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Gallagher e Traffik sono ciò di cui hanno bisogno i Puristi della Trap

Attraverso l’esempio di Gallagher e Traffik vi raccontiamo ascesa, caduta e rinascita del movimento romano dall’attitudine esplicita e street e di come questo possa dare una nuova luce alla New wave.

C’era una volta un gruppo, la Dark Polo Gang, che scandalizzò una parte dell’Italia con la sporca Trap music di Atlanta, e attraverso quest’ultima riuscì a guadagnarsi il cuore di un’altra, creando un immaginario made in Rione Monti composto da vari affiliati che contribuivano al misticismo della Dark e tra questi vi erano, appunto, Gallagher e Traffik, il quale aveva anche partecipato con un ritornello e una strofa a “Lei Mi Chiama“, traccia contenuta nel mixtape “Crack Musica“.

Gallagher farà il suo debutto nell’Estate 2017 con una traccia intitolata “Flex Boy“, in cui essenzialmente pronunciava parole e brevi frasi ripetute con una tecnica di innesto mentale tanto cara a Lil Pump. Per intenderci, il “Tu chiamami, Tu chiamami, stiamo aspettando dei carichi” era la versione alfa del ritornello di “Trap Phone” di Guè Pequeño e Capo Plaza.
Al primo pezzo seguirà il secondo col collega Traffik, in cui la formula del primo verrà riproposta con maggiore attenzione alle barre descrittive delle scene, insieme all’alternanza di termini classici della Trap e nomi di celebri marchi come Louis Vuitton e VLONE. I due rapper romani sono tornati assieme al microfono nell’ultimo periodo, dopo la firma del primo con la celebre Honiro Label e l’uscita di “Magma Vulcano“, in cui si alternano in modo scorrevole su una cupa produzione di Youngotti.

Dall’uscita dell’ambito disco di debutto della DPG, “Twins”, molti fan sono stati guadagnati mentre una minoranza di persone sostenitrici dal gruppo sin dagli albori o sin dall’uscita di singoli come “Cavallini” e “Pesi sul collo” ha smesso di seguire la band reputando eccessivo lo snaturamento della musica dei quattro (Quest’anno divenuti tre), definendoli la caricatura di loro stessi.
Questo malcontento dei fan originari è proseguito, forse irrimediabilmente, con il più recente “Trap Lovers”, che con la buona vecchia Trap del primo Gucci Mane e Jeezy c’entra ben poco concettualmente.
Gallagher e il socio Traffik sono il risultato dei bisogni di questa schiera di fan che oseremmo definire “puristi della Trap”.  Con testi semplici ma diretti e modi di fare aggressivi, riescono a purificare le coscienze di chi ha creduto, a torto, che “il gusto originale” della trap italiana (della quale la Dark è sempre stata portabandiera) permanesse anche nel mainstream.
Poiché nel Belpaese la Trap dei piani alti sembra aver perso la bussola, tra ingerenze Pop e canzoncine d’amore con l’autotune (strumento oggi considerato quasi indispensabile per “trappare”, alto termine erroneo divenuto di consumo), Gallagher e Traffik rievocano (anche manieristicamente) la Trap con la T maiuscola, quella col culto sfrenato di Chief Keef e Fredo Santana, di Gucci e Jeezy. Da DrefGold in avanti, le nuove leve autoproclamatesi trap parevano aver intrapreso una via più catchy, colorata e patinata, in confronto a Ghali, Sfera Ebbasta, Tedua, Rkomi, Izi e la Dark Polo Gang, che agli albori prediligevano mood oscuri, grezzi, naturali e per questo dirompenti nei confronti dell’ascoltatore medio fissato sui precedenti canoni. Traffik e Gallagher, nella loro ignoranza, nella loro ingenuità, nella continua e spasmodica esposizione della propria vita in funzione dell’essere riconosciuti come “real”, ricreano (volontariamente o no) una linea temporale alternativa in cui quell’immaginario non è stato ancora sedato, esattamente come i nuovi “paladini dell’old school” fanno brillare gli occhi a chi c’era ai tempi di SxM e Fastidio. A qualche strato di coscienza, entrambi i due tipi di “purista” sanno che non sarà mai come la prima volta, ma si rifugiano beati dentro questo mood, cercando di ricongiungersi al gusto originale di cui parlavamo prima.

Con malizia, potremmo definire Traffik e Gallagher la prima, vera, sonante risposta alla Dark Polo Gang di Trap Lovers. A loro modo, stanno riuscendo a restituire sacralità (con riti annessi e connessi) alla parola “Trap”, una parola finita in bocca a troppi artisti, troppi critici e troppi ascoltatori senza averne reale cognizione. Ed è così che l’impiegato delle poste col sogno di sfondare nella musica va di fronte a Fedez e alla Maionchi, presentandosi come artista trap.
E’ impossibile prevedere se i due avranno successo come i loro predecessori, né ipotizzare una loro snaturazione o meno una volta giunti ad alti livelli, ma per adesso va bene così. I due riescono a rievocare qualcosa che in pochi hanno avuto la capacità di trasmettere in via genuina in Italia, adattando l’immaginario di Atlanta e Chicago a quello dell’ex capitale dell’impero romano e mostrando ai fanatici della Trap Music in Italia che non tutto è perduto, e che vi è ancora una resistenza che propone un’alternativa allo snaturamento che ha attraversato la nuova scena passata al mainstream. Anche i trappari hanno il loro codice d’onore.


Fabio Russo

Mi piace il rap coreano.

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