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La scrittura onirica di Goya ha partorito uno dei migliori progetti del 2019

Ghost è il primo progetto solista di Goya aka Tommy Toxxic, membro del Wing Klan, duo romano formato da lui e Joe Scacchi. Completamente senza featuring, 18 tracce della durata complessiva di un’ora e sette minuti: per chiunque altro sarebbe stato un vero e proprio suicidio eppure il disco scorre benissimo. E il segreto è nella scrittura.

L’opinione vulgata circa la trap è sostanzialmente la seguente: basi favolose ma brutti testi\testi elementari\ testi senza senso.
Goya pur nascendo e sviluppandosi in elementi che sono con ogni evidenza trap si oppone in maniera categorica a questa visione. Il focus è la scrittura. E ciò è ancora più sorprendente quando si tratta di una delle scritture più strettamente avanguardiste del rap italiano attuale.

E’ raro al giorno d’oggi che il protagonista designato e assoluto di un progetto sia la sua scrittura, ancor prima delle interpretazioni strettamente musicali. Nel progetto oggi trattato, questo succede sistematicamente, in ogni traccia, in ogni brano. Perché durante l’ascolto si resta concentrati nell’ascoltare cosa ci sta dicendo, e più l’attenzione è alta più si resta stupiti. Più si è concentrati più si riesce ad entrare nel mondo allucinato e alieno del nostro.

La grande premessa da fare su Ghost è che, per formula scelta, è un progetto totalmente anacronistico. Ai dischi da 13/14 tracce, con almeno tre singoli già usciti e quattro featuring, Goya risponde con un mixtape (Possiamo davvero chiamarlo così?) che ha il peso di un album ufficiale, 18 tracce e zero featuring, nemmeno con Joe Scacchi, suo compagno di gruppo.  E’ evidente che passi molto tra le mani di Nikeninja nella resa finale di questo progetto. Il produttore romano, già noto per l’epica produzione di Sad (Joe Scacchi & Ugo Borghetti) e per essere il maestro dietro le basi del Wing Klan, ha cucito attorno alle lyrics di Goya il tappeto perfetto su cui esprimersi. Originale, genuino, sperimentale e autorevole; tenere d’occhio il suo nome, pro-futuro, è d’obbligo in una scena dove i producers forti e innovativi scarseggiano e il grido di “rifacciamo i type beat” è sempre più comune. Nonostante Nikeninja e l’incisività che il sound esprime, Tomm e la sua penna si ergono e la spiegano. E noi vi spieghiamo perché.

C’è bisogno di alcuni concetti fondamentali per capire in che modo la scrittura di Goya si distanzi da tutto ciò che abbiamo sempre ascoltato. Il primo è introdotto da Gianni Rodari e compare nella Grammatica della fantasia, dopo averlo mutuato da surrealismo, si tratta del binomio fantastico. Di cui, spogliandolo degli interessi didattici e pedagogici a cui era destinato, possiamo servirci. Il binomio fantastico non è altro che una coppia di parole scelte a caso; per Rodari da questa unione nasce almeno una storia. Il binomio si costruisce assemblando due parole che non hanno niente in comune.
Goya fa una cosa molto simile: lega due parole o due “cose” o anche intere frasi in maniera se non casuale sicuramente arbitraria (“non usare i tacchi, sei bella anche se caschi dall’ottavo piano di un palazzo sotto un taxi” qui il procedimento è presto svelato da tacchi a caschi la via è quella tradizionale, poi c’è un salto, insensato, da “non usare i tacchi, sei bella anche se caschi” che viene legato a “dall’ottavo piano”, stai cadendo dai tacchi o dal palazzo?, per finire con ”sotto un taxi”, come fai a cadere da un palazzo sotto un taxi? E per di più prima aveva detto “non vedo più il sole sti palazzi sono troppo alti”: che c’entra con l’usare i tacchi?), l’aspetto allucinato del suo mondo deriva da un sostanziale rifiuto dei legami logici tradizionali, non a livello della sintassi ma a quello delle parole e delle frasi.
In altre parole, se ci aspetteremo che il discorso segua un filo, qui non c’è. E, beninteso, non si tratta di dire che i testi non hanno senso ma di mettere in luce il fatto che l’aspetto visionario di Goya poggia su basi solide, è ben costruito. Un aspetto molto interessante che qui mi preme accennare appena è ciò che dice Baudelaire ne I Paradisi Artificiali sull’hashish, ossia che tra i suoi effetti c’è quella di mettere in relazione cose talmente distanti tra loro che il loro legame è incomprensibile ai non fatti. C’è una buona probabilità che il mondo di Goya risenta di questi crack nel sistema di relazione causati dalla droga.

