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Ricchi e Poveri: un vero rapper deve venire dalla strada?

In un’intervista di alcuni anni fa a Noisey Marracash affermava che il rap di strada in Italia non poteva funzionare. Questo perché a suo dire dire in Italia si era perso il senso di appartenenza alle periferie e alla realtà di strada che è alla base della cultura hip-hop.

Negli ultimi anni questa situazione pare però radicalmente cambiata con una rivalsa dell’appartenenza al “quartiere” e alla vita di strada riportata in auge da molti rapper considerati di “nuova scuola”. Tutto questo perlomeno a livello lirico.

Sfera Ebbasta, uno degli esponenti della “nuova scuola”

Infatti nonostante questo cambiamento di mentalità una delle discussioni che ancora oggi più spesso infiamma le sezioni commenti sui social ruota attorno alle origini sociali e al background di un determinato artista, quasi a sottolineare come queto possa essere considerato un parametro valido per valutare o meno la credibilità di un rapper rispetto a un altro.

Viene quindi naturale chiedersi quali siano questi fantomatici rapper con un passato di reale disagio e quali invece arrivino da ambienti più tranquilli o “borghesi”.

Proviamo ad analizzarne alcuni.

Per quanto riguarda i rapper con un passato tormentato sicuramente i primi nomi che vengono in mente sono il Truceklan a Roma e i Co’sang a Napoli.

Il collettivo romano che ha come frontman Noyz Narcos (al secolo Emanuele Frasca) è stato composto da membri originari delle periferie più degradate di Roma. Chicoria, per esempio, nel suo libro biografia afferma di essere scappato di casa giovanissimo e di aver vissuto come un barbone per diverso tempo. Nel 2009 inoltre un maxi blitz della polizia portò all’arresto di diversi membri tra rapper e writer.

Truceklan

A Napoli invece i Co’Sang, duo composto dai rapper Luchè (Luca Imprudente) e da ‘Nto (Antonio Riccardi) si incaricavano di raccontare la malavita napoletana. Originari della periferia in più punti delle loro liriche testimoniano con dovizia di particolari situazioni di spaccio, rapina e violenza di stampo mafioso. Interessante sotto questo punto di vista, oltre al classico Int’ o Rione, è anche il pezzo Lieto Fine composto da Luchè e contenuto nell’album L2; questo storytelling, che contiene sicuramente una larga parte romanzata, è però emblematico della visione del mondo da parte dell’autore.

I Co’Sang

Più recente è invece la storia di Achille Lauro (Lauro De Marinis), rapper romano, originario del quartiere Serpentara ha alle spalle una vita piuttosto comune a molti ragazzi nati nelle case popolari delle periferie italiane. Lauro si dà allo spaccio fin da giovanissimo, dapprima erba e fumo, ma inizia poi a vendere anche cocaina e altre droghe sintetiche. Lascia la scuola per mantenere il suo lavoro di spacciatore. Lavoro che ai suoi occhi è molto più appagante di qualsiasi altro. Viene arrestato e sconta due anni di carcere. Nelle sue liriche questo elemento torna spesso e i riferimenti allo spaccio risultano continui e quasi estenuanti.

Testimone di tutto questo disagio è un breve documentario realizzato da Roccia Music nel 2014 e intitolato proprio Achille Lauro – The Documentary.

Spostandoci più a nord un altro rapper dal passato burrascoso è sicuramente Marracash (Fabio Rizzo), figlio di immigrati del sud italia, in pezzi come Bastavano le Briciole descrive bene il disagio famigliare e di quartiere con cui fin da piccolo ha avuto a che fare. Da considerarsi importante è sicuramente il quartiere dove è cresciuto, la Barona a Milano, nonostante la recente riqualificazione è stato negli anni ’90 uno dei quartieri più malfamati del nord Italia.

Il rap tuttavia è sicuramente un genere trasversale e, come molto prima di noi hanno potuto notare gli americani, nonostante sia un genere che arriva dal basso e parla di rivalsa sociale paradossalmente le classi sociali più attratte da questo genere sono le classi medio-borghesi. Un paradosso particolare che però non va sottovalutato sopratutto perché, prima o poi, avrebbe per forza di cose spinto qualcuno di questi classi sociali più agiate a cimentarsi nel comporre rime.

In Italia i nomi più famosi appartengono probabilmente al duo di rapper dei Club Dogo, Jake la Furia e Guè Pequeno, al secolo Francesco Vigorelli e Cosimo Fini.

Il padre di Jake, Gianpietro Vigorelli, è uno degli imprenditori pubblicitari più importanti d’Italia. Qualche anno fa partecipò anche in veste di giurato al programma di mediaset sull’imprenditoria, Shark Tank.

Il padre di Guè, Marco Fini, scomparso recentemente, è stato invece un noto giornalista e ha scritto per diversi testate. E’ stato famoso per i suoi scritti a favore della democrazia e della resistenza antifascista.

Ernia è invece un personaggio più particolare, nonostante per sua stessa ammissione derivi da un ambiente più borghese e non abbia mai avuto alcun interesse nel fare pezzi che parlassero prettamente di strada, la strada l’ha vissuta, con anche un arresto per furto di motorino (sembra).

Altro esempio è Side, membro della Dark Polo Gang e figlio dell’affermato regista cinematografico Francesco Bruni. Inoltre tutti i membri della Dark Polo sono originari del Rione Monti di Roma, quartiere posto di fronte al Colosseo e notoriamente zona piuttosto ricca.

Ma ha senso quindi ancora al giorno d’oggi, in cui il rap è un genere così trasversale socialmente, giudicare un artista in base al suo contesto di provenienza?

Ovviamente no.

La lunga disamina di nomi che è stata fatta poco sopra vuole proprio portare all’evidenza di come il concetto di “real” sia ormai un termine obsoleto, un termine che probabilmente aveva più senso quando ad avere a che fare con questa cultura erano veramente in pochi e di conseguenza anche le tematiche erano poche.

A oggi il rap e un genere interplanetario che connette milioni di persone. E’ ovvio che si preferirebbe che ognuno parlasse solo di cose che ha realmente visto o vissuto ma proviamo a immaginare un mondo in cui ognuno rappa esclusivamente di ciò che ha visto e vissuto, nessun filtro, nessun romanzare e nessun immaginario condiviso.

Sarebbe un mondo dove l’abilità nell’esprimere arte sulla carta perderebbe merito in favore di un background di vita che deve essere il più degradato possibile. E non è questo che deve essere il rap.

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Filippo Montanari

Filippo Montanari

Cinema, hip- hop, football americano e internet sono i quattro ingredienti principali della mia giornata. Amo il sano dibattito e sogno un internet in cui si possano avere discussioni che non necessitino subito un reportage sulle abitudini serali delle proprie madri.

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