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Vi spieghiamo perchè Tutti Fenomeni è l’idea del nuovo

Ci sono alcune opere d’arte, ad esempio i grandi affreschi rinascimentali, che colpiscono per la loro coerenza e architettura, sono opere ordinate, tecniche; poi ce ne sono altre, come un Magritte, che colpiscono perché ti fanno affiorare sensazioni contrastanti, disomogenee.

Merce funebre, il primo album di Tutti Fenomeni, appartiene a questa seconda casistica; perciò questa non vuole essere una recensione classica, ma un tentativo di mettere ordine in un insieme di suggestioni che questo album propone al pubblico. Proprio per questo motivo questo scritto non sarebbe mai venuto alla luce senza discussioni analitiche preliminari, perché Merce Funebre è prima di tutto un qualcosa su cui è molto difficile atterrare e su cui il confronto aperto con altri è fondamentale.

Mettendo il disco in prospettiva con il resto della produzione di Tutti fenomeni esso appare a prima vista come un tradimento. È da un po’ di tempo che l’artista ha smesso i panni di una certa etichetta post-trap dei giovanili esordi, come Vuole soltanto me o i pezzi con i Tauro Boys, per approdare verso dimensioni più assimilabili ad un certo indie, soprattutto questo grazie al sodalizio con Contessa. Il tradimento è di sonorità e di linguaggio, ricordando come atmosfere da un lato Aurora dei Cani dall’altro abbandonando i vari skrt e stilemi tipici della trap.

Parlare di questo tradimento significa prima di tutto fare un passo indietro, perché se è vero che il disco è firmato Tutti Fenomeni, è altrettanto vero che è stato prodotto da Contessa aka i Cani. Il tappeto musicale è splendido e riesce a indirizzare l’ascolto in una direzione precisa e coerente. Forse anche troppo. Il vero difetto – forse l’unico – è infatti che in alcuni momenti la base rischia un po’ di oscurare, o quantomeno di distogliere l’attenzione rispetto a ciò che si sta dicendo.

Fatta questa premessa, possiamo farne un’altra che riguarda Tutti Fenomeni nello specifico. Il background musicale del giovane artista probabilmente non ha eguali in italia, dal riferimento costante a Battiato, dalla trap presto abbandonata, fino ai Cani, ai grandi cantautori e alla classica. Dentro il calderone c’è roba talmente diversa che alla fine non poteva che esplodere tutto. E tutto infatti è esploso.

Merce funebre conta 11 tracce, per una durata complessiva di 34 minuti. Perfettamente in linea con gli standard attuali. Restando fedele al titolo è un disco-merce coerente con le logiche discografiche contemporanee post-spotify. Allo stesso tempo, per concept e realizzazione, è un disco con una forte eredità dei dischi pre-streaming: la varietà dei pezzi se presi singolarmente si fonde in un unico grande puzzle. In altre parole per i suoi aspetti esteriori merce funebre sembra essere perfettamente normale, etimologicamente cioè “secondo la norma”, però da dentro distrugge questo meccanismo rivelandosi in realtà altro.

Questo è un aspetto chiave per capire Tutti Fenomeni, e il procedimento non è mai cambiato. Sia nella trap che nell’indie l’artista dimostra di conoscere perfettamente la grammatica, le regole del gioco, per poi sabotarle dall’interno. L’adesione è ironica, distaccata, gli stilemi e i luoghi comuni sono accettati in quanto stilemi e luoghi comuni.

Il luogo comune è la cifra compositiva dei testi. Tutti fenomeni si muove nell’ambito di competenza del già detto, del già visto. Si direbbe che mastica tutto quanto gli capiti di fronte per poi sputartelo davanti completamente svuotato e privo di senso. In questo senso è illuminante l’uso massiccio dei proverbi, delle frasi fatte. il banale è usato in quanto banale.

Il metodo è lo stesso sia nel Tutti fenomeni degli esordi sia in questo più maturo. Ciò che cambia è l’universo di riferimento. Se agli esordi era la grammatica della trap ad essere usata in quanto cliché qui è l’immaginario indie. Il tradimento in realtà si dimostra solo apparente.

Il procedimento è in realtà molto colto, straniante. Il quotidiano, tanto caro al nostro indie, è visto in una maniera inedita proprio perché inesorabilmente presentato davanti come cliché. E sembra che si possa ridere di tutto, dei modi di dire, dell’indie, dei discorsi da bar, delle ansie generazionali. Da qui l’atmosfera comica e ironica di merce funebre, e da qui il senso onnipresente di straniamento. Se tutto è riproposto senza adesione tra la materia detta e chi lo dice si crea un cortocircuito. È un cortocircuito che risuona nelle orecchie, rendendo poi Tutti fenomeni incatalogabile pur rimanendo in realtà molto catalogabile dal punto di vista esteriore.

Accanto a questo, viene poi ogni tanto azzardato l’accostamento colto. Si pensi alla massima di La Rochefoucauld citata in Filosofia: “la morte e il sole non si possono guardare fissamente”. Oppure al dire “ti amo dopo il 91’” per poi riproporlo variato in “ti amo dopo le colonne d’Ercole”.

L’impressione è che dentro i testi di merce funebre ci siamo tutti, ma ci siamo in quanto massa informe che dice cose banali, che pensa cose banali, che usa ancora i proverbi. E Tutti fenomeni certe volte sembra essere solo un ragioniere, uno che annota semplicemente il mondo per come è. E poi rigurgita tutto quanto. Il mondo di Tutti fenomeni è straniante però perché l’io non aderisce ad esso. Anzi, l’io non c’è proprio.
La canzone, il genere lirico per eccellenza, dove ci si aspetti che chi-dice-io racconti della sua visione delle cose, o dia sfogo a suoi sentimenti, nel disco diventa il genere del tu. Dove dentro non c’è tanto l’autore perché ci siamo noi ascoltatori, con la nostra cultura e le nostre mancanze.

Ancora una volta Tutti fenomeni prende una cosa, in questo caso la forma canzone, accetta le sue regole solo formali per servirtelo svuotato di senso. E lo fa facendo ridere. L’ironia è onnipresente, cifra vera del suo digerire solo le apparenze delle cose che usa.

In sintesi, merce funebre è un disco potente,  è un disco nuovo. È un disco che non si può collocare in nessun filone. Ma soprattutto è il disco di cui c’era bisogno in italia.

Recensione di Paolo Di Nicola

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Nicola Los Simonutti

Nicola Los Simonutti

Born and Raised nelle periferie della Brianza. Da anni mi cibo di musica Rap e pallacanestro, con una passione smodata per la Dogo Gang e i Boston Celtics. Durante il giorno frequento l' Università di Scienze della Comunicazione a Bergamo.

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