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The Big Day: la gioia di Chance the Rapper non convince

Lo scorso 26 Luglio Chance The Rapper ha rilasciato il suo album d’esordio The Big Day: un progetto tanto impegnato quanto carico di perplessità.

Annunciato la settimana prima, le aspettative verso The Big Day erano alte, complice anche il rilascio a scoppio ritardato di qualche ora nel giorno dell’uscita.

The Big Day è un disco gioioso, carico delle spiritualità e positività peculiari di un matrimonio. Una pioggia di coriandoli scintillanti che celebra la bellezza dell’amore, della vita, un inno alla joie de vivre, sicuramente stimolata dalla recente unione del rapper di Chicago con la moglie. Come un matrimonio, viene subito alla luce la cura, la programmazione e la volontà di fare qualcosa di importante; Chancelor, infatti, ha chiamato numerosi collaboratori di caratura non indifferente: Justin Vernon, Nicki Minaj, John Legend, Timbaland, Gucci Mane e Ben Gibbard del gruppo indie Death Cab for Cutie.

I matrimoni, per gli invitati, possono essere di due categorie: o una festa radiosa e coinvolgente o, al contrario, un goffo evento di auto-celebrazione che mette a costante disagio gli invitati. Il progetto di Chance pende più nella seconda direzione. Innanzitutto, The Big Day ha una lunga durata: ventidue tracce che si snodano per un’ora e venti e che lasciano presagire una sincera ambizione e audacia. La lunghezza di un album può essere un valore aggiunto se e solo se i brani riescono a formare un concept coerente, variegato e che stimoli costantemente l’ascoltatore. In caso contrario, può solo affossare definitivamente un progetto già di per sé zoppicante. In The Big Day, purtroppo la lunghezza dell’album non gioca a favore del progetto. Chance sperimenta ma non troppo, cambia ma non in maniera sufficientemente coraggiosa, e il risultato è un album che intraprende molte direzioni senza trovare un’identità propria. Il progetto del rapper di Chicago pecca di ripetitività, esce solo parzialmente dalla propria comfort zone e non si nota un distacco così netto coi suoi lavori iniziali.

Ridondante in alcuni tratti, completamente disorganico in altri, l’album manca di quella componente olistica fondamentale per la propria coerenza e struttura. La resa finale è un progetto confusionario, di cui si afferra stentatamente la bigger picture e che restituisce in minima parte il potenziale espresso nei mixtape Acid Rap e Coloring Book. In ogni caso, i pezzi memorabili non mancano: Big Fish, in collaborazione con Gucci Mane, è un bel ritratto degli effetti della fama. In aggiunta, una parte consistente delle produzioni, a cavallo tra rap e r’n’b strizzando l’occhio al gospel, supera la prova del nove.

“Perché scrivi solo cose tristi?” “Perché quando sono felice, esco.” affermava Luigi Tenco. Forse la debolezza di The Big Day è proprio questa: un prodotto molto studiato, curato ed impegnato, ma poco spontaneo nella sua essenza. Narrare la felicità è decisamente più complicato e rischioso dello sfogare il proprio lato più cupo e depresso. Amplificarla più del necessario sfidando l’ascoltatore è un’impresa ancora più intricata. La speranza è di non entrare in una definitiva fase di “I miss the old Chance”.

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