unico di Pin si sposa alla perfezione con l’essenza dell’Anonima Sequestri. Così come l’organizzazione criminale Sarda è sempre rimasta autonoma e distaccata dalle altre organizzazioni criminali, salvo rari casi, anche Pin, con il suo stile caratterizzato da ripetizioni continue, non è paragonabile a nessun altro rapper della scena.

Il rapper sardo infatti utilizza uno stile fatto dall’impiego ripetuto di una medesima parola, utilizzandola in tutti i suoi significati ed evocando di volta in volta immagini differenti pur utilizzando lo stesso termine più volte, operando secondo schemi non convenzionali, esattamente come la nota organizzazione criminale.

La prima traccia svolge un ruolo di transizione fondamentale, dando il benvenuto all’ascoltatore nel mondo in cui sta per essere proiettato. Con il suo beat greve realizza alla perfezione il concept del disco, unire l’approccio storico tipico di Gioielli, evidente nei due lavori precedenti, con le origini di Pin, per ripercorrere nel modo più esplicito e vero  possibile le vicende principali della Sardegna del banditismo.

L’ascoltatore è introdotto in un mondo oscuro e pieno di misteri, quello dell’organizzazione criminale più criptica della storia dell’Isola. Il risultato è raggiunto anche grazie ai vari cuts in cui la voce del narratore racconta la vicenda in questione, nello specifico questa traccia tratta del codice barbaricino e della vendetta come mezzo per riottenere l’onore perso agli occhi della società, spesso stimolata dalle donne come “retribuzione” del danno subito dalla propria famiglia.

Questo codice veniva tramandato oralmente di generazione in generazione e rappresentava il codice di condotta a cui tutti dovevano uniformarsi, non solo i banditi. Il nome è una conseguenza del luogo dove si è diffuso, la Barbagia. Il concetto principale su cui verte è la già citata vendetta come mezzo per recuperare la dignità perduta e l’onore offeso. Il codice è diviso in 23 articoli a seconda che le disposizioni trattino dei principi generali, delle offese o della misura delle vendetta. Il nucleo principale è come qualunque tipo di offesa, compreso l’omicidio (triplice) di un parente citato nella prima traccia, tolga prestigio ed onore alla famiglia che l’ha subito.

L’unico modo per espiare la vergogna è quello di commettere un fatto di eguale misura per riacquistare l’onore agli occhi della comunità. Un sistema certamente superato, ma che in alcune zone della Sardegna centrale è ancora radicato nella mente della popolazione che a volte “giustifica” pratiche di questo genere come veicolo per riconquistare la dignità perduta nell’abito di faide familiari.

Subito dopo il benvenuto si entra nel vivo dell’azione, in cui viene presentato all’ascoltatore uno degli episodi più violenti della storia della Sardegna, la battaglia di Osposidda. Questa battaglia, evocata perfettamente dalla voce del narratore, dal suono della chitarra e della batteria unita alle liriche crude di Pin e Blo/b, avvenne il 18 Gennaio 1985 tra i sequestratori di Tonino Caggiari, imprenditore olianese, e le forze dell’ordine.

Il bollettino di guerra è impressionate, 4 vittime tra i sequestratori tra cui Giuseppe Mesina e un esponente delle forze dell’ordine, il sovrintendente Vincenzo Marongiu. Al termine della battaglia le salme dei sequestratori furono trasportate da camionette della polizia, suscitando scalpore tra la popolazione poiché quella pratica era solitamente utilizzata per l’esibizione delle salme dei cinghiali come trofei di caccia. A distanza di anni fu la polizia stessa ad ammettere l’errore.

Questa battaglia fu importante anche per un altro motivo, furono proprio gli abitanti della zona ad indicare alle forze dell’ordine l’ubicazione dell’imprenditore olianese, permettendo di salvarlo e riscattando la popolazione dalle accuse di omertà e di tacita convivenza con l’organizzazione criminale.

Veniamo ora al nucelo centrale del disco, i protagonisti di queste vicende. Entrano quindi in scena gli altri ospiti del disco. Le tracce sono dedicate a Attilio Cubeddu, traccia in cui fa il suo ingresso anche G.Gioielli, Graziano Mesina, Matteo Boe, Mesina e Attinenza, ft. E-Green e all’hotel Supramonte, ft Ibo Montecarlo.

Analizzare le tracce una per una sarebbe sicuramente pedante, perciò mi limiterò a definirne i temi principali e a fare alcune considerazioni su di essi e sulle tracce ad esse connesse.

