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Persona di Marracash: Vivisezione Aurea

Questa recensione è in realtà la storia di un dilemma. È possibile valutare, soppesare, e addirittura giudicare in modo severo Persona, l’ultima agognata fatica discografica di Fabio Bartolo Rizzo, uomo ed artista, senza andarsi a schiantare contro l’aura di intoccabilità super partes ed il timore reverenziale che il rapper Marracash ha saputo catalizzare intorno a sé nel corso della sua carriera?

In altre parole, come scindere una Persona dal suo Status, all’interno della scena e del mercato discografico di riferimento?

La premessa è quindi di natura metodologica.

Se i maestri vanno mangiati in salsa piccante, quando si prova ad addentare Marracash si teme di perdere i denti mordendo il freddo marmo di un monumento. Per questa ragione, per poterci accostare con occhio critico al suo album e discuterne i molti pregi e i molti difetti, occorre prima di tutto sbarazzarsi del dogma dell’infallibilità pontificia che circonda il Nuovo Papa di Barona quando rappa ex cathedra.

Il modo migliore per farlo è forse chiarire le ragioni e le origini storiche di questo dogma. E la chiave di questo ragionamento sta nel profondo cambio della guardia generazionale che ha interessato il pubblico del rap italiano dopo il 2015.

Per non smarrirci, partiamo da dati concreti.

Primo dato: Marracash è quasi unanimemente considerato il King del Rap italiano. Per le sue indubbie qualità di scrittore? Certo. Per la sua capacità di mantenere in equilibrio una vocazione introspettiva e la smaliziata zarrìa connaturata alla sua forma espressiva? Sicuro. Per la coerenza del suo percorso e la percepita sincerità del suo personaggio? Senza dubbio alcuno. Ma anche e sopratutto perché ci è proclamato da solo.

Il che ci porta al secondo dato: quando ci si è autoproclamato? Nel 2011. In un momento storico in cui il rap si era appena bagnato i piedi nel mainstream, e sempre per vie traverse. Erano anni in  cui il pubblico generalista ancora mal digeriva gli stilemi e le idiosincrasie del genere, ancora ben lontano dal dominio totale sulle classifiche, sul prime time televisivo e sull’heavy rotation radiofonica. Anni in cui lo stesso Fibra riusciva a farsi conoscere dalla proverbiale casalinga di Biella solo a colpi di ritornelli sfasciacranio che con l’hip hop music avevano ben poco a che fare (Applausi, ma anche Vip In Trip, Tranne Te).

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Il nuovo disco fuori il 31 ottobre.

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L’hip hop music vera e propria rimaneva confinata -ad essere generosi- all’overground, dove convivevano vecchi residuati bellici della Golden Age e i nuovi gatti (tipo Salmo), intenti ad affilare nell’ombra gli strumenti che avrebbero portato questa musica al livello successivo di popolarità. In questa fase di transizione, Marracash riesce ad affermarsi con risultati commerciali incoraggianti (anche se ancora ben lontani dai numeri del pop dell’epoca), senza compromettere la sua street credibility e il legame con la cultura che lo ha prodotto. Trasforma in tormentone un pezzo in cui si cita T.I., e acquista il credito necessario a definirsi “il primo rapper dei quartieri nei quartieri alti”. Quanto basta per proclamarsi King del Rap senza attirare eccessive lamentele. Del resto gli adolescenti italiani non conoscevano ancora abbastanza il rap per poter alzare sopracciglia a questa affermazione coraggiosa, e chi lo conosceva era privo di una cassa di risonanza mediatica necessaria a dare voce ai propri dubbi. In questo modo, eventuali mugugni sono passati sotto silenzio ed espunti dalla narrazione collettiva che si fa del genere sul suolo nazionale.

Ci siamo fin qui? Bene. Così arriviamo al terzo dato. A partire dal 2015 il rap italiano e il suo pubblico cambiano, e si allargano a dismisura. La new wave fa dell’immediatezza comunicativa e dell’armoniosità delle sue basi il piede di porco con cui forzare definitivamente le porte del mainstream, consentendo l’ingresso in quelli che fino ad un anno prima erano i sacri recinti ad una fiumana di nuovi ascoltatori, desiderosi (chi più chi meno) di costruirsi da zero una cultura sulla storia ormai ventennale del rap in Italia. 

