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Lil Baby è più duro che mai

È l’ora di fare sul serio per Lil Baby, il ventiquattrenne di Atlanta. E dal suo primo disco, Harder Than Ever, non si poteva chiedere di meglio.

Cosa succede quando unisci un passato da spacciatore iniziato a 15 anni nel mezzo di Atlanta a due anni in prigione ed un talento da rapper innato? Il risultato del mix sono la rabbia e la voglia di riscatto che aggrediscono l’ascoltatore nel primo disco ufficiale di Lil Baby, Harder than ever.

Dopo aver pubblicato la bellezza di 4 (QUATTRO!) mixtape nel corso del 2017, il disco di debutto del rapper della Georgia centra in pieno l’obiettivo che ogni primo album dovrebbe prefissarsi: dimostrare cosa l’artista ha da proporre di nuovo al gioco e perché valga la pena ascoltarlo.

Troppo spesso oggigiorno, infatti, c’è l’impressione che l’urgenza per le nuove leve sia di rilasciare un progetto ufficiale il prima possibile senza preoccuparsi dell’effettiva attenzione datagli, con la conseguenza di una differenza sempre più sfumata tra mixtape, di cui ormai la grande maggioranza è composta esclusivamente da basi inedite, e veri e propri dischi. Questa ossessione di arrivare sotto i riflettori senza chiare idee porta fin troppo spesso a flop clamorosi, con riscontri di vendite e critica deludenti e un impatto sulla scena poco duraturo e decisamente non incisivo.

Lil Baby ha invece provato di avere un disegno chiaro in testa. Dopo i lavori dello scorso anno e i numerosi singoli che hanno raggiunto posizioni di rilievo nella classifica Billboard, il progetto non ha deluso.

La linea musicale e artistica sviluppata nel corso del 2017 in virtù delle numerose pubblicazioni ha fatto sì che al momento del debutto la carne al fuoco fosse molta. Già prima del rilascio del disco l’hype creatosi era molto: amico di lunga data di Young Thug e portato alla ribalta dalla nota Quality Control, forte del singolo in collaborazione con Drake, pochi erano i dubbi su un artista che era destinato a fare successo.

Il disco si muove prevalentemente intorno al successo dell’artista e al rapporto con il successo tra soldi e consapevolezza della propria provenienza, come tipico del mondo trap. Tra versi ora sul controllo dello spaccio ad Atlanta, ora sulla quantità inusuale di donne con cui ha rapporti sessuali, la tecnica si avvicina decisamente a quella del socio Young Thug, con un mumble rap molto musicale che, approfittando dell’uso intensivo di autotune, costruisce linee sonore che si abbinano perfettamente alle strumentali.

La stesura dei testi costituisce un elemento fondamentale nel contesto, permettendo che la voce accompagni armonicamente le produzioni. Allo stesso modo, i testi molto aggressivi nel tono e nelle tematiche riescono a trasmettere rabbia e voglia di rivalsa proprio in virtù delle basi, definendo l’anima di un disco dai suoni cupi e oppressivi, esattamente come il cielo di Atlanta.

Le strumentali, affidate in parte a nomi grossi come SouthsideLondon On The Track, ma per la maggiore condotte dal nome di fiducia di Lil Baby Quay Global, indicano il vero punto di forza del disco, scostandosi dal resto della produzione americana del genere negli ultimi due anni. Nonostante mantenendone gli elementi chiave, è infatti chiaro che la direzione presa dalle nuove leve della stessa capitale della trap sia nuova e diversa, muovendosi verso suoni più sperimentali, con basi la cui complessità tende a perdere di importanza.

Se appena lo scorso anno le produzioni rappresentavano tutto ciò che potesse essere considerato della trap alla ribalta, per lo meno dal pubblico mainstream, ora essa copre un semplice ruolo di sottofondo ed è responsabilità dell’artista essere in grado di riempire la canzone. I sample minimali accompagnati da hi-hats quasi onnipresenti e bassi distorti e potenziati stanno lentamente diventando una costante del genere, come visto in progetti di rilievo quali il recente Culture II, ma è solo grazie alle nuove generazione che stanno realmente rivoluzionando un genere che di fatto stava già invecchiando.

Lil Baby live ad Albany, in Georgia

Ed è in questa chiave che va interpretato il disco e osservato l’artista: la combinazione dei testi e delle strumentali ottengono il perfetto risultato di concentrare tutta l’attenzione sulla fame e voglia di vincere dell’artista, donandogli una chiara identità nel contesto di una scena trap oramai inflazionata che non ha problemi a dimostrarsi senza pietà per giovani più anonimi.

La prova del fuoco Lil Baby l’ha passata a pieni voti; nonostante ciò, la strada è ancora in salita. Un disco di successo, che per altro ha debuttato al terzo posto della classifica Billboard 200, non è sufficiente a dimostrare l’inizio di una carriera duratura. Dopo meno di due anni di produzioni, lo sguardo è rivolto al futuro che, mettendo alla prova le abilità del rapper, determinerà senza dubbio se si tratti di una meteora o della next big thing.


Matteo Pozzi

Ho 17 anni, mi piacciono il rap, i soldi e la pizza.

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