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La seconda stagione di Hip Hop Evolution è un Must-Watch

Ripetersi non è mai facile. Lo sanno un po’ tutti che quando si crea un prodotto di successo, magari imitato poi da molti altri diventa complicato ripetere lo stesso successo. Tuttavia Hip-Hop Evolution, la serie prodotta da Netflix, che vuole raccontare gli albori di uno dei generi più popolare del mondo, c’è riuscita.

Uscita alcune settimane fa, la serie, che è già un must-watch per gli appassionati del genere, si ripropone come il metro di paragone per tutti i documentari a tema hip-hop usciti negli ultimi anni.

Il prodotto (che anche stavolta si propone in quattro episodi da circa un’ora) mantiene sostanzialmente inalterato la struttura che gli aveva fatto avere successo. Montaggio veloce, interviste informali e sopratutto l’attenzione all’ambiente sociale e culturale che circonda le varie realtà raccontate. Lo scenario è tutto incentrato sulla proliferazione di un determinato tipo di musica ed è per questo probabilmente che gli autori fanno iniziare e alternano la narrazione con piccoli excursus sullo stato politico e sociale di una città o di un quartiere.

Shad, host del programma, con GrandMaster Flash nella season 1

Ogni puntata e ogni presentazione dei personaggi all’interno segue quasi sempre uno schema di risposte alle domande: dove, chi, cosa, come e perchè. Questo permette non solo di mostrare il quadro più completo possibile su un personaggio, ma mantiene anche alto il ritmo della narrazione (cosa che spesso alcune puntate monografiche di altri documentari non riescono a fare finendo per annoiare in fretta).

Dopo che la prima stagione aveva  viaggiato in modo naturale da est a ovest questa nuova stagione fa quasi il giro inverso. Si parte direttamente dalle calde spiagge di Miami e passa poi alle grandi praterie aride del Texas per narrare le origini del rap nel sud degli Stati Uniti. Una scena anomala, con cadenze più melodiche che avrebbe poi dato origine anni dopo al fenomeno della trap e avrebbe dato i natali a superstar come Gucci Mane, Migos e Travis Scott. La narrazione si sposta poi verso la California narrando le vicende della Bay di Okland ma alla fine ritorna dove tutto aveva avuto origine, nei sobborghi popolari di New York.

Una delle cose più curiose che questo spaccato storico offre è un quadro su come le situazione all’interno dell’hip-hop siano cicliche e potrà far sorridere molti sentire MC Hammer, una delle prime rap superstar mainstream, venire accusato di “non essere veramente hip-hop” allo stesso modo di come oggigiorno vengono accusati i rapper più giovani, innovativi e con un pubblico vasto.

L’unica vera pecca forse della serie (per quanto probabilmente sia voluta) è quella di aver inserito tra le interviste pochi grandi nomi, gli intervistati, per quanto siano quasi sempre state persone fondamentali all’interno dell’evoluzione di questo genere, ma che sono spesso (almeno in Italia) persone non molto conosciute e questo potrebbe far desistere dalla visione uno spettatore più occasionale.

Nella sostanza quindi Hip-Hop Evolution – Season 2, prodotta da Netflix, si presenta come un documentario per appassionati che vogliono approfondire le loro conoscenze sugli albori di questo genere. Il ritmo e la narrazione non faranno mai pesare la lunghezza degli episodi facendo scorrere molto bene il tutto. Se siete dei veri fan di questo genere musicale questo è un prodotto che non potete assolutamente perdervi.

 

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Filippo Montanari

Filippo Montanari

Cinema, hip- hop, football americano e internet sono i quattro ingredienti principali della mia giornata. Amo il sano dibattito e sogno un internet in cui si possano avere discussioni che non necessitino subito un reportage sulle abitudini serali delle proprie madri.

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