Negli anni successivi Marracash prudentemente si defila e scompare dai riflettori, lasciando agli altri il compito di parlare per lui e di lui. E la gente, affamata di eroi com’è, è ben contenta di lavorare per suo conto senza nemmeno accorgersene. Così si arriva ai nostri giorni. In una scena in cui una minoranza del pubblico ritiene Marracash il Re a causa della nostalgia per una scena che non esiste più, e una maggioranza che al rap ci è arrivato dopo e che considera Marra il Re per assioma, per verità rivelata. E così la leggenda è servita, e parlare male di Zack Della Roccia oggi equivale a bestemmiare in Chiesa.

Siamo di fronte ad un’eredità  meticolosamente costruita dunque, ma il cui peso sarebbe eccessivo per chiunque. Per gli addetti ai lavori, per i colleghi, per Marra stesso, che dopo quattro anni ritorna in scena prendendo le distanze dal suo stesso mito. Partito da monarca circonfuso d’oro e annunciato da squilli di tromba, torna da penitente, vestito di un saio in bianco e nero, a piedi scalzi e con un disco in cui disseziona in modo spietato la sua stessa fallibilità, la sua natura pienamente umana. In cui ribadisce fin dal titolo di esser prima di tutto una Persona.

Ma ora che abbiamo capito insieme il come e il perché della scomoda situazione in cui attualmente noi e lui versiamo, una domanda rimane: è vera gloria?

Per rispondere, non basta una recensione sola, ce ne vogliono almeno tre. E queste recensioni sono state scritte secondo un principio: quando tutto intorno sembra più che altro il corridoio di una casa degli specchi in cui persona e personaggio, realtà e finzione, si confondono e si riflettono l’una nell’altra, l’unico modo per uscirne è confidare nel proprio istinto, nelle proprie viscere. Per la precisione, in stomaco, cuore e cervello.

La recensione di Stomaco

 di Matteo Merletti

Marracash ha annunciato questo suo quinto disco ufficiale intitolato Persona solista in grande stile. Tracklist annunciata di volta in volta su Instagram, discorso simile per i feat. Lo ha venduto come il suo disco più sentito, più personale, figlio del periodo forse più difficile per il rapper di Barona. 

Come giusto che sia, in ritorno del re avrebbe catalizzato l’attenzione e le aspettative di appassionati e non a prescindere. ma il modo in cui Marra ha parlato del disco hanno addirittura acuito la curiosità: il concept dei pezzi come parti di corpo, il richiamo a Ingmar Bergman, il dualismo Marracash/Fabio.

Il disco si apre con il botto. L’intro, Body Parts (rappresentate i denti), è un pezzo molto potente. Si presenta come un  classico ma mai banale pezzo autocelebrativo, quella natura morta di cui parlava in Bruce Willis che in questo caso viene impreziosita da un liricamente entusiasmante riferimento al Cristo Morto di Andrea Mantegna. Altra chicca è l’autro che campiona il film di Bergman Persona e incarna alla perfezione sia il dualismo persona/personaggio sia la distanza fra chi si è e la percezione che hanno gli altri. 

La traccia numero due conferma, e forse alza, il livello del prologo. Qualcosa in cui credere, featuring con l’attteso compagno di merende Guè Pequeno, è un brano perfettamente riuscito che bilancia il flow particolarmente aggressivo di Marra con una strofa più tranquilla sonoramente del Guercio, ma non inferiore liricamente. Il brano incarna lo scheletro rappresentato dalle certezze e dalla fede che trova nella musica stessa la sua musa.

