Intervista agli Psicologi, la voce della Generazione Z
In un pomeriggio di luglio in Piazzale Loreto, senza vene polemiche nei confronti della tanto vituperata Alessandra, abbiamo fatto due chiacchiere con quelli che mesi fa definimmo “I Nuovi Mostri dell’Indie Italiano”, gli Psicologi.
È l’anno delle ascese rapide, dei blowup da montagne russe. Da Massimo Pericolo agli FSK, diversi artisti emergenti si son trovati quasi di punto in bianco a calcare palchi importanti e ad assaporare un interesse mediatico che, fino al giorno prima, per i nostri eroi era impensabile.
Gli Psicologi sono senza dubbio tra questi.
Il duo alternative pop, composto da Lil Kaneki e Drast, è oggi tra i progetti più interessanti e “cool” del panorama Urban. Kaneki e Drast sono oggi tra le perle più in luce del roster di Bomba Dischi, la label artefice del successo di Calcutta e di Carl Brave e Franco126, realtà che più di tutte in Italia rappresenta il passato, il presente e il futuro dell’Indie Italiano.
I due ragazzi, appena 18enni (classe ’01, mica pizza e fichi), si stanno facendo notare per la loro indiscutibile orecchiabilità, per un genere di musica molto fluido e definibile “cantautorato d’ultima generazione”, e per i testi capaci di esprimere con semplicità tutto il complesso mondo emotivo e sociale degli adolescenti di oggi, volgarmente detti “millennial”: la cosiddetta Generazione Z di cui loro dipingono momenti, sensazioni, ambizioni e delusioni. Con un monito: vietato farsi imporre il futuro dagli altri.
Chiaramente, è difficile riassumere questa classificazione senza scomodare qualche etichetta ingombrante e fuorviante in un certo senso: quella dell’Indie. Soprattutto se a trattarli è una testata che parla di musica rap.
Quindi, lettore disattento che ti trovi di fronte a questo articolo per puro caso, ti chiederai probabilmente: come mai Chiamarsi MC si sveglia la mattina e va a trattare il mondo dell’Indie? Il richiamo delle giovani e avvenenti universitarie con Pesto in cuffia ha avuto il sopravvento sulle velleità editoriali con cui questo sito è nato? Nulla di tutto questo.
Lil Kaneki e Drast sono un esempio lampante di come la palestra del rap, con il suo dinamismo, con la sua fluidità e il rigetto delle barriere che oggi va per la maggiore, sia un patrimonio e uno dei motori del Futuro della musica italiana, e non solo della musica rap.
Kaneki da Roma e Drast da Napoli, oggi gli Psicologi, ieri erano tra i più brillanti ed estrosi talenti della scena rap emergente della propria città.
Kaneki è ascrivibile tra i pionieri del SoundCloud rap romano che abbiamo trattato un mese fa nel nostro report del FuckYourParty 4, mentre Drast a Napoli, mentre comunque sviluppava connessioni con la Capitale, spiccava a livello cittadino con brani come Hoes & Drugs, Giovani e Maledetti e Cringe (ft. Lil Rumore, altro riferimento pivotale di SoundCloud Italia).
La loro storia vede un punto di svolta con la pubblicazione di Demo1, brano atipico rispetto al loro passato ma profetico visto il percorso che li ha portati ad essere dove sono ora. Una serenata a due voci sopra una chitarra e nulla più che, con la propria malinconia e con un mood a metà tra il lo-fi e l’amatoriale, cambia per sempre la loro musica e forse anche la loro vita.
Quel brano è il preludio all’uscita di Psicologi//Diploma, singolo pubblicato tramite video su YouTube che in poco tempo li eleva numericamente al di sopra di qualsiasi cosa mai pubblicata da loro precedentemente.
Poi lo sbarco su Spotify, in cui viene attribuito (inizialmente per caso) a loro lo stagename di Psicologi, quindi l’uscita di altri singoli altrettanto riusciti, infine il debutto al MiAmi e un ricchissimo tour estivo.
From zero to hero in poco più di 9 mesi.
Abbiamo parlato con loro del prima e del dopo di questo progetto davanti a un buon caffé.
Inizio provocandovi. Noi ci occupiamo di rap. Voi, oggi, non fate rap. Nel tragitto per venire qui vi siete chiesti perché vi stiamo intervistando?
Drast: Io penso che ormai la musica urban, come l’ha definita Spotify graffiti pop, indie o alternative, sia riconducibile a ciò di cui parlate se c’è un background rap come nel nostro caso. Noi ci siamo conosciuti che rappavamo, è il genere su cui siamo nati anche se ora facciamo qualcosa di diverso.
Kaneki: Ci sono comunque pezzi che riconducono al rap. Alessandra, Diploma, soprattutto Futuro. Ora stiamo andando sul pop cantautorale.
D: Semplicemente perché è quello che ci piace fare. Il rap secondo me deve trovare un’evoluzione dopo. Ogni artista deve mettere in mezzo la propria personalità tra il rap e sé, e trovare un’identità musicale.