L’altro grande pentolone nasce dalla trap; con questo genere infatti in italia si assiste un fenomeno nuovo a livello stilistico: l’enumerazione ossessiva delle marche. L’oggetto smette di esistere in quanto oggetto ma esiste in quanto marca. In altre parole è il valore astratto dell’oggetto, il suo valore in funzione di status e prestigio che interessa la trap, e ciò si ben giustifica osservandone la filosofia di fondo del movimento. Goya però produce un ulteriore scarto in questa direzione: l’enumerazione delle marche è ossessiva, bulimica, senza nessuna relazione con l’oggetto che c’è dietro e soprattutto ha un valore di estensione mai visto prima, si cita qualsiasi cosa, si prende non solo dai beni di lusso ma anche dalla cultura propriamente detta e anche dalla cultura pop. Sembra in effetti che niente sfugga alla possibilità di essere citato.

Tutte queste cose però non producono, o meglio non producono solo, un caos disordinato, il mondo onirico e surreale, così descritto, poggia invece su un sistema estremamente razionale che è in gran parte governato dalla ripetizione. Le tracce si corrispondono a distanza, Goya si autocita continuamente, ripete “puoi chiamarmi” con una frequenza altissima, estende fino al limite le possibilità del campo semantico del volare. Tutto questo funge da perno, da confine entro il quale la grammatica bulimica e caotica di Goya si muove. La lingua del rapper è una spirale che per quanto possa allargare il suo cerchio ha sempre un punto di contatto con l’origine, con le “wing” del nome stesso che si è scelto. Goya può volare, a patto però che non si perda completamente, che sia coerente con il suo mondo. Rimane questa la straordinaria potenza della sua scrittura: un mondo surreale, dove le comuni leggi logiche non funzionano ma di cui ci viene fornita una pseudo cartina, degli orientamenti, dei confini entro cui è legittimo muoversi.

Tutto questo però ha sempre rappresentato la cifra stilistica di Tommy Toxxic aka Goya, cos’ha in più questo disco? S’è detto che la sua evoluzione è una spirale, in questo nuovo giro l’elemento in più è dato dal significato. Nel senso, i risultati finora ottenuti avevano portato il rapper a lasciare dietro il significato: i suoi testi, finora, propriamente non significavano niente. La mia non vuole essere una critica ma una constatazione: di realtà, di vita vissuta, di puro significato delle frasi finora se n’è vista veramente poca, se non a piccole schegge; è per questo che la svolta intimista è sorprendente e totalmente inaspettata. Goya di solito vola, non sta a terra, non è un rapper concreto, o meglio, non lo era. Recuperare l’aspetto del significato vuol dire che in questo disco ci sono i contenuti, e ci sono nella sua grammatica codificata in tutte le tracce precedenti. Il disco si pone nell’intersezione tra il suo mondo e il nostro. Goya non spiega e non racconta, ma qui parla di sé, dei suoi problemi e dei suoi dolori e lo fa a modo suo. È questa la grande novità del disco.

Goya ha imparato a comunicare, l’aliena ha imparato la nostra lingua e ora può parlarci. Il fantasma, evocato dal titolo del resto è questo: i fantasmi non sono altro che esseri che hanno trovato un punto di contatto tra il loro mondo e il nostro.

Purtuttavia non si tratta di un disco propriamente conscious, l’aspetto intimista c’è ed è presente, ma non l’unico, sotto questo punto di vista rimane un prodotto estremamente vario, però va tenuto di conto il fatto che Goya ora ha imparato a comunicare con noi, sa dirci delle cose sulla sua vita; e da qui noi si aspetta solo la prossima curva della spirale, consapevoli che non ci deluderà.

Articolo di Paolo Di Nicola

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