A seguire Quelli che non pensano, collaborazione con Coez. Il titolo è un palese omaggio a Quelli che benpensano di Frakie Hi-nrg e non sconvolge più di tanto scoprire che la base stessa sia tratta da quel classico del rap nostrano, con qualche accorgimento adottato da TY1. Chiaramente la parte del corpo a cui riferirsi è il cervello. A primo impatto non può che risaltare quella che potrebbe essere la barra più politica dell’intera discografia di Yuza delle Nuvole: “il sonno della ragione vota Lega” che, ancora una volta, rimanda ad un’opera artistica, un’omonima incisione dello spagnolo Francisco Goya.

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9 featuring. PERSONA fuori il 31 ottobre.

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La quarta canzone del disco è il sangue, Appartengo, il già ampiamente anticipato feat con il rookie dell’anno Massimo Pericolo. Il brano è di sicuro effetto: incarnata il concept perfettamente (l’appartenenza inscritta fra “i globuli rossi e le piastrine”), dopo il ritornello c’è un, anche qui non troppo inaspettato, riferimento a T’appartengo di Ambra Angiolini, e Massimo Pericolo ci presenta una delle sue migliori strofe dal punto di vista lirico. Sempre per quel che riguarda Vane, meno positivo è il settaggio dell’autotune, che snatura il suo timbro delle solite trasparenza e efficacia.

Segue il fegato, Poco di Buono, pezzo che si costruisce attorno al campionamento di Marz (main producer del disco) de Un Ragazzo di Strada de I Corvi. Certe barre lasciano l’amaro in bocca (“Sogno internet down/ Spegni internet, down” davvero?), però nel complesso il brano è abbastanza carino.

Discorso simile può essere ampliato a Bravi a cadere, prima love song del progetto che viene identificata nei polmoni. Il pezzo in sé è carino, deboluccio come coerenza al concept ma pur sempre carino. 

Poi arriva la pelle, Non sono Marra con Mahmood. Letto il titolo temevo il feat (non per scarsa stima verso il cantante, sia chiaro). Temevo ciò che si è effettivamente rivelato: un meme. Poteva essere tutto questo brano. Il feat con il cantante italiano del momento, dotato di un timbro fantastico, relegato a una traccia meme. Poteva essere meglio solo lo skit finale a sto punto, unica parte simpatica del brano. Sarà il rammarico del primo ascolto ma mi spiace per l’ottimo beat di TY1 e Dardust.

L’ego, Supreme (e sorvolo su ThaSupreme). Già da Body Parts potevamo aspettarci una traccia così con Marra il profeta che annuncia: “Perdona il mio ego al top di Spotify”. Risultato raggiunto ma anche qui poteva essere meglio. Sfera Ebbasta regala una strofa un po’ insipida ma è più Zack de la Roccia a stentare. Conosciamo tutti le sue doti nei brano egotrip ma in questa occasione non vengono sfruttate a pieno.

Poi arrivano i muscoli, Sport. Il feat con Luché risolleva il disco dai due passi falsi precedenti con un brano che rappresenta la forza dei due amici. Beat aggressivo e autocelebrazione ben riuscita. Veramente forti sono le immagini che crea con metafore calcistiche il napoletano da “sono in Champions ma punto al primo posto” al “Napoli che si allena in giardino”.

E ora il cazzo. No, non è una battuta, è la parte del corpo rappresentata da Da buttare. Se con “da buttare” si intendesse di scartare il brano sarebbe veramente 10/10.

Da qui in poi si apre la parte più introspettiva di Persona. Crudelia (i nervi), chiaro riferimento al personaggio Disney Crudelia DeMon, è probabilmente il pezzo love (o meglio hate) che dominerà le Instagram Stories per i prossimi mesi. Marracash riesce a trasmettere il dolore che ruota attorno a questa relazione. Il parlato finale, che cita una lettera scritta nella serie Netflix Peaky Blinders, racchiude alla perfezione il senso della traccia. 

Sinceramente temevo l’effetto meme anche per G.O.A.T. anche se vedere l’abbinamento con il cuore un po’ mi ha rassicurato. E l’effetto meme non c’è. Il cuore è ciò che permette di andare avanti, oltre le difficoltà, oltre i tradimenti. Non puoi difendere il più grande senza il cuore. 

