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NBA Youngboy non è ancora pronto al grande salto

Quello di NBA (acronimo di ‘Never Broke Again‘) Youngboy è spesso un nome che passa in sordina in un ambiente in cui è facile essere etichettato come “uno dei tanti” a vita, errata considerazione da cui artisti come lui, Lil Baby o il compagno Moneybagg Yo stanno tentando di distaccarsi con i fatti.

NBA Youngboy, come tanti suoi colleghi, non ha avuto un percorso di vita semplice: A soli 18 anni è già stato in carcere diverse volte (dove ha iniziato a scrivere le sue prime liriche) e come ogni rapper dal ghetto che si rispetti ha differenti figli con differenti madri di cui occuparsi. Da tutta la sofferenza interiore ed il passato con cui fare i conti nasce questo progetto, primo ufficiale del rapper della Louisiana con cui si presenta al grande pubblico nel modo più coinciso possibile; basta ascoltare l’introduzione della prima traccia del disco “Overdose” (in cui il rapper ammette e si pente dei suoi errori, specificando però che non è mai stato una brutta persona) per capire i presupposti di un progetto che vuole essere solo un continuo di una rivalsa iniziata con “AI Youngboy” e proseguita con “Fed Baby’s“.

Until death call my name” è un progetto abbastanza prevedibile, poiché perfettamente coerente e non così distante dalla precedente musica di NBA Youngboy; oltre al timbro vocale che talvolta viene confuso con quello di Quavo dei Migos (con cui NBA ha ben poco a che fare), si sente un’influenza della vecchia e della nuova scuola del southside in cui il rapper è nato e cresciuto (basti ascoltare il campionamento di “Tha Block is hot” di Lil Wayne nella traccia “Diamond teeth samurai“) e vi sono i classici flow melodici che personalmente ricollego all’altrettanto giovane rapper della Florida Kodak Black.
Il sound di Atlanta è quello che riconosciamo maggiormente ascoltando Until death call my name; nonostante le crack house c’entrino ben poco, il sound del disco viene dritto dalla Georgia di Gucci Mane e Peewee Longway. I featuring sono solo due, rendendo così NBA Youngboy l’unico vero protagonista del suo progetto, cosa quasi necessaria dopo il precedente mixtape in duo con Moneybagg Yo in cui il collega aveva per molti oscurato totalmente Youngboy.

Come il suo titolo, Until death call my name è un disco dalle mille sfaccettature, e c’è indubbiamente molta ambizione in questo progetto, che però non risulta sufficientemente avanti al precedente lavoro da solista, più vario  e ricco di emozioni di quest’ultimo, ma il confronto è più o meno alla pari; infatti il vero problema del primo album da solista di NBA Youngboy è che (nonostante l’indubbia qualità) non c’è un vero motivo per andare a riascoltarlo, non è il disco della svolta, semplicemente un buon lavoro che non delude i fan ma neanche li sorprende come aveva fatto un Travis Scott ai tempi di Rodeo o più appropriatamente uno Chief Keef con Finally Rich.

A NBA Youngboy indubbiamente non mancano le skills o lo stile, tanto meno le storie da raccontare o la musicalità; ciò che davvero gli manca è un progetto da level-up, qualcosa che faccia dire sia a fan che detrattori “wow” e possa portarlo un passo avanti a tutti gli altri giovani rapper di cui tra qualche anno ci saremo dimenticati. Purtroppo, non è stata il caso di questo progetto, che tutto sommato soddisfa ma ci riconsegna un NBA Youngboy non ancora pronto a fare il grande salto.

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Fabio Russo

Fabio Russo

Mi piace il rap coreano.

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