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La Dolce Vita di Danien & Theo è molto più di un disco per l’estate

Martedì scorso eravamo al listening party de La Dolce Vita, primo album in studio del duo Danien & Theo. Un disco leggero, estivo, che nasconde dietro le impressioni di superficie una natura tutta da sviscerare.

È difficile competere nel momento storico attuale della musica rap in Italia. Serve innanzitutto una notevole abilità (e investimento) promozionale e un quanto di diversità che renda il proprio disco abbastanza originale da catturare l’attenzione.
La Dolce Vita di Danien & Theo ci riesce, eccome; si prepara addirittura a diventare uno dei dischi dell’estate, aiutato dalle tempistiche (dopo Luché difficilmente usciranno altri dischi nel panorama mainstream, almeno fino a settembre) e dalla natura del progetto.

Danien & Theo non hanno mai avuto problemi a proporre la propria musica, riuscendo in pochissimo tempo ad attirare il pubblico e conformare la propria identità tramite un certosino lavoro d’immagine.
Ciò che però ha permesso loro di fare il salto di qualità è stata l’intelligenza di giocare su quelle che sono le barriere, fluide più che mai, del genere rap.

Siamo tutti d’accordo che il rap così come Dio l’inventò è un tipo di canto dove a creare la musicalità è l’accumulazione di rime, di figure di suono, non certo l’intonazione canora, ma è pur vero che 40 anni dopo la definizione dei canoni è sempre più sottile.
Dai primi flow melodici della West Coast a Post Malone, passando per l’utilizzo ormai canonizzato dell’autotune, il rap nella sua natura onnivora ha comprato persino la licenza di cantare.
E chi sa cantare, per davvero, riesce a fare quello che un bacchettone riterrebbe pop pur rimanendo dentro i confini della scena hip hop.
Questo perché nel 2018 il segmento di pubblico dominante è il teenager che non segue più un genere come insieme di artisti, segue una scena come classe di individui, dove i rapporti modellano la geografia del genere, lasciando fuori entità pertinenti e accogliendo ibridazioni che un’analisi decontestualizzata metterebbe più fuori che dentro.
In America, Post Malone è a tutti gli effetti considerato un membro della scena hip hop, in Italia abbiamo Danien & Theo.

Il loro primo album in studio cela dietro la superficiale immagine di “disco orecchiabile con poche pretese” molti più spunti di quanto si possa immaginare, risultando non un disco perfetto in termini assoluti ma centrando ogni pretesa e obiettivo preposto. 

La copertina digitale dell’album, ispirata alle opere di Klimt

La Dolce Vita è il risultato di un’evoluzione musicale partita da lontano, ma veramente lontano: i due erano membri degli Upon This Dawning, band heavy metal con alle spalle diversi tour in America.

L’album uscito venerdì concilia tanti piccoli pezzi di musica, e per metterli in ordine serve conoscere la loro progressione artistica. Nel disco, poggiato su un mood estivo, californiano, si fondono in maniera inedita l’esperienza metal e la parentesi trap che precede La Dolce Vita, una fusione che anima sia la parte musicale sia quella squisitamente concettuale.
Il terreno comune è la figura della rockstar, un tema tanto caro a rocker e rapper, e la vita spericolata che porta con sé. Il vissuto metallaro (on the road nell’accezione più cara a Kerouac) viene fuori quando i ragazzi ti parlano di un tour con la band, quando l’impostazione vocale dei due è ampiamente sopra la media, quando metà del comparto percussionistico presente nel disco è una batteria rock microfonata in studio. La trap ha il sopravvento nel linguaggio, nell’immagine, nelle percussioni additive e nei bassoni 808 che si mescolano con le batterie registrate in studio.

La loro bulimica necessità di riempire di influenze il disco non risulta mai cacofonica o campata per aria. Campioni latineggianti, strumenti live, sintetizzatori e percussioni programmate sono mixati con estrema sapienza, meriti da riconoscere a Danien e Sigi Gourmet, DJ ufficiale della band, che hanno curato le strumentali de La Dolce Vita.
Un disco leggero che nasconde uno studio musicale tutt’altro che banale, lontano dall’effetto-plastica di molte produzioni odierne.

Il concetto di fusione si ripresenta sul messaggio del disco, equamente diviso tra lusso e relazioni tossiche, sesso e malinconia, ricchezza e l’ancestrale paura di perdere tutto.

Persino gli equilibri interni, che prima vedevano Danien primeggiare su Theo in quasi tutti i brani, sembrano essersi stabilizzati su una parità di fatto. Theo, nel nome della sua brescianità, ha lavorato duro per colmare il gap percepito dal pubblico. Molti vedevano il duo come “Danien… e Theo”, ma l’opinione di tanti cambierà ascoltando brani come Rock ‘n Roll Queen, dove l’ex bassista degli UTD dà il suo meglio.

La Dolce Vita non difetta mai nel merito degli obiettivi che si pone, perché l’armonia che sussiste tra i brani sana ogni sbavatura stilistica o situazione gestibile diversamente.
Il loro percorso nel rap è zeppo di esperimenti poco riusciti, di manierismi per abituarsi al nuovo stile, di canzoni sottotono e poco ispirate. Ma è comunque un percorso di grande dignità, di perfezionamento e lavoro, che li ha condotti a un progetto musicalmente solido.

Nell’album non mancano gli episodi interamente pop, specie nella prima metà del disco, non mancano quelli dove a prevalere è il rap, ma la bellezza de La Dolce Vita sta nel suo camaleontismo, sfuggente da qualsiasi catalogazione stagna.
È un progetto che mette in crisi gli amanti degli scaffali, perché sarà difficile trovargli una collocazione adatta.
La maturità di Danien e Theo, visto il loro percorso, passa anche per questa volontà.
Giocare su quelle che sono le barriere, fluide più che mai, della musica urban e di amalgamare ogni influenza nel proprio stile.
La Dolce Vita va esattamente in questa direzione, ed è la direzione giusta.

 


Michelangelo Arrigoni

Michelangelo Arrigoni

Chi arriva ultimo è pirla.

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