Sulla stessa linea troviamo Madame, l’anima, feat con Madame. Letto il titolo non poteva non venire in mente una barra dello stesso principe di Barona in TrappoleNon credi esista l’anima/ E infatti tu non ne hai una”. Marra conferma di averne una, e viene addirittura impersonata dalla giovane vicentina. Affidare un simile compito a una diciassettenne poteva essere un rischio non indifferente ma Madame se la cava egregiamente. Anzi, avrebbe meritato addirittura più spazio. Che talento. Che bel brano, forse il più bello.

La penultima traccia è Tutto questo niente, interpretazione degli occhi. Su questo beat kendricklamariano di Marz, Marracash parla di un tema abbastanza topico: la futilità e la volatilità della ricchezza materiale. Fin da subito risalta un’altra barra che come potenza lirica si avvicina alla già citata sull’opera mantegnana. “Sono Tony al ristorante che dice: “È tutto qui?””, riferimento al film cult Scarface, che racchiude in sé tutto il senso della traccia: l’insoddisfazione di una persona che ci si aspetterebbe avere tutto. 

In chiusura troviamo Greta Thunberg, lo stomaco e il feat forse più inaspettato con l’artista di Ivrea Cosmo. Un pezzo figo, condito dal non nuovo rimando a Right Here, Right Now di Fatboy Slim (usando però la voce della giovane attivista svedese).

Già con il primo ascolto si possono trovare almeno due difetti. Il tanto annunciato concept del corpo è un po’ ballerino, in certe tracce è un po’ forzato (Bravi a cadere, Crudelia) in altri quasi inesistente (Greta Thunberg, Body Parts) e in altri ancora sfruttato male (Non sono Marra, Supreme). Sembrerebbe quasi che sarebbe stato meglio non applicare questa struttura, il disco in sé non è assolutamente brutto però un concept album va giudicato anche per il rispetto del concept stesso. 

L’ordine delle tracce è anche un po’ discutibile. Già esternato lo sconcerto per la chiusura, non mi è parso nemmeno troppo azzeccato condensare tracce così dense alla fine. Oltre a appesantire l’ascolto questa scelta ha anche creato una sorta di monotonia nella parte finale che potrebbe spiegare il perché della posizione di Greta Thunberg

Per il resto, Marra si conferma Marra. È difficile paragonare questo lavoro ai precedenti, complice la gestazione più breve. Forse sì, mancano pezzi sul livello di Vendetta e di Chiedi alla Polvere. Forse sì, in certi punti si coglie l’assenza del lavoro certosino sui testi  tipico dei lavori precursori. Comunque il disco, esclusi tre momenti, si lascia ascoltare e riesce a esaltare ed emozionare. A ciò va ad aggiungersi il fatto che, grazie a soprattutto il lavoro di Marz, questo potrebbe essere il miglior disco del Re a livello di produzioni.

La recensione di Cuore

di Nicola Simonutti

“Chi ha il cuore troppo grande rischia che gli si fermi.”

Così cantava Jake La Furia nel leggendario mixtape Roccia Music Vol.1, datato 2004, il lavoro d’esordio di Marracash, con il quale il rapper di Barona si fece conoscere anche al di fuori della scena milanese mettendo il suo nome sulla mappa. Sembrerebbe che per parlare del presente non si possa fare altro che partire dal passato: un po’ come guardare dalla suite al trentasettesimo piano i palazzoni nei quali si sono mossi i primi passi. Così vicini a prima ma così lontani dalla propria vecchia vita.

Fabio Rizzo ha, da sempre, avuto un ruolo a suo modo unico nella scena rap italiano, come si confà ad un artista di questo calibro. Nonostante sia in questo gioco da più di 15 anni, il peso specifico di Marra ha continuato a crescere, divenendo quasi un marchio: Marracash è sinonimo di barre potenti, flow avanguardistici e metriche sorprendenti. Un peso massimo che è meglio avere amico e sperare non diventi mai un nemico al microfono.