K: Cercare di rappresentare qualcosa e comunicare messaggi è fondamentale oggi. Noi lo stiamo facendo sopra basi di piano e di chitarra.
D: Il Rap è nato per portare messaggi, per rappresentare protesta. Forse siamo il gruppo più RAP che c’è in Italia oggi (ridono, ndr). Vabbeh scherzo. Ricordiamoci però da dove nasce il rap, come racconta ad esempio la serie The Get Down, del Bronx e di tutte implicazioni sociali attorno alla nascita del genere.
K: Anche in Italia per come è partito il rap, posse e così via. Oggi manca per la maggiore il principio di esporsi e di dare un messaggio.
In Italia, però, il rap è nato politico a differenza degli USA dove il rap lo è diventato in alcuni casi.
D: Una volta ogni città aveva la sua figura di rappresentanza, io e Kaneki avremmo avuto i 99 Posse e gli Assalti Frontali. Oggi questa cosa manca, non capisco perché la nostra roba debba essere distanziata per concetti dal rap di quel tipo. In Italia c’è un sacco di roba figa ed evoluta ma si è persa la forma “beta” del rap.
K: Togliendo i rapper spudoratamente politici, se prendi ad esempio Fibra e Noyz, loro quelle quattro rime impegnate a pezzo te le buttavano. Ti facevano riflettere o ci provavano a farlo.
Come redazione, come pensiero, sposiamo una visione relazionale del genere. Ad esempio il vostro rapporto con Frenetik e Orang3 contribuisce a collocarvi dentro della scena, seppure ai bordi. Una sorta di mappa dei rapporti. Lato vostro, quando è stato il momento in cui i due rapper Lil Kaneki e Drast sono diventati il duo alternative pop Psicologi?
K: Non c’è stato un momento particolare, l’abbiamo vissuta con naturalezza questa transizione. Siamo artisti, tu hai parlato prima di Frenetik e Orang3 definendoli produttori rap, per noi sono semplicemente musicisti coi controcoglioni, come Sick Luke. Non si passa da essere artisti rap ad artisti pop, si è musicisti, si parla musicalmente sotto una chiave diversa delle stesse cose. Non smetti di essere “rap”.
D: È una questione di crescita personale.
K: Parliamo ancora delle stesse cose, in maniera più seria. Ad esempio ho trattato il tema di mio padre in carcere sia quando rappavo “tutto impazzito” sulle basi di Eminem sia adesso sulle nostre produzioni attuali, Marco (Drast, ndr) non ha perso la sua vena triste che aveva ai tempi in cui rappava.
Mi hai ricordato che nel tragitto per venire qui mi son fatto una scorpacciata di T-Pose (i Mixtape di Kaneki su SoundCloud, ndr).
K: Però ti manca il 4!
T-Pose 4 presto fuori, ci assicura il loro manager.
Su di voi c’è poca letteratura quindi le informazioni su di voi le ho cercate di assimilare parlando con alcuni vostri amici della scena SoundCloud romana.
Leggenda vuole che appunto il nome Psicologi sia nato “per sbaglio”, visto che Psicologi//Diploma era il titolo originario del brano che vi ha lanciati assieme. Come sono andate davvero le cose? Ve lo hanno affibbiato il nome?
D: Sei il primo che ci fa un’intervista a sapere sta cosa.
K: Come minimo te l’ha detto il Security (rapper emergente romano, amico degli Psicologi).
D: Ce lo hanno affibbiato ma ce lo teniamo stretto, ci rivediamo. All’inizio volevamo continuare a pubblicare con la forma “Polvere//Sparo”, ad esempio, per confondere le idee ma poi finivamo con zero ascolti. Ora abbiamo un’identità, un nickname, a cui la gente si sta affezionando.
Il pezzo che ha fatto più rumore ed opinione è stato Alessandra. Secondo me è stato un pezzo compreso poco da tutti, molti vi hanno liquidato come “l’ennesimo progetto radical chic antifascista”. Qual era il messaggio iniziale che volevate dare col vostro brano?
D: Le critiche presenti in Alessandra vanno in tutte le direzioni. Alessandra è una critica a chi si fa andare bene le cose, è protestare contro l’uomo passivo, colui che si fa scivolare addosso la sua vita. Questo si combatte con la cultura personale, vivendo, facendo esperienze, conoscendo persone e scoprendo gli aspetti di un posto. Nella mia città, a Napoli, vedi i quartieri spagnoli immediatamente dopo il centro, con le persone buttate in strada, vedi la gente che non ha alternative. Il problema è che questi “ci vogliono onesti e zitti”.
Come è nata la collab con Frenetik e Orang3?
K: È partito tutto da un provino di Marco, la prima strofa di Alessandra. Doveva essere uno scarto tra l’altro. È arrivato a loro due e ci hanno inviato un video dove Frenetik lo suonava alla batteria, tempo due giorni eravamo da lui a registrare.
