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Unabomber al microfono: abbiamo intervistato Lucci, Hube e Ford78

Il 27 settembre Lucci, Hube e Ford78 hanno rilasciato Unabomber, un EP di sei tracce in cui rappano senza filtri attingendo a mani aperte dalla nostra storia, presente e passata. L’EP racconta l’esigenza di rivendicare il proprio schieramento e la propria visione della società. Il 3 ottobre è stato pubblicato il video di Prima Linea realizzato proprio da Lucci stesso montando un collage di video che raccontano gli scontri e le violenze del nostro passato.

Abbiamo avuto l’onore di fare qualche domanda agli autori di quest’importante lavoro.

Su Instagram Lucci ha precisato che il progetto con Hube era antecedente al periodo dei Brokenspeakers, cosa ha portato alla ripresa del sodalizio? E come mai proprio in questo momento?

Saremo brutalmente sinceri: non c’è un perché. Ad un certo punto abbiamo fatto un pezzo ed il resto è venuto da sé.

È sbagliato dire che Unabomber sia un’evoluzione di Dark Side of Shibumi?

Ni. Nel senso che in DSOS mancava la parte più riot e hardcore di Hube e forse era più pessimista.

 Il progetto Unabomber è stato annunciato con la volontà di proporre qualcosa di hardcore in una scena che sembra allontanarsi da questa modalità di intendere il rap. Pensate che questo stile senza filtri e compromessi possa tornare a ricoprire un ruolo di primo ordine?

La verità è che questo stile qui non ha mai ricoperto un ruolo di prim’ordine. È sempre stata una nicchia, e in fondo va bene così.

Nell’ultimo periodo sono usciti diversi progetti che mirano a riportare al centro il rap crudo senza filtri, penso all’ultimo lavoro di Ensi o alla saga del Make Rap Great Again di Gionni Gioielli ma anche all’arrivo sulla scena di una nuova figura come Massimo Pericolo. Forse la grande differenza nell’approccio fra Unabomber e questi è la componente “politica”. Da dove nasce questa esigenza? Ritenete che ci dovrebbe essere maggiore esposizione dei rapper in questo senso?

Non necessariamente. Noi non ascoltiamo rap politico. Tutti quelli hai citato non mettono politica nelle loro canzoni, ma di base la fanno nelle interviste, nei messaggi che mandano. Tutto è politica. Riguardo a noi, avendo un pubblico molto eterogeneo volevamo fosse chiaro a tutti da che parte stiamo, e volevamo anche far capire che si può fare politica ed essere “coatti” allo stesso tempo.

Quella che descrivete in questo progetto appare come una società in frantumi, persa a guardare il proprio orticello e i propri problemi. Si può uscire da questo limbo? E, collegandoci ad una barra di Shibumi (“Nella vita cerco lo shibumi/La bellezza in ogni cosa, anche in frantumi”), si può riuscire comunque a trovare della bellezza in tutto ciò?

Sì, sempre. Non c’è pessimismo nella lotta. La fine arriva quando si smette di lottare.

In tutto il progetto sono sparsi riferimenti a diversi eventi tragici della storia italiana ma non solo. Forse è proprio la scarsa attenzione alla storia che ha portato a questa situazione? E simile discorso (l’ignoranza verso ciò che è stato fatto prima) si può applicare al rap?

Esatto. È sempre l’ignoranza, il dimenticare quello che c’è stato prima, la causa dei problemi. Poi, chiaramente, al rap questo discorso va applicato con estrema leggerezza, nel senso che se fa disco d’oro uno che è una pippa a rappare e non conosce Kool G Rap non muore nessuno, anche ‘sti cazzi. Ma nella società la memoria è fondamentale. Tantissimi dei ragazzi che oggi ascoltano rap non erano nati nel 2001, non sanno di Genova, non conoscono i motivi di quelle proteste e si sorprenderebbero di quanto siano ancora attuali e quanto i loro problemi nascano dal passato.

Forse questa domanda è rivolta maggiormente a Ford, il progetto ha un suono classico, old school, ma che riesce a suonare comunque attuale. Quanto è difficile riuscire a bilanciare questi due elementi? Può essere questo un limite di diversi artisti della “vecchia guardia”, quello di non riuscire a suonare attuali senza snaturarsi?

Guarda, io non sono uno di quei produttori che insegue freneticamente il suono del momento, la mia formazione musicale è quella di chi ha iniziato ad ascoltare il rap all’inizio degli anni ‘90 e l’impostazione e gli strumenti sono quelli. Nel tempo ho cercato di variare l’origine dei campionamenti, passando da sonorità prevalentemente rock e funk ad altre di derivazione elettronica. Questo puoi sentirlo in Dark Side e in Unabomber ed è forse l’elemento che contraddistingue queste produzioni, rendendole forse più attuali, pur avendo una struttura classica o se preferisci “old school”.

Cosa prevede il futuro di Lucci, Hube e Ford78?

Scrivere, fare musica e stare bene.

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Matteo Merletti

Sono Matteo, ho 23 anni. Se non vi piace ciò che scrivo offritemi un gin tonic e ne parliamo.

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