In questi ultimi anni, però, Marracash è diventato sinonimo di un’altra cosa, necessaria ma tremendamente sgradevole per i fan: l’attesa. Il rapper di Barona ha iniziato ad allungare oltremodo le gestazioni dei suoi album, come se fosse alla costante ricerca di una formula unica, anelando giorno dopo giorno a un’introvabile perfezione da concretizzare nei propri album; un ambizioso alchimista alla ricerca della pietra filosofale con il desiderio di trasformare le proprie rime in oro.

Questo ne ha, se possibile, consolidato maggiormente lo status di leggenda del rap italiano, mitizzando le sue cadenzate opere e caricandole di attesa ben oltre un normale album musicale; questa bomba di hype ha centuplicato la propria carica in un’epoca in cui il pubblico è ormai abituato ad un album a settimana e numerosi singoli ogni mese con cui saziare il proprio appetito di musica, abbassando di volta in volta la soglia di attenzione. Se già nel 2015 tre anni erano un ritardo, oggi sono una follia.

Ma questo a Marra non è mai interessato. Persona, anche se non è il disco migliore di Marracash – ognuno ha la sua legittima opinione in merito – potrebbe essere ricordato in futuro come il suo prodotto più sentito. Questo principalmente per via dell’ovvio trascorso personale che ha condotto a questo album, ma sarebbe riduttivo addurre la portata emotiva di questo lavoro solamente alla campagna che lo ha anticipato.

La forza di Persona è innanzitutto la sua straordinaria caratura: questo è un album hip hop che risalta per esperienza e forza lirica stacca nettamente da buona parte del panorama nazionale odierno, creando una sorta di corposa enciclopedia che si posiziona in coda alle tendenze che hanno in larga misura caratterizzato questo triennio, riprendendo vecchi trucchi del mestiere e svecchiando espedienti che altrimenti suonerebbero stantii.

Persona è stato, al di la di ogni ragionevole dubbio, forgiato nel dolore di Fabio e nel suo turbolento periodo degli ultimi due anni, che ne hanno limitato la produttività e lo stato di forma. A questo si è aggiunta la sempre più spasmodica attesa da parte dei fan, in un crescendo di aspettative e domande che Marracash, chiuso nella sua torre d’avorio, ha sicuramente percepito.
E se questo disco fosse un flop?
E se Marra non fosse più in grado di scrivere buoni pezzi?
E se avesse perso la voglia di fare musica?
E se fossi una truffa anch’io?

Marra ha portato in questo disco sé stesso. Può sembrare un po’ clichè come affermazione (e come intento da parte di Fabio) ma di fatto questo è accaduto. Dopo anni di assenza e di autodistruzione, non c’è altro modo che ripresentarsi al pubblico italiano sbattendo il mostro in prima pagina e affrontando le proprie paura mediante l’unica forza catartica possibile: la musica. E tutto ciò senza l’espediente del mero brano intimista e della love song abbandonata in mezzo a una tracklist anonima, ma scomponendo concretamente il proprio essere e la propria natura, con tutti i rischi che comporta.

Questo lavoro è meno elaborato rispetto a Status, meno cinico e chirurgico dal punto di vista lirico (che nell’opera summa di Marra si è rivelato a tratti maniacale), lasciando più spazio a un’istintività maggiore, data dalla necessità di risultare più pregnante e, probabilmente, anche dalle strette tempistiche su cui si è ritrovato lavorato all’album, composto in larga parte nel giro di tre mesi. Il lavoro sulle strumentali, che vede Marz come principale protagonista (autore di ben 10 tracce su 15) oltre a top player come Charlie Charles, Low Kidd, TY1, Durdust  e Big  è sorprendente ed estremamente riuscito, creando atmosfere funzionali alle variegate tematiche , permettendo all’artista di spaziare su un’ampia varietà sonora che ben risponde alle plurime esigente espressive.

