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JESUS IS KING non ha redento la musica di Kanye West

Venerdì 25 ottobre è finalmente venuto alla luce JESUS IS KING, il nono album di Kanye West e ultimo frutto di una lunghissima gestazione. Dopo ritardi, cancellazioni, riscritture e le ormai consuete modifiche last minute, il disco si configura da subito come un unicuum nella variegata carriera del rapper di Chicago. Ma non necessariamente in senso positivo.

Kanye West è diventato sinonino di Hype. Il pubblico fatica ormai a credere che il nostro rispetti davvero le deadline previste quando annuncia un nuovo lavoro, senza mai rinunciare tuttavia alla speranza di avere presto tra le mani un nuovo grande lavoro con il quale appagare la propria sete di musica. Già dai tempi di Yeezus, tuttavia, è noto come Kanye sia sempre più in difficoltà a lavorare con serenità in vista delle scadenze che lui stesso annuncia, terminando gli album nella notte stessa della pubblicazione (se non addirittura dopo aver messo sul mercato i suoi lavori) o rimandando all’ultimo il rilascio del lavoro in questione. Questo è il caso di JESUS IS KING.

Ma facciamo un passo indietro: nel 2018, dopo la doppietta YE / KIDS SEE GHOSTS, il Re della Windy City annuncia quello che sarebbe dovuto essere il suo terzo album in un anno – Yandhi – inizialmente previsto per fine settembre 2018. Dopo una prima fuga di leak, il disco viene rimandato a novembre e Kanye si rifugia in Uganda per terminare di lavorare al suo nuovo e già attesissimo progetto. Tra snippet entusiasmanti conditi da atmosfere tribali e dichiarazioni sempre sopra le righe il disco prende forma, salvo poi venire rimandato a data da definirsi.

Nel 2019 Kanye si dedica quasi interamente ai popolari Sunday Services, introducendo il proprio pubblico a una nuova veste pastorale, portando all’estremo la sua fede in una rinnovata veste di essere umano salvato. Ad agosto viene annunciato il disco JESUS IS KING, esplicitando la definitiva (?) cancellazione di Yandhi. L’uscita dell’album viene chiaramente rimandata rispetto alla data originale prevista e posticipato dal 27 settembre al 25 ottobre. Nella notte di uscita West completa il missaggio di tre tracce e finalmente durante la giornata il nono album di Kanye West esce sul mercato.

Lo scopo di questa lunga premessa non era solo rivivere le fasi salienti della genesi dell’album, ma anche introdurre a un’analisi obbligatoria per parlare di un album di Mr.West, il quale sembra aver perso da tempo la bussola discografica. Da qualche anno Kanye è palesemente in difficoltà a mettere ordine alla propria vena creativa, la quale è simile a un fiume in piena al quale il nostro, da tempo, fatica a costruire degli efficienti argini.

Le lunghissime gestazioni di progetti come Yeezus, The Life Of Pablo, YE e l’ultimo JESUS IS KING riflettono con chiarezza l’urgenza di Kanye di trovare una nuova identità musicale grazie alla quale declinare con efficienza le proprie visonarie idee. Il noto periodo di riabilitazione nel 2016/2017, gli interventi scomodi, le dichiarazioni controverse e i burrascosi rilasci musicali sono tutte tessere di un puzzle che assume tinte sempre meno rosee. Attenzione, lo scopo di chi scrive non è cerco eseguire una perizia psicologica di Kanye West, ma difficilmente si può scindere la persona dall’artista, specie nel valutare un album così atipico, frutto di un autore altrettanto unico nel suo genere.

JESUS IS KING è un disco eccellente, ma non si può definire un album riuscito. O quantomeno completo.
Il lavoro si avvale di collaborazioni di spessore: Pusha T e il fratello No Malice (creditati come Clipse) Ty Dolla Sign, Ant Clemons e il leggendario sassofonista Kenny G, in aggiunta al coro dei Sunday Service. Come si evince facilmente dal titolo, questo progetto è totalmente di matrice religiosa: Kanye eleva alla massima potenza la propria fede e le tematiche cristiane da sempre care, evolvendo tuttavia il proprio rapporto con il creatore. Se nella celeberrima Jesus Walks, ad esempio, il difficile dialogo con Dio rifletteva un’inquietante quadro della vita di un giovane a Chicago, in quest’album non vi è altro che la celebrazione della rinnovata fede in Cristo e la volontà di “Non lottare con Dio” (Follow God) sottomettendosi al suo volere.

