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    Junior Cally è ritornato a far parlare di sé lo scorso venerdì con il suo primo disco ufficiale, Ci entro dentro. L’album, con alcuni innegabili punti di forza, lascia spazio a considerazioni sulla tempistica con cui è stato completato. L’artista è sulla scena da relativamente poco, e viene da chiedersi se non sia troppo presto.

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    Quando nel 2012 Salmo si autoproclamava “King dell’Hardcore“, avrai molto probabilmente riso.

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    Perchè Playlist è nel complesso l’opera più dannatamente hardcore mai rilasciata dal padre fondatore della Machete. Per alcuni versi, il suo disco migliore.

    Se non hai già chiuso l’articolo schiumando di rabbia, ti spieghiamo il perchè.

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  • Takeoff decolla con il suo album di debutto, The Last Rocket

Takeoff decolla con il suo album di debutto, The Last Rocket

C’erano una volta uno zio , un cugino e un nipote: tre personaggi che si sono fatti largo nel rap game come Migos. Il 2 novembre è stato reo disponibile The Last Rocket, primo lavoro ufficiale del giovane Takeoff, che noi abbiamo ascoltato e recensito.

Classe 1994, Kirshnik Khari Ball aka Takeoff, il più giovane componente dei Migos, gruppo composto dallo stesso rapper insieme a Quavo e Offset, lo scorso venerdì ha pubblicato il suo primo album da solista, The Last Rocket.

Insieme ai due soci, quindi sotto il nome di Migos, ha pubblicato finora 3 album ufficiali e numerosi mixtape, con l’ultimo album del gruppo, Culture 2, che non ha pienamente soddisfatto le aspettative dei fan, specialmente dopo l’ottimo primo capitolo dell’anno prima. The Last Rocket di fatto rappresenta la seconda opera solista tra i componenti del gruppo, dopo il debutto di Quavo con Quavo Huncho, disco tutt’altro che elogiato da pubblico, fan ed addetti ai lavori.

Al netto del contesto e dei vari progetti vicini a questo album (è da poco stato annunciato anche l’album di Offset che sarà seguito poi dal terzo capitolo Culture), quello che qui ci viene proposto merita un’analisi concreta e approfondita. Pur arrivato senza incredibili aspettative sulle spalle (sicuramente non quelle che aveva qualche settimana fa il socio Quavo per altro presente e apparso comunque in forma nel pezzo She Gon Win) il primo lavoro del rapper statunitense porta con sé alcuni importanti spunti di riflessione.

La prima caratteristica che possiamo attribuire al giovane artista, anche solo dopo un ascolto veloce, è la sua capacità lirica compositiva condita da un’attitudine puramente hip hop: l’artista mostra con questo progetto di essere probabilmente il più a fuoco tra i tre componenti, nonostante di fatto venga spesso nascosto dagli altri, almeno dal punto di vista scenico.

Eppure il passo che il giovanotto nato a Lawrenceville compie con la pubblicazione di questo album può essere considerato come una vera e propria dimostrazione di forza, un exploit che sorprende, ma solo fino ad un certo punto.

Fin dai primi progetti firmati Migos infatti, Takeoff ha mostrato, rispetto alle influenze più poppeggianti e commerciali di Quavo e Offset, una maggiore propensione a liriche più dure e crude, senza perdersi in inutili vezzi.

L’album in effetti, seppur collocato all’interno di un’identità  sonora moderna e prettamente in linea con le mode di oggi e supportato dalle ottime produzioni di DJ Durel, Cassius Jay, Murda Beatz, Buddah Bless e TM88, si presenta come un ottimo esempio di rap da 2018.

Paradossalmente l’unica colpa che potremmo imputare al più giovane dei Migos, è proprio l’assenza di potenziali hit: sono tanti i pezzi rappati al 100% ma non c’è quasi nessun incrocio con melodie orecchiabili da radio.

Parole, parole e ancora parole, ma cosa vuole comunicarci precisamente Takeoff? Sicuramente all’interno dell’album troviamo molti spunti interessanti, una tendenza che si ripropone è quella di puntare spesso sul parlare di sé, pur senza intraprendere appieno un vero e proprio percorso di storytelling. Gli argomenti classici portati da questo genere ovviamente non mancano, non manca l’autocelebrazione o la celebrazione alla bella vita, ma anche alcuni interessanti guizzi autobiografici, come nel pezzo I Remember, un interessante punto di vista condito da immagini prese direttamente dalla propria memoria.

Immergendoci nella tracklist ci troviamo catapultati in mezzo a un lungo viaggio dai ritmi serrati, in cui difficilmente veniamo a contatto con pezzi dal ritmo più lento o comunque più soft dal punto di vista sonoro (come ad esempio sembrano essere Casper e Infatuation, quest’ultimo in collaborazione con Dayytona Fox), in ogni caso The Last Rocket ha il merito di non cadere nel pozzo senza fondo della trappata fine a se stessa, di cui il anche il pubblico abituato all’usa e getta della musica moderna sembra essersi stancato.

Potremmo dire che il miglior pregio di questo album sia proprio quello di non voler strafare sotto ogni punto di vista, trasformandosi in qualcosa di “troppo” o di noiosamente già sentito. L’apparato musicale scelto dal rapper non rappresenta assolutamente una novità e non fa scattare dalla sedia, però si mostra coeso e convincente nell’insieme: i vari flow, i giochi di parole e i tentativi di lasciare qualcosa si incastrano bene in un interessante mix di musica e parole che se non altro ha il grande merito di riportare alto l’hype per i prossimi lavori (solisti o in gruppo) del trio americano.

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