Sull’elegante tappeto sonoro Marra racconta punto per punto il triste resoconto dell’ultimo biennio. Chi è ora, dov’è stato, quanto è cambiato. Ne esce un uomo rinato, certo, ma dopo essere stato incenerito dal fuoco del dolore fino al midollo. La fama che non appaga, un rapporto personale che consuma, le ansie sul proprio essere, la dicotomia tra il grattacielo e il palazzone, il vuoto che avvolge ogni persona ma che in qualche modo aumenta quando si arriva in cima e l’area diventa più rarefatta. Più lo sguardo si allontana, più nitidamente si riesce a vedere il quadro della propria vita, e il risultato è sconfortante. Quelle lunghe notti in cui si prega qualsiasi Dio pur di arrivare all’alba diventano sempre più frequenti, viene meno qualsiasi certezza e il tempo si dilata fino a fermarsi, cristallizzando un eterno e angosciante attimo.

Un malessere che Marra non rifugge ma dal quale si lascia inghiottire, nel quale nuota per lungo tempo fin quasi ad annegarci. Lo fa suo, ne diventa parte e lascia che permei il suo essere: fino al momento in cui non ritrova qualcosa in cui credere. È una vecchia storia, ma finché funziona va bene così: dopo il dolore vi è la rinascita. La nebbia si dirada, la penna di sblocca e l’artista, anzi l’uomo, esce dal baratro. Il cuore riprende a battere, il sangue a scorrere, i nervi si rilassano e i polmoni si dilatano. Il tempo riprende a scorrere e le notti si fanno meno buie.

Persona è un album riuscito, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma il suo lascito forse va oltre alle diverse hit da classifica e a brani spaccacalotte firmate Fabio Rizzo. Non una lezione di vita, certo, ma un messaggio da non dare per scontato anche mentre si ascolta un disco di musica rap italiana.

Fino a che siamo vivi, va tutto bene.

La recensione di Cervello

di Cristiano Prataviera

Il 13 maggio di quest’anno, in occasione della certificazione a disco d’oro di Business Class, Marracash faceva il primo riferimento ad il suo nuovo, attesissimo, album, spiegando come dopo il successo di Santeria avesse sentito il bisogno di staccarsi dal mondo della musica, per dedicarsi a sé stesso e alla sua vita al di fuori dell’ambito lavorativo. Poco più di un mese dopo, con un altro post, aggiunge qualche informazione circa il suo nuovo progetto, svelando come la persona di Marracash stesso sarebbe stata il concept di fondo dell’album, attraverso un collegamento tra ciascuno dei brani e una parte del corpo.

Viene annunciato anche il primo featuring, quel Massimo Pericolo che stava facendo parlare di sé in lungo e in largo, ricevendo i consensi di tutta la scena rap; a Massimo viene affidata la canzone connessa con il Sangue, in quanto, come ha dichiarato Marra qualche settimana fa, è il rapper della nuova generazione in cui più si rivede. Fabio afferma inoltre di essere a lavoro sul progetto solamente da novembre del 2018, “Prima sono successe delle cose. Cose che vi racconterò un’altra volta”, e di aver concentrato il grosso del lavoro nei tre mesi a cavallo tra l’estate e il primo autunno.

Con tutti questi elementi, si è fin da subito capito quanto Fabio ci fosse nel disco di Marra, un disco pensato e concepito per avere una componente personale e introspettiva preponderante, che potesse raccontare e trasmettere ai fan quello che Fabio e Marracash avevano vissuto in quel periodo di crisi successivo al successo di Santeria. Una mossa tanto audace quanto rischiosa per il rapper di Barona, che ha senz’altro attirato e monopolizzato l’attenzione dei media dedicati al rap per un mese buono prima dell’uscita del disco, ma si è anche esposto notevolmente alle critiche, arrivate in particolare da chi lo ha accusato di aver fatto esageratamente leva sull’aspetto personale del progetto, salvo poi dedicare una consistente parte dell’album a tracce la cui natura è facilmente riconducibile a quella delle hit da classifica, brani apparentemente pensati al fine unico di far girare i contatori degli stream.

