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Poison Ivy: l’edera velenosa di Yung Lean è il suo antidoto

Yung Lean ha da poco rilasciato Poison Ivy, successore a breve scadenza di Stranger, il suo album di maggiore successo. Lo abbiamo ascoltato, ecco le nostre impressioni…

Ciò che più sconvolge quando ci si approccia alla figura artistica di Yung Lean è la sua età: a soli 22 anni Jonatan Leandoer ha vissuto così tante vite da sembrare la personificazione del concetto di metempsicosi.

Divenuto famoso nel 2009 grazie ai suoi video girati alla tenera età di 13 anni, nel tempo abbiamo assistito alla crescita della sua fama che non si è sempre accompagnata di pari passo con una maturazione umana.

Quello che da molti è considerato come uno dei padrini del cloud rap, infatti, ha vissuto momenti quanto meno turbolenti, che hanno messo in discussione non solo la sua possibilità di produrre altra musica, quanto la sua stessa salute mentale.

Durante una vero e proprio crollo nervoso, nel 2015, a seguito della morte del suo manager in un incidente d’auto, Jonatan fu ricoverato per mesi in un ospedale psichiatrico, per riprendersi dalla dipendenza dalle droghe che aveva segna la sua esistenza fino a quel momento.

Da lì in poi per il giovane artista svedese tutto è cambiato: non tanto nello stile, quanto nell’approccio alla vita, nella visione complessiva dell’esistenza, come emerge chiaramente dai suoi testi.

Il nuovo disco per molti potrebbe essere visto come un passo indietro. Stranger, la sua fatica precedente, ci aveva consegnato un album paradossalmente “colorato”, con molti spunti quasi pop e una scelta di strade diverse da quelle alle quali i fan erano stati abituati. Poison Ivy, invece, si rivela come un lavoro monocorde, nel pieno rispetto dello Yung Lean tradizionale.

L’artista svedese non abbandona la sua cifra stilistica sporca, fatta di pochissima tecnica ma tanta verità, e le tracce si rivelano come un viaggio in una realtà oscura dalla quale è difficile allontanarsi del tutto.
Non c’è spazio per la luce nel corso di questo viaggio, e Lean non ha nessuna intenzione di trovarla: l’apatia è il vero filo conduttore di tutto l’album, con un cantato  semplice, quasi ossessivamente malinconico (anche se non manca lo spazio per un ritorno a uno stile più rappato, come in silicon wings), e canzoni che scorrono accompagnando l’ascoltatore in una dimensione fatta di abbandono, solitudine, rimpianto per ciò che è stato. L’apice si raggiunge con l’ultima canzone, bender++girlfriend, traccia doppia dall’atmosfera dimessa e funerea.

Più che Jonatan, dall’ascolto approfondito si rivela in grande spolvero il produttore Whitearmor, figura che all’interno del collettivo svedese dei Sadboys, da sempre vicino a Lean, era stata spesso messa in ombra. Pezzi come french hotel lo mettono in risalto e fanno capire le grandi potenzialità sonore di un lavoro come Poison Ivy, che si può ascoltare anche solo per lasciarsi travolgere dall’atmosfera, senza badare troppo ai testi. Nel corso dell’ascolto l’elettronica lascia spesso spazio alle sonorità più prettamente lo-fi, il tutto senza avere cambi di passo avventati o, peggio ancora, sfrontati.
L’ultima fatica del 22enne svedese è un prodotto molto compatto, sia a causa della scarsa durata complessiva (solo 23 minuti) sia per l’omogeneità di fondo che lo contraddistingue canzone per canzone.

L’impatto che Yung Lean ha avuto su un certo stampo di rap è innegabile. L’emergere della scena Soundcloud rap (e, in particolare, dell’emorap) probabilmente sarebbe stato molto più difficile senza il suo apporto, non tanto per ciò che riguarda sonorità o tecnica, ma per la scelta dei temi. Eppure il giovane rapper svedese è riuscito a mantenere la sua cifra stilica distintiva, quel guizzo che fa capire subito all’ascoltatore di essere alla presenza di un suo lavoro. Poison Ivy è la definitiva consacrazione dello “stile Lean”: non c’è nessun apporto davvero innovativo, ma una riaffermazione forte di tutto ciò che ha reso Lean famoso e iconico. È ancora presto per sapere se la sfida lanciata con quest’ultimo disco sia stata vinta o persa: sarà il tempo a farci capire se l’edera velenosa di quest’ultimo lavoro abbia definitivamente ucciso una certa fase artistica di Yung Lean o sia stata solo un estremo tentativo di percorrere una strada già conosciuta e d’impatto.

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Savio De Vivo

Savio De Vivo

24 anni. Sono un uomo di poche parole...ci sono domande?

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