Il Rap Spiegato ai Bianchi: Pusha T live a Milano
Ogni imbecille, purché sorretto da un certo zelo e sufficiente ostinazione, può cogliere il senso di un pezzo di hip hop music ascoltandolo in cuffia. Può premere replay per il numero sufficiente di volte, cercarne il testo online, decrittarne il gergo e le metafore attingendo al corpus di conoscenza collettiva incarnato nella cultura del web prosuming.
Ben altro sforzo comporta la comprensione del significato,
della raison d’etre di una performance live. Innanzitutto, ciascun momento di essa è per sua
natura irripetibile. Il fumo invade la platea. Il muro di casse inizia ad eruttare una
marmellata densa di suoni che ti rimbalzano contro lo sterno. Magari ti sei fatto una birra
di troppo mentre attendevi che scorresse la fila per entrare nel locale. Il DJ annuncia il
prossimo manifestarsi del MC di fronte al microfono, e si parte.
Da quel momento sei il testimone privilegiato di un rituale antico nella sua più
contemporanea accezione, un’esperienza corale di condivisone mai uguale a sé stessa. Il che
è grandioso da sperimentare, ma diventa un incubo non appena cerchi di descriverlo, di
tradurre quei momenti in una narrazione coerente e fruibile.
Per questo motivo, se si vuole sperare di cogliere il senso di una esibizione dal vivo come quella presentata da Pusha T al pubblico italiano, raccoltosi per l’occasione nel Fabrique di Milano lo scorso 9 ottobre, forse l’unico metodo funzionante sta nel distogliere lo sguardo dalla presenza ipnotica del rapper sul palco, e volgerlo verso l’uditorio, per cercare di rintracciare sul volto dei partecipanti quale particolare emozione scorra attraverso l’aria come corrente elettrica.
Spoiler alert: ciò che abbiamo visto stampato a chiare lettere
nell’espressione dei partecipanti all’unica tappa nazionale del Daytona
Tour, è stato puro sgomento, la concreta difficoltà di processare ciò che si
stava verificando sotto i loro occhi attoniti.
Attenzione. Il pubblico di Pusha T non è composto da ascoltatori occasionali. Non stiamo
analizzando una venue come quella dei coniugi Carter o del biondo di Detroit, il cui appeal
pop è in grado di attrarre una vasta fetta di fruitori di musica mainstream ben poco
interessati alle peculiari caratteristiche del genere.
Tra le conseguenze di un percorso come quello dell’artista
GOOD Music, improntato ad una ferrea coerenza e ad un’adesione totale
all’asfalto degli slum e alle sue dinamiche, c’è quella di riunire sotto al palco un congruo
(ma tutt’altro che esorbitante) numero di addetti ai lavori, die hard fan e integralisti
della Doppia H, figure che hanno come minimo comun denominatore l’aver già macinato una
valanga di barre nei propri padiglioni auricolari. Pusha parla a quelle si definirebbero Hip
Hop Heads, o, per utilizzare un orrido italianismo molto in voga nel passato, rappusi.
Eppure, a dispetto dell’elevato grado di preparazione dei presenti (e della loro età media
ben superiore a quella riscontrabile abitualmente nei live di rapper locali), l’ex Clipse è
riuscito a prendere tutti in un clamoroso contropiede, presentando un live set molto
distante dagli standard con i quali più generazioni di ascoltatori di rap italiano si sono
fermati.
Welcome to the Daytona Experience, the album of the year
Con queste parole perentorie, il rapper della Virginia si è
introdotto al suo audience, per poi intonare “If You Know You Know”, uno
dei banger più apprezzati della sua ultima fatica. Per i quarantacinque minuti successivi
(durata complessiva dello showcase), il nostro non smetterà di rappare per più di trenta
secondi consecutivi, in piedi in mezzo ad un palco vuoto, proponendo quello che più che una
set list potrebbe definirsi un lungo mashup delle sue strofe più celebri, presenti sia nei
propri progetti solisti che in quelli in cui ha militato come membro della sua crew.
