Opposto a scandali e pregiudizi – Murubutu come poeta maledetto e cantastorie
Nel diciannovesimo secolo le parole del noto poeta maledetto Charles Baudelaire erano viste come assolutamente fuori luogo e scandalose. Una realtà estremamente vicina a ciò che accade attualmente con il rap: l’associazione “rapper = fallito” è più diffusa che mai – anche a causa della scarsa credibilità di chi viene etichettato dai media come “rapper”, essendo in realtà… Solo un burattino.
“Torcia, vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata, pare un morente che carezzi la sua tomba.
Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco, se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?”
– Charles Baudelaire
Ma tornando a Baudelaire ed ai “Fiori del Male” (no, non il pezzo di Charlie Charles & CO.), si può dire con certezza che l’accoglienza del pubblico dell’epoca fu tutt’altro che entusiasmante. L’idea dell’artista come poco di buono era ben eradicata negli ideali della classe borghese, la più potente.
Ma, senza voler fare paragoni fuori luogo, non è forse ugualmente vero che chi si diletta nel rap game viene etichettato come un “drogato”, “disagiato” o “buono a nulla” da chi conosce poco o nulla di rap o hip-hop? Il pregiudizio sociale è sempre stato ben presente e pesante nell’arte – e parlando di musica, ciò è vero più che mai. Quante volte vi è successo che al solo pronunciare la parola “rap” arrivi il fenomeno di turno con cappuccio, mani a corna e un sonoro “Yo yo” detto credendosi Mr. Simpatia?
Certo, siamo tutti d’accordo: esistono anche questi personaggi nella cultura che tanto amiamo, nessuno lo nega. Ma si fa presto a far di tutta l’erba un fascio senza guardare in profondità. Infatti, è altrettanto vero che c’è chi è lontano anni luce dall’essere un “rapper buono a nulla, che parla solo di droga”. Un esempio, sicuramente non conosciuto da tutti ma degno di nota, è Alessio Mariani – in arte Murubutu (da Marabutto, ossia il santone musulmano che fungeva da intermediario tra eremiti e guerrieri).
Murubutu, prima di essere un rapper, è soprattutto un uomo di cultura. Non lo confermano solamente i testi delle sue canzoni, ma un fatto raro che è un grande schiaffo alla faccia dei pregiudizi: professore di storia e filosofia in un liceo di Reggio Emilia, questo artista fa delle parole come mezzo di diffusione della cultura il suo hobby e allo stesso tempo la sua professione. “Letteraturap” è il nome che Murubutu stesso attribuisce al suo genere, un genere capace di mescolare con equilibrio cultura, emozioni e metriche. Un narratore che si diletta a raccontare storie di personaggi realmente esistiti o inventare vicende di spessore morale, che portano con sé un insegnamento sempre diverso ma mai banale.
Quattro album da solista all’attivo, ognuno di questi è caratterizzatoda un concetto attorno al quale si sviluppano tutte le tracce. L’ultimo, “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, uscito ad ottobre 2016, ha come tematica centrale il vento – e tracce come “Mara e il Maestrale”, “Grecale”, “Levante” feat. Dargen D’Amico e Ghemon, oltre a portare come titoli i nomi dei venti, riprendono le caratteristiche degli stessi mettendole in musica. Un vero e proprio cantastorie, che si muove tra avvenimenti storici realmente accaduti (“La battaglia di Lepanto”), intense storie d’amore (“I marinai tornano tardi”), racconti di fughe e di disagi (“Scirocco”) e dediche per i suoi due figli (“Il giovane Mariani e altri racconti” e “La bellissima Giulietta”).
Un artista quanto più lontano dall’attitudine tendente agli eccessi di un poeta come Charles Baudelaire ma quanto mai vicino al Poeta Maledetto per ciò che riguarda tematiche e valori – la critica sociale attraverso l’arte, le diverse visioni dell’amore (non sempre a lieto fine), e la cultura come essenza della vita.
Murubutu è quindi un cantastorie che continua una tradizione che in Italia è più radicata che mai, ma soprattutto è un artista i cui lavori sono una forte e chiara (seppur involontaria) risposta a chi vuole ridurre il rap ad un mero fenomeno di “artisti buoni a nulla”.
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