Il primo, seguendo l’ordine del disco, è Attilio Cubeddu, considerato uno dei più pericolosi latitanti ancora in circolazione. La voce del narratore dice che fu l’ultimo criminale che fece parte dell’Anonima sequestri ancora in libertà. Fu arrestato nel 1981 in seguito a sequestri di persona effettuati in Emilia-Romagna e Toscana, e condannato a 30 anni di carcere. In prigione si comportò da detenuto modello, ottenendo numerosi permessi premio, da uno di questi non è più tornato.

In questo pezzo sia Pin che Gioielli mettono ancora una volta in mostra la loro attitudine a fare quello che vogliono, a non uniformarsi ad una scena che non li rappresenta, discostandosi con rime politicamente scorrette, taglienti ma anche divertenti. Continua la saga della cugina della riserva del Milan, una voce distorta annuncia “Abbiamo rapito la cugina della riserva del Milan“, consiglio l’ascolto per approfondire una vicenda che ha tenuto tutti i fan di Gioielli con il fiato sospeso.

Le altre due tracce dedicate ai protagonisti delle vicende dell’Anonima sequestri portano i nomi di Graziano Mesina, Miguel “Atienza” e Matteo Boe. Mesina, già autore di numerosi reati nell’età adolescenziale, è famoso per le sue numerose evasioni dal carcere, la più famosa delle quali avvenuta proprio insieme al suo braccio destro, Miguel Atienza, disertore della Legione Straniera, dal carcere di Sassari. Ha anche avuto un ruolo importante, fece infatti da mediatore, per la liberazione del piccolo Farouk Kassam. Boe invece è l’unico ad essere fuggito dal carcere dell’Asinara, a nord di Stintino, considerato una specie di Alcatraz.

In ognuna di esse emerge l’attitudine a fare punchline di Pin, caratteristica che l’ha accompagnato non solo in questo disco, ma per tutta la carriera. Ogni parola ha il peso di un macigno e permette all’ascoltatore di immedesimarsi perfettamente nell’attitudine dei banditi e di comprendere l’immaginario collettivo che dominava incontrastato in Sardegna al tempo dei fatti narrati. Pin riesce ad esprimere il sentimento di appartenenza tipico dei sardi anche per quanto riguarda un argomento così delicato. Non mancano rime politicamente scorrette unite all’orgoglio di appartenere al popolo di cui fa parte: “Odio le soffiate, Soffiantini/ Amu su Casteddu come Grazianeddu / Amo (QSE), Amo su Casteddu /Ti taglio l’orecchio, Farina Cubeddu“. Non è di certo una novità questa, se cercavate il politically correct non solo avete sbagliato disco, avete proprio sbagliato artisti.

Prima di passare ad analizzare la parte relativa alle produzioni, volevo fare una precisazione sulla sesta traccia del disco, Hotel Supramonte.

Questo pezzo è un palese richiamo all’omonima traccia di Fabrizio De Andrè e alla vicenda del rapimento suo e di sua moglie nel 1979. Il Supramonte è stato il luogo dove si sono svolte la maggior parte delle attività criminali dell’Anonima Sequestri e Pin in questo pezzo ha voluto al suo fianco uno dei principali esponenti della scena Cagliaritana, Ibo Montecarlo. Il pezzo, già abbastanza politicamente scorretto solo con il titolo, è estremizzato da una barra di Pin sul già citato sequestro di Farouk Kassam, al quale i rapitori avevano tagliato la parte superiore dell’orecchio.

Il pezzo, decisamente più rock di quelli precedenti, è composto da un beat variante, in cui compare un assolo di chitarra, e da un cambiamento delle sonorità nel finale con la strofa di PayMe! che si chiude con un evocativo e lapalissiano: “Non esiste vecchia scuola oppure nuova scuola, esiste la musica di merda e quella buona“, concetto fondamentale nel manifesto MRGA.

A realizzare l’opera che gli autori del disco si sono prefissati, concorrono anche le grafiche utilizzate per rappresentare le tracce. Ogni illustrazione è opera di Blo/B e presenta qualche Easter egg, che un occhio attento non può non cogliere, ne è un esempio il testo della canzone di De Andrè nella grafica di Hotel Supramonte.

