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Il primo album (da rapper) di Low Kidd è un martello pneumatico

L’ennesima rivoluzione, o evoluzione, che sta attuandosi nel panorama trap italiano stavolta riguarda i producers, stanchi del loro ruolo statico e vogliosi di mettersi alla prova a 360 gradi nell’ambito musicale. Dopo Sick Luke infatti – il quale si sta cimentando in diversi singoli che produce e rappa in modo del tutto autonomo – ora è la volta di Low Kidd, producer della 333 Mob e protagonista di un vero e proprio disco prodotto e cantato da se stesso.

da sinistra: Lazza, Slait, Low Kidd, Zuno Mattia. Membri della 333 Mob

Al secolo Lorenzo Paolo Spinosa, Low Kidd affiora da un sottoscala lercio e crudo portando i suoni sporchi e martellanti che lo contraddistinguono da sempre e fondando il sopracitato collettivo assieme ad altri membri tra cui Slait e Lazza, riscontrando di fatto un enorme successo a livello nazionale.

Ma oggi non siamo qui per parlare del Mob, né tantomeno del passato di Low Kidd, bensì per analizzare il suo primo disco solista – 3 Indigo – dove non si limita solo a creare produzioni e beats come da copione, ma è lui stesso ad impugnare il microfono e cimentarsi in questo “nuovo” campo. Nuovo si fa per dire, dato che un produttore è inevitabilmente legato anche ai testi dei rapper, ma per la prima volta Kidd decide di accantonare colleghi e amici – presenti nel disco solo Lazza, Zuno Mattia e NTHNL333 – per dar prova delle sue abilità canore, per mettersi in gioco e per dimostrare che un vero artista è soprattutto multitasking, e spesso ricoprire sempre e solo un ruolo può risultare limitante e controproducente per se stesso.

Dunque, dopo il solito ed ormai collaudato hype nei mesi/settimane/giorni precedenti, il 1 giugno ha pubblicato 3 Indigo, il suo primo disco ufficiale composto in realtà quasi unicamente da freestyle pubblicati sul web anni fa, quando Kidd non gravitava nell’ambiente rap con l’attuale popolarità e credibilità, e poi prontamente rimossi per dar spazio alle sole produzioni senza contaminarne la natura con scheletri nell’armadio che puntualmente riemergono quando si ha successo.

Questo disco ha il sapore di un’autoterapia ha dichiarato spesso Low Kidd, il quale ci tiene a precisare svariate volte tramite i suoi canali social che: A) non scrive testi ma sono semplicemente flussi di coscienza dettati dalle sue esperienze e dalla vita condotta; B) non è affatto l’inizio di un nuovo percorso musicale, bensì una sorta di liberazione e di necessità che pulsava nell’animo dell’artista milanese di doversi mettere alla prova più con se stesso che con il resto della scena rap. D’altronde l’arte è mutamento, è sperimentazione, è capovolgimento delle certezze collaudate.

Instagram Stories dove Low Kidd specifica la natura di 3 Indigo

L’attitudine di 3 Indigo è chiara e precisa: rabbia, determinazione, trappate martellanti degne di Lil Pump ed uno storytelling del suo passato così sfocato ma difficile da dimenticare. Nel disco non c’è spazio per le smancerie – a parte l’amore per il 333 Mob esplicitamente ripetuto in quasi tutte le tracce – bensì Kidd si impegna a combinare produzioni terribilmente crude con testi altrettanto diretti ed espliciti, dove si lascia il passato alle spalle e giura fedeltà eterna agli unici amici veri che lo stanno accompagnando in questo cammino.

9 tracce per delineare la personalità e le abilità di Low Kidd, per raccontarsi e chiudere col passato, per dire chi era e cos’è diventato, per liberarsi di un peso portato dentro fin troppo tempo e dar vita ad una delle trovate più audaci degli ultimi tempi.

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Riccardo Rochira

Riccardo Rochira

Penso sia troppo presto per scrivere la mia biografia.

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