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Non chiamatelo Novecinquanta: Pezzi di Night Skinny celebra il luminoso presente del rap italiano

La squadra è calda, Skinny mandala pure. Pezzi è il disco perfetto per chiudere in grande stile un emozionante 2017, e non poteva che contenere i nomi di chi ha reso grande quest’anno solare.

Il mondo del beatmaking Italiano è affetto da una malattia cronica. Un morbo congenito a cui la Scienza ormai disperava di trovare rimedio. La potremmo chiamare la “Sindrome di 950”.

Ci si riferisce ovviamente alla monumentale fatica di Fritz da Cat, che sul finire degli anni ‘90 dispose la crème della scena rap dell’epoca intorno al suo trono a forma di Akai, componendo un mosaico in cui ogni tessera collaborava a delineare un manifesto unitario che gridava al mondo: “anche in Italia questo suono spinge forte, e siamo finalmente pronti a dimostrarvelo”.

Novecinquanta di Fritz Da Cat è stata “la Ginestra” della Golden Age italiana. Al suo interno, il produttore milanese ha riunito come mai nessuno l’Italia rap da testa a piedi.

 

Da quel magico momento in avanti, il pubblico di questa musica non ha più cercato né voluto altro da un producer album.

Ogni volta che un produttore italiano di talento si è seduto dietro alle macchine per realizzare un album solista, i suoi ascoltatori si sono dedicati a compulsarne le tracklist, a soppesare i rapper coinvolti, a dar corpo a fantasiose teorie con l’unico obiettivo di rispondere ad un affannoso quesito: “Questo disco sarà il nuovo 950? Riuscirà il nostro eroico beatmaker con le sue scelte musicali ad accordare le voci plurali di una scena divisa in un solo peana? Potrà questo album squadrare a lettere di fuoco l’anima nostra informe?”

Uscito nel 2004, 60Hz di Shocca rappresenta uno dei primi producer album italiani per importanza.

È successo con 60 Hz dell’irreprensibile DJ Shocca. È successo, in tempi recenti, alle opere di due colonne storiche della disciplina come DJ Fastcut e Argento. È successo allo stesso Fritz con il suo omonimo secondogenito. E inevitabilmente l’identico fenomeno si è verificato anche con Zero Kills, l’imponente lavoro che nel 2014 (cinque minuti prima dell’alba della Nuova Scuola) ha imposto il nome di Night Skinny all’attenzione del pubblico mainstream.

I risultati di questi caccia al nuovo capolavoro definitivo li ha enunciati la Storia: ritratti parziali, puzzle incompleti, opere monche. Concorrenti destinati al fallimento, catturati in un gioco contro l’unico anniversario che non puoi battere: il Passato.

Per sua e nostra fortuna, Night Skinny è uno che parla poco, non è interessato ad alti proclami e dichiarazioni programmatiche. E Night Skinny è uno che ride poco, ma solo per ridere ultimo. Pensa molto, invece. E, quando si pensa molto, può anche capitare che a forza di lambiccarsi il cervello ci si imbatta nella cura per un male che si credeva incurabile come la famigerata Sindrome di 950.

La visionaria copertina di Zero Kills!, primo album di The Night Skinny (2014)

La ricetta miracolosa distillata dal Dottor Skinny per liberarci dall’ossessione di un passato ineguagliabile è semplice e geniale, come lo sono in fondo tutte le rivoluzioni copernicane. Il segreto di un grande puzzle non è quell’unica immagine che i suoi componenti raffigurano una volta disposti e assemblati. Il segreto di un grande puzzle sono i “Pezzi”.

“Pezzi. Pezzi. Pezzi.” ripete il Guercio, peso massimo chiamato a chiarire nell’hook della title track le intenzioni del regista Night Skinny. Pezzi per una scena a pezzi, separata da invidie e circoscritta in parrocchie, ciascuna con il proprio suono e il proprio immaginario di riferimento. Pezzi destinati a muoversi in solitaria, veloci come i pezzi che cambiano tasca giù in strada, fanno giri imprevedibili per finire in orecchie o narici insospettabili.

Pezzi di argenteria, non custoditi nella scatola di un corredo che ne garantisca la completezza e l’unità, ma infilati nel caricatore e sparati sul pubblico, ciascuno secondo un’autonoma traiettoria. Pezzi di un cecchino,
più che di un pittore impegnato a dipingere lo stesso affresco con un milione di pennellate.

Una scelta intelligente e conscia del momento storico, sottolineata anche dalla decisione di affidare al buon Corrado Grilli la creazione di una copertina ad hoc per ciascuno dei brani che compongono il disco, come se ognuno, nell’era di Spotify e della riproduzione casuale, avesse la dignità e il peso di un singolo.

