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Non possiamo continuare a giustificare Kanye West

Kanye West torna alla ribalta con il suo nuovo album Ye. L’ottava fatica di Yeezus è un lavoro di sole 7 tracce e dalla durata complessiva di ventitre minuti. Kanye viene dal periodo più turbolento della propria carriera e probabilmente della propria vita: in questo progetto affronta luci e ombre di questi ultimi mesi e del suo precario equilibrio mentale.
L’autoproclamato miglior artista di sempre ha di nuovo riscritto le regole del gioco?

Non è mai facile parlare di un disco di Kanye West. Vuoi per il gigantesco personaggio che è diventato negli anni, vuoi per l’aura leggendaria che permea ogni suo album, vuoi perché ogni lavoro puntualmente diventa un classico dopo la pioggia di critiche che tradizionalmente lo investe e non fa che riconfermarne la lungimiranza.
Mr.West è sempre stato passi avanti al Rap, innovando suoni e anticipando tendenze diventate poi quasi sistematiche in un industria che corre a un ritmo che non solo ha sempre sostenuto, ma probabilmente ha direzionato. L’etichetta “genio” è quasi diventata un sinonimo di questo artista capace più di ogni altro di spostare gli equilibri e mandare mischiare le carte a proprio piacimento.

Ma non è questo il caso. Ye è un disco nella media. Anzi, persino sottotono. E’ quasi un affronto affiancare questa parola a Kanye, ma difficilmente si può giustificare un lavoro che non solo non porta nulla di innovativo a una carriera straordinaria, ma segna addirittura un passo indietro.
E’ opportuno fare chiarezza sugli ultimi eventi che hanno condotto a questo progetto: dopo la discutibile affermazione a TMZ sulla schiavitù nera Kanye West si ritira nel Wyoming e riscrive il già annunciato LOVE EVERYONE da capo in un solo mese, senza alcuna intenzione di posticipare la data di rilascio fissata per il primo giugno. Non è una novità per Kanye arrivare alla deadline con ancora del lavoro da fare: nel 2013 Yeezus rischiò di non vedere la luce il giorno previsto per il suo lancio e nel 2016 arrivò addirittura a modificare il disco The Life Of Pablo dopo averlo pubblicato.

Questa volta però Kanye ha sopravvalutato il suo incredibile talento, o forse non gli è importato troppo del risultato. In questo disco, come nel predecessore The Life Of Pablo, è il caos a fare da padrone. Se tuttavia in TLOP questo caos veniva declinato attraverso un’interessante prospettiva di frammentazione delle innumerevoli personalità di West, Ye è solamente disordinato: non sono le tracce a mancare di qualità, è il progetto a mancare di anima.

I temi presentati sono senza dubbio interessanti: il suicidio, inteso in senso artistico e fisico, e la spiazzante ammissione di essere clinicamente bipolare trattati nella opening track I Thought About Killing You, la dipendenza da oppiacei in Yikes, il supporto della moglie Kim Kardashan in Wouldn’t Leave o le preoccupazioni per il futuro della figlia nella conclusiva Violent Crimes, il cui titolo chiude il cerchio semantico di violenza aperto con la prima traccia. Tutte queste idee però non sono altro che scorci e abbozzi che incuriosiscono ai primi ascolti ma la cui inconcludenza porta presto l’ascoltatore a perdere interesse.
Un concept potenzialmente deflagrante per il mondo della musica viene lasciato inespresso, non è chiaro se per la fretta di chiudere il progetto il prima possibile o per la mancanza di ispirazione.

Il caos in questo progetto riflette il disordine della vita privata di Kanye e che in sole sette tracce lascia intendere il suo turbolento stato d’animo senza permettere all’ascoltatore di lasciarsi avvolgere e ispirare come in ogni progetto che lo ha preceduto.
Anche le strumentali, da sempre pezzo pregiato della sua legacy artistica, si fanno semplicemente ascoltare. Non sorprendono, non innovano, non entusiasmano. Kanye come da tradizione da cinque lavori a questa parte produce interamente il suo disco, compiendo un passo falso: così come i concetti rimangono sopiti, anche l’indiscutibile sensibilità artistica resta limitata in un lavoro che si limita ad essere sufficiente.

Il crollo di questo progetto è molto ancora più grave se si tiene in considerazione la mente da cui è stato partorito. Kanye West non prende ordini da nessuno, non accetta critiche e non sente ragioni, fa semplicemente quello che vuole. E questo è ciò che più lo ha reso un artista unico e straordinario. Sopra ogni cosa Kanye si è sempre disinteressato dell’opinione della critica e del pubblico, andando dritto per una strada che lo ha consegnato a ragione nella storia.
Ma non si è mai disinteressato della musica, almeno fino ad oggi. Perché di questo parliamo se si tratta di Ye: un pigro esperimento, un tentativo poco convincente di permeare del proprio ego un frettoloso disco che non dà niente a una carriera musicale incredibile.

Questa volta rispettare una data di scadenza è diventato più importante che sorprendere il mondo musicale oltre che sé stessi, e nessun sample o wordplay può aggiustare un quadro così compromesso. La domanda principale non verte sulle motivazioni di questa scelta né sulla reazione di critica e pubblico, qualsiasi essa possa essere; va molto più in profondità, nel nocciolo dell’anima di un artista che ha dato tutto alla musica e non si è mai e poi mai accontentato.
La domanda principale che sorge ascoltando Ye  infatti è: c
ome può Kanye West essere soddisfatto di questo lavoro?

Forse lui stesso, nel pieno di una crisi bipolare, direbbe: “Adoro Ye, fa schifo”.

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Nicola Los Simonutti

Nicola Los Simonutti

Born and Raised nelle periferie della Brianza. Da anni mi cibo di musica Rap e pallacanestro, con una passione smodata per la Dogo Gang e i Boston Celtics. Durante il giorno frequento l' Università di Scienze della Comunicazione a Bergamo.

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