D: Loro sono dei grandi. Tra l’altro, piccolo aneddoto, la parte più bella della sua strofa Kaneki l’ha scritta in giro per strada mentre eravamo con Nikeninja (producer del Wing Klan, ndr) e Gray della Fuckyourclique, si era fissato su una frase scritta sul muro e ha completato lì il suo pezzo.
K: Eravamo a Piazza Bologna, mi ero fissato su un murales, non mi ricordo nemmeno bene cosa riguardasse. Forse era un murales su Falcone.
Una domanda che mi fanno spesso è “Mi consigli qualcosa come gli Psicologi?”, E non saprei onestamente come aiutarli. Voi, ai tempi di Demo1, avevate un artista bussola per questo tipo di sound? Sono influenze che rientravano all’interno dei già labili confini della musica rap o stavate già guardando oltre, magari all’indie italiano?
D: Demo1 è nata da noi, non stavamo pensando ad artisti particolari.
K: Eravamo semplicemente presi bene, tipo “facciamo una canzone con le chitarre”.
D: Demo1 e Demo2 (oggi irreperibile, ndr) si chiamano così perché erano due demo registrati in camera mia col microfono da 20 euro.
K: Poi un mio vecchio brano chiamato Prednisone, che era uscita molto prima prodotta da Greg Willen, già era un brano considerabile indie. Ci ha fatto bene guardare oltre.
Secondo voi c’è una relazione di attitudine e poetica tra il posto in cui vivete e la musica che scrivete?
D: Se sei di Roma o di Napoli hai un senso di appartenenza alla musica locale diverso che dal resto d’Italia, secondo noi.
K: Alla fine romani e napoletani sono molto simili, come amore nei confronti della città, come capacità di “arrangiarsi”, di potersi creare le occasioni da zero.
Bomba Dischi è una grande realtà per la musica italiano oggi, e come per tutte le grandi etichette per i fan è sempre interessante conoscere “il dietro le quinte”, l’approccio di Bomba con voi e cosa ha portato due profili inizialmente così diversi dal target tipico della label a finire nei radar della “Casa dell’indie Italiano”. Raccontatecelo.
K: Davide, il nostro manager, ci ha iniziati a seguire su Instagram quando facevo i T-Pose. All’inizio non avevo capito chi fosse quindi lo avevo snobbato, l’ho conosciuto a un live dove suonavo. È nato prima il rapporto umano poi quello di lavoro, se nessuno si lamenta di Bomba Dischi ci sarà un motivo.
D: Il rapporto con Bomba è speciale, ci sentiamo “i loro figli”, ci sentiamo protetti. Ci fanno crescere, non ci censurano, sono una famiglia. L’etichetta è il luogo dove le cose che vogliamo fare vengono rese possibili.
State tenendo molti live in questo periodo, soprattutto ai Festival. Il vostro debutto ufficiale è stato al Mi Ami, un palco che per molti è stata una consacrazione per voi è stato un trampolino di lancio. Facendo un bilancio di autocritica, secondo voi cosa rende speciale i vostri live al giorno d’oggi e su cosa sentite di dover migliorare?
D: I nostri fan sono come noi, chi è sotto al palco è uguale a chi ci sta sopra. Gli Psicologi sono tutti quelli che ci ascoltano. Anche per questa empatia ci perdonano tutto durante i concerti. Vogliamo un bene incondizionato a chi ci segue, è una cosa che sentiamo davvero.
K: Prima e dopo i live ci fermiamo con loro a parlare, ci raccontano le loro storie, i motivi per cui si son rispecchiati nei nostri testi. È qualcosa di bello.
D: Al momento stiamo girando solo con un fonico e un dj, vorremmo ampliare il setup. Tastiere, batterie, loopstation. Vorremmo ingrandire la portata degli show, la nostra musica si presta tanto, secondo noi, a un’esibizione completa.
Parliamo di SoundCloud, visto che la scena di SoundCloud tra Roma e Napoli è stata la palestra in cui vi siete formati come artisti, come amici e come persone. L’ultimo FuckYourParty è stato pazzesco e rivedo molti punti in comune tra quello che ci avete raccontato dei vostri live e quello che secondo noi rende vincente la ricetta FuckYourParty. Voi vi sentite ancora parte della Generazione FuckYourParty?
D: Siamo stati parte di quella cosa, abbiamo suonato entrambi ai precedenti eventi. Va detto che quel mood è totalmente diverso da quello che facciamo noi ora.
K: Nonostante oggi non c’entriamo più molto con la situazione live, da SoundCloud e dalla Generazione FuckYourParty abbiamo ricevuto tanto e abbiamo dato tanto. Abbiamo coltivato tantissime amicizie e bei rapporti.
E a chi vi chiede, “Dove stanno andando gli Psicologi?” cosa rispondete?
D: Stiamo andando in studio.
K: Stiamo andando a San Lorenzo (ridono, ndr)