La potenza celebrativa riflette una buona verve lirica e sonora. Le liriche, semplici ma non banali, sono palesemente arricchite da citazioni bibliche, lodi al Signore e inviti al cambiamento, migliorando il proprio essere in relazione alla rinvigorita fede. Le strumentali – prodotte tutte da West con l’aiuto di pesi massimi del calibro di Timbaland, Pi’erre Bourne, Ronnie J, Labirinth e altri – riflettono bene l’andamento del disco, alternando melodie incredibilmente ispirate  (“On God” e “Use This Gospel” probabilmente su tutte) a brani meno brillanti e anonimi. Il lavoro alle macchine, da sempre marchio di fabbrica di Kanye, non sorprende particolarmente – salvo le dovute eccezioni ben sopra le righe – riuscendo comunque nel minimo sindacabile che ci si aspetta da un tappeto sonoro, ossia portare all’ascoltatore l’atmosfera gospel e sacra di JESUS IS KING.

Nonostante i pregi è impossibile, ascoltando con attenzione questo album, non avvertire un senso di vuoto, un tarlo che diventa sempre più ingombrante fino alla conclusione del disco. La sensazione sgradevole che Kanye West abbia nuovamente perso qualche tassello lungo la strada della creazione di questo disco: vuoi per la fretta di chiudere il disco senza doverlo rimandare nuovamente, vuoi per la difficoltà nel far ruotare un buon numero di tracce su un argomento così particolare e personale o per una vera e propria mancanza di ispirazione, il disco alla lunga risulta dispersivo e debole in diversi punti.

Se la matrice è più che chiara, l’anima del disco è più difficile da individuare: JESUS IS KING è una dichiarazione d’amore a Dio che finisce con l’essere più un best of dei Sunday Services che un album di Kanye West.

Ancora una volta è il caos a fare da padrone in un progetto musicale di West, anche se declinato diversamente: Se The Life Of Pablo rifletteva in modo creativo le sue molteplici idee e personalità di quel periodo e YE poneva l’accento sull’assenza di una vera direzione della nuova musica dell’artista di Chicago, JESUS IS KING potrebbe configurarsi come il terzo capitolo di questa ipotetica trilogia, dove si nota una parziale ripresa di Kanye – simboleggiata dalla ricerca di un concept unificante – senza tuttavia riuscire ad essere convincente e pregnante come un suo disco dovrebbe essere.

La forza trascinante del disco sembra essere, ancora una volta, l’attesa costruita intorno al progetto e non la musica stessa, nonostante episodi di notevole spessore.

West ha già annunciato un nuovo album, previsto per Natale e dal titolo JESUS IS BORN. Difficile prevedere quanto ci sia di vero in tutto questo, ma si può avanzare un’ultima riflessione: un altro prodotto a distanza così ravvicinata è stato creato nella consapevolezza di dover sostituire un prodotto poco soddisfacente o è nuovamente frutto di un altro eccesso creativo senza direzione?

A prescindere dalla qualità e dall’apprezzamento che ognuno può avere nei confronti di questi lavori, ciò che più preoccupa è il difficile inquadramento dell’attuale carriera di Kanye West, sempre più vittima del suo personaggio e ormai probabilmente conscio di aver creato un mostro di aspettative difficile da soddisfare nei confronti del pubblico ma soprattutto nei confronti di sè stesso.

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Nicola Los Simonutti

Nicola Los Simonutti

Born and Raised nelle periferie della Brianza. Da anni mi cibo di musica Rap e pallacanestro, con una passione smodata per la Dogo Gang e i Boston Celtics. Durante il giorno frequento l' Università di Scienze della Comunicazione a Bergamo.

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