A chi ricercava in questo progetto l’Uno platonico, Skinny riserva il largo ghigno beffardo della Trollface, svelata come cover (provvisoria?) di Pezzi.

Citando un noto poeta contemporaneo, “EH! VOLEVI!”

“Pensavate di cogliermi in fallo?” sembra sorridere Skinny dietro la sua leggendaria barba, “Aspettavate solo che il disegno fosse completo per liquidarlo come non altezza di chi mi ha preceduto? E invece…”.

E invece TNS ha fatto tesoro di una lezione che già Voldemort ha insegnato alla nostra generazione: se ti fai a Pezzi, sei più difficile da colpire.

I riflessi di questa scelta non si riverberano ovviamente solo nella componente grafica del progetto, ma sopratutto in quella che attiene all’aspetto musicale: nessuna posse track questa volta (chi si aspettava di trovare Indian Tweet Posse 2 nella scaletta è rimasto amaramente deluso), nessuna improbabile collaborazione tra artisti provenienti da segmenti diversi del panorama rap italiano. Niente strani compagni di letto.

Solo rimatori che incarnano il Presente di questo genere, ciascuno su un tappeto sonoro specificamente intrecciato per esaltarne le qualità, senza costrizioni o tentativi di conciliazione.

Ciascuno chiamato a fare ciò che fa meglio. Come Tedua che in Micheal J. Fox esibisce nello showroom uno dei migliori cantici di strada strappacuori tra quelli che hanno reso la sua penna famosa e apprezzata.

Come Johnny Marsiglia, fresco della firma in Sto Records, che in un disco connotato da un’età media molto bassa non ha timore di flettere i muscoli e mostrare ai suoi giovani colleghi che male fa Una Bella Botta assestata dall’Ultimo Liricista.

Skinny ha immortalato nei suoi Pezzi quattro quinti di quella che, ai tempi, fu la fotografia dell’imponenza sul mercato del progetto Thaurus Music, a cui Skinny si è affidato per la produzione di Pezzi.

 

In certi episodi, il beat di Skinny sprona persino il rapper che lo cavalca a superare i propri limiti espressivi: è il caso di Samuel Heron (metà dei compianti Bushwaka) che con Sì Frate dismette i suoi caratteristici panni da Billy Ballo per sfoderare una orgogliosa rivendicazione della propria storia, la cui grinta stupisce e convince.

Menzione particolare merita Rkomi: nel piccolo hobbit di Calvairate, Skinny vede l’impronta della grandezza più autentica, e gli affida ben tre produzioni. Non solo gli viene concessa la co-direzione della traccia eponima, ma viene chiamato a rappare anche in “Sisinoma” e “Fuck Tomorrow”, forse la traccia più emblematica dell’intera opera.

Si fotta Domani, ci suggeriscono ad un fiato Mirko e il suo produttore di fiducia, ma si fotta anche Ieri. Questo è il meglio che c’è adesso e non che c’era una volta, e la nostra voce è in realtà molte voci, pezzi di una realtà andata in frantumi, da cui sono germogliate a loro volta nuove e distinte realtà.

Milano Finest.

A chiudere questa lungo e variegato défilé di talenti ci attende il trucco finale nel cilindro dell’infernale Skinny: le ultime due tracce dell’album sono rappate dai 67 (formazione londinese che cita tra le sue ispirazioni Lil Reese e Kodak Black) e da Paigey Cakey, giovani promesse di una scena inglese affamata e pronta ad esplodere sul palcoscenico internazionale.

Paigey Cakey, unica individualità femminile presente nell’album

Perché uno che pensa molto come Night Skinny, mentre abbraccia con un lungo sguardo il Presente, non può trascurare che il miglior antidoto ad un Passato ingombrante è senza dubbio il Futuro.

Pezzi ci lascia con la convinzione che, più di un producer album, Pezzi è una granata a frammentazione, collocata al centro della scena per esplodere in tutte le direzioni e centrare tutti i bersagli.

Su ogni scheggia la firma d’autore del produttore, riconoscibile dal taglio prima che dall’etichetta come un abito di Valentino. E a coloro che ancora aspettano il nuovo 950, lamentano l’esclusione del proprio rapper preferito, e mormorano della scarsa ambizione del progetto, Skinny sembra rispondere con le parole del “Moby Dick” di Herman Melville:

Facciano pure, ma prima io passo.


Alberto Coletti

Alberto Coletti

Avvocato affetto da un'incontrollabile passione per il rap italiano. In questo mondo di numeri, sono finito a essere il Numero 2 di Chiamarsi MC. E sarà solo Dio a giudicarmi per questo.

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