A differenza dei dischi precedenti, in questo Gioielli si concentra soprattutto sull’aspetto della produzione. Infatti una sua strofa è presente solo in una traccia del disco, mentre il suo tocco è evidentissimo in ogni strumentale. Comparando i tre dischi targati MRGA, nonostante siano tutti diversi anche se strettamente correlati, questo sembra sicuramente il lavoro più maturo.

Certo è che Pin e Blo/B sono artisti decisamente diversi, ma Gioielli è stato fenomenale a cucire attorno agli artisti il beat perfetto sia in relazione alle caratteristiche degli interpreti, sia per quanto riguarda l’atmosfera complessiva, che ogni singolo pezzo concorre a creare. Un disco breve, conciso ma decisamente riuscito.

In Anonima sequestri viene realizzata la definizione di concept album. Un Disco che ascoltato dall’inizio alla fine, senza saltare tracce, ha un filo conduttore che lega tutte le tracce, nell’ambito del quale i singoli pezzi si configurano come mattoni per la costruzione di un muro, idealmente rappresentato dalla tradizione sarda.

Il disco è estremamente vario, ogni pezzo suona come dovrebbe con variazioni anche all’interno dello stesso pezzo, ne sono un esempio la variazione sull’attacco di E-Green in Mesina ed Atienza oppure il già citato assolo di chitarra in Hotel Supramonte, che valorizza ancora di più una splendida chiusura di Ibo Montecarlo. La differenza più evidente però si può riscontrare analizzando separatamente la prima e l’ultima traccia del disco, che rispettivamente aprono e chiudono il ciclo. In Beni Benius in Sardigna il beat è cupo, perfetto per evocare nell’ascoltatore le emozioni suscitate dai cruenti fatti dell’Anonima Sequestri. L’ultimo pezzo invece, Faber e Dori è caratterizzato da un mood più delicato, con una chitarra e un piano e si chiude con una voce di donna che spezza dall’immaginario collettivo di violenza riscontrabile per tutto il disco.

Lavorare su prodotti così compatti permettere di analizzare le produzione su due piani differenti, la singola traccia e l’opera nel complesso. Gioielli, nel collaborare con i vari artisti, pensa al beat che meglio rispecchi l’esigenza riscontrata al momento, modificando anche strofe edite. Addirittura, per sua stessa ammissione, uno dei beat dell’album è stato aggiunto dopo che Pin aveva registrato la strofa, dato che inizialmente era previsto per De Chirico di Blo/B, a testimoniare ancora una volta come, nonostante siano prodotti distinti, sono tutti ascrivibili nel medesimo modo di vedere e fare musica.

L’obiettivo dietro a questo progetto sembra pienamente raggiunto grazie a tutti gli elementi che concorrono a creare un prodotto omogeneo e che tiene l’ascoltatore incollato alle cuffie dalla prima all’ultima traccia. Gioielli, come ha affermato più volte, non mira a portare evoluzione o a legittimare quello che fa. Lo fa per divertirsi, e soprattutto fare quello che gli piace da sempre: il rap, meglio se sporco, brutto e cattivo. Dopo un 2018 chiuso con il botto e un 2019 iniziato allo stesso modo, vediamo cosa l’anno nuovo riserverà per il rapper e producer veneto, che di stare con le mani in mano non sembra proprio volerne sapere.

 

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Christian Mandile

Milanese d'adozione ma con il cuore rivolto alla mia CA, ero un ragazzo normale ma poi "il rap mi ha rapito e su di me ha fatto sindrome di Stoccolma"

Comment

  • Iacu Costantinu Porcu

    Ottimo articolo,

    Bravus ses istetiu.
    Ti potzu nài ca sa sa parti innoi fueddas de su codixi barbaricinu m’est pracia, meda.
    Aciungu ca custa manera de biviri sa vida fut uguali in totu sa Sardìnnia. Deu po ti ddu intendu de aintru sa règula de “respetu de sa familia e de totus is carus ca teneus acanta”. S’onori benit apustis e puru cussu po mei ballit oru. No est unu giocu, e no pentzu nimancu ca siat sbaliau. In cuddu tempus s’estremitzatzioni de su codixi d’at fatu mudai in d’una cosa legia.

    Pentzu ca is valoris, in meda logus ant perdiu de sentidu, e ddu su seus perdendi nosu puru, ma funt de importu po cresciri cun sa stima de sa Terra, sa nosta, bella e manna.
    Cuntra s’estremu ma diacordiu cun sa educatzioni civica e morali. Cussu est arreconota universalmenti. No andat scaresciu

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