‘Ma c’è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso’ recita l’outro di Body Parts – I denti, la prima canzone dell’album, ed è proprio su questo concetto di fondo che si può spiegare l’ombra più grande di Persona: all’interno dell’album la vena personale di Marra, si mescola e si perde in mezzo a tracce decisamente più di circostanza che personali. Non basta la somiglianza con il vincitore di Sanremo o il rispetto e la stima nei confronti di un ragazzino di 18 anni che con il suo stile unico e ambiguo divide l’opinione pubblica per giustificare la loro presenza in quello che veniva annunciato come un album interamente incentrato sulla dimensione interiore e sulle esperienze di vita di una persona più che di un artista. In particolare, all’annuncio del featuring con thaSupreme in molti hanno mugugnato e si sono sentiti quasi ‘traditi’ dalla scelta di Marra che invece ha dimostrato di aver abilmente gestito la situazione: thaSupreme è stato inserito nella stessa traccia di Sfera Ebbasta, quell’Ego al top di Spotify preannunciato anche in questo caso in Body Parts.

Sembra quindi impossibile pensare ad un errore di comunicazione da parte di Marracash, così come sembra impossibile pensare che il rapper possa non aver considerato la possibilità che una fetta consistente dei suoi fan più datati si sarebbe resa conto della contraddizione tra ciò che voleva essere il concept dell’album e come potevano essere recepiti alcuni elementi apparentemente fuori posto. D’altronde così come c’è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso, c’è un abisso tra quello può rappresentare un progetto di questo calibro per il suo autore e ciò che esso riesce effettivamente a comunicare e a far percepire ai fan.

La chiave di lettura per capire fino in fondo quello che probabilmente voleva essere per Marracash il concept di Persona è da individuarsi nel contenuto dei due video pubblicati per annunciare e spiegare Persona, probabilmente mal interpretato o comunque sottovalutato da molti fan:

‘..Non è la prima volta che li vedete insieme (Fabio e Marra ndr.), è la prima volta che Marra e Fabio si parlano e l’unica in cui sarò io a raccontarli’

‘…Le persone ci definiscono nel tempo. Ho scelto 9 di queste persone, e ad ognuno ho affidato una parte del corpo di Fabio per definire meglio Marra’.

Ecco allora che quella dimensione personale tanto acclamata viene meglio definita: non si intende più la sola ed esclusiva vita privata di Fabio messa a nudo, ma l’alternarsi di Fabio e Marra, tra le esperienze di vita del primo e quella Vita da Star di uno dei rapper italiani più amati di sempre; ecco quindi che l’alternarsi di tracce come Crudelia e Supreme o di Madame e Greta Thumberg assume un senso ben più profondo e coerente.

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PERSONA, fuori ora su tutte le piattaforme. Link in bio.

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Quello che di certo non ha deluso è la componente artistica di Persona: i molti produttori (ben 9) chiamati a collaborare al disco sono stati coordinati da un quasi onnipresente e superlativo Marz, portando come risultato strumentali molto varie ma ben amalgamate tra loro. Le collaborazioni, nonostante le perplessità iniziali hanno dato il loro apporto positivo, anche considerando il difficile compito di immedesimarsi nella traccia che Marra aveva assegnato a ciascuno di loro.

Di certo non era facile riuscire ad alzare ulteriormente l’asticella dopo un album come Status, ma ciò che è certo è che ancora una volta il King del Rap è riuscito a riconfermarsi ai suoi livelli, con un album che in linea generale ha soddisfatto l’attesa di tutti questi anni, proponendo un lavoro che presenta al suo interno tanti alti e pochi bassi, dimostrando  come all’interno di uno stesso progetto il voler accaparrarsi più certificazioni possibili e vendere più dei rivali non pregiudichi automaticamente la presenza di una componente artistica più personale e ricercata.

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Nicola Los Simonutti

Nicola Los Simonutti

Born and Raised nelle periferie della Brianza. Da anni mi cibo di musica Rap e pallacanestro, con una passione smodata per la Dogo Gang e i Boston Celtics. Durante il giorno frequento l' Università di Scienze della Comunicazione a Bergamo.

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