Nessuna scenografia. Nessuna coerografia. Interazione con il pubblico ridotta al minimo
sindacale. Nemmeno l’ombra di orpello o trucco destinato ad edulcorare il bombardamento a
tappeto di barre che si è riversata sui presenti. Sotto il limelight, solo “One DJ, one
MC”, secondo il celebre monito di Pete Rock, il cui unico
strumento di comunicazione con la platea sono i beat e il distintivo flow di Pusha T.
Pensavamo di essere pronti a tutto, quella sera.
In fin dei conti, avevamo imparato a conoscere i tradizionali mosh pit che rapper come
Salmo sono soliti organizzare nel corso dei concerti, i siparietti dal
sapore un po’ corny con cui i nostri maestri di cerimonia sono soliti inframmezzare le loro
esibizioni, la scansione rigida e immutabile della scaletta proposta, che vede rigorosamente
alternarsi la hit e il pezzo introspettivo, la ballata e lo sfoggio di tecnicismi secondo un
copione ben collaudato. Eravamo persino sopravvissuti ai lunghi sermoni sul valore e il
significato del vero Hip Hop con cui alcuni artisti italiani di lungo corso amano vessare
gli incauti spettatori che si accostano alle loro performance.
Non eravamo pronti a Pusha T.
Non eravamo pronti al ritmo serrato con cui “The Games We Play” ha ceduto il posto
a “New God Flow” e poi a “Move The Dope” , senza alcuna soluzione
di continuità. Ad una presenza scenica mastodontica, in grado di catalizzare su di sé
l’attenzione degli intervenuti senza alcun supporto ulteriore. Non eravamo pronti ad un
artista con una carriera ventennale alle spalle che conclude la propria esibizione con una
cover, e per giunta una cover come quella di “I Don’t Like” di Chief
Keef, un collega a lui associabile solo attraverso il loro nume tutelare
Kanye West.
E se voi che state leggendo credete di esserlo, domandatevi come reagireste se un Guè
Pequeno scegliesse di accomiatarsi a fine cover eseguendo una cover
“OGNT” di Sfera Ebbasta.
Parlare di un concerto non è facile. Parlare di un concerto che in meno di un’ora tritura
tutte le proprie convinzioni maturate nel corso degli anni a tal riguardo lo è ancora di
meno.
Ma se dovessimo basarci su quanto abbiamo letto sulle facce dei fortunati spettatori del
Fabrique, potremmo concludere che quello a cui abbiamo assistito è un atto seminale, il
biglietto da visita di una diversa concezione del live hip hop, scevra da tradizioni ben
consolidate nel panorama artistico del nostro Paese.
In una terra in cui per lungo tempo la presenza della band dal vivo è stata per lungo tempo
un’ossessione, in cui scenografie magniloquenti e la tentazione del musicarello sono
diventati status symbol appannaggio dei soli big player nazionali, un OG solo al timone ci
ha riportato per una sera all’essenza della sua disciplina, alle radici di una musica nata
per comunicare temi crudi nel modo più crudo e diretto possibile.
David Foster Wallace, nel celebre saggio intitolato appunto “Il Rap
Spiegato ai Bianchi”, ha descritto live di questa natura con parole perfettamente
applicabili allo stesso concerto di Pusha T qui in esame, ma anche all’attitudine sbalordita
del pubblico che vi ha preso parte:
noi bianchi stavamo fermi in piedi, ripuliti e impazienti, stupiti ma irresistibilmente attratti dall’enorme barriera in forma di lente di ingrandimento che il rapper aveva costruito intorno a sé.
Considerando il crescente interesse per l’Italia dimostrato
dagli artisti di oltreoceano nel corso degli ultimi mesi, faremo bene ad abituarci a questo
cambio di paradigma, e a non farci più cogliere impreparati.
Grazie della lezione, King Push.