Mi dispiace per ciò che ho fatto: recensione del nuovo disco di Jay-Z
Il volto più noto del rap d’oltreoceano torna dopo un silenzio di ben quattro anni con un disco che ha tutto il sapore di una grande confessione, tra analisi della propria persona e una non troppo velata critica al rap di oggi. Tutto senza filtri.
4:44 è un disco che al primo ascolto potrebbe apparire sottotono, quasi scritto
sovrappensiero dal suo quarantasettenne e multimilionario autore: dieci tracce,
pochi feat ( nessun rapper ), nessuna hit radiofonica.
A questo si aggiunge l’esclusivo rilascio per TIDAL, la discussa piattaforma di
streaming di Jay-Z, limitandone ancora di più la diffusione, specialmente all’estero.
Ma cos’è davvero 4:44?
Innanzitutto, è un disco personale. Personale e straordinariamente
maturo.
Le chiavi di lettura di questo album sono principalmente due tracce: la furiosa intro “KIll Jay-Z” e la romantica title-track “4:44“, diverse ma instrinsecamente legate.
Nella prima il rapper infatti si mette a nudo distruggendo con una serie di
pugni lirici quello specchio dove vede il proprio ego e la propria
immagine, da sempre associata all’ hustle e al successo. “Loro non
ti ameranno mai”, “Hai venduto droga alle persone che amavi”, “Hai
sparato a tuo fratello, come sappiamo se possiamo fidarci di te?”, “Hai
perso la ragazza più bella del Gioco” sono solo alcune delle pesanti accuse
che Shawn Carter rivolge a un sé stesso ormai incapace di reagire.
Una lunga strofa recitata in un confessionale nel quale il sangue dei propri peccati
continua a colare dalle pareti e non accenna a fermarsi.
Nella seconda, invece, vi è una lunga apologia alla moglie, una triste
lettera d’amore e di scuse da parte di un padre e di un marito lapidato sulla pubblica
piazza proprio dalla donna che ama. Ed è proprio qui che sta la genesi dell’ album, in
una canzone d’amore scritta dopo essersi svegliati di soprassalto alle 4 e 44 del
mattino.
“Ho giocato con le tue emozioni perché io non ne avevo.”
E’ tutto qui lo spirito dietro questo album: mi dispiace per
quello che ho fatto, questo è ciò che sono.
L’ ego è stato distrutto e ora possiamo entrare nel cuore di quest’ uomo.
Tante altre sono le tematiche toccate da un rinnovato Jay-Z a cuore aperto: la comunità nera, il rap moderno ( “tutti lo stesso flow, non riesco a distinguere l’uno dall’altro”), l’omosessualità della madre, il rapporto con Kanye West, la sua infanzia e la sua eredità, analizzate nella magnifica sequenza di “Mercy Me” e “Legacy”, uno sguardo al passato e al futuro in un’accorata preghiera il cui significato sembra voler essere il mantra “Come puoi sapere dove vai se non sai da dove vieni?”
Tracce su cui vale la pena soffermarsi ancora sono sicuramente “Smile”, dolce quadro nostalgico sugli old times e “Bam”, dove l’ego di Jay-Z distrutto all’inizio del disco torna con prepotenza in una sequenza di rime al tritolo con i quali mette bene in chiaro chi ancora siede sul trono di questo genere.
La produzione musicale è totalmente affidata a No ID, veterano di Chicago nonché mentore dell’ ormai ex-socio Kanye West, abilissimo nel creare atmosfere che rimandano al soul, all’ R&B e all’ old-school: Alan Parsons Project, Nina Simone, Donny Hathaway, Fugees sono solo alcuni dei campionamenti dal sapore vintage che permeano questo progetto e contribuiscono al clima di intimità che permea l’intera opera.
E gli ospiti? Pochi ma buoni: Gloria Carter, Beyoncè, Damian Marley e e Frank Ocean, quasi tutti impiegati in ritornelli o in outro dal sapore discorsivo. Presenti ma mai troppo invadenti, perché stavolta il palcoscenico deve avere un solo protagonista.
In conclusione quindi 4:44 è un disco solido, senza fronzoli ( solo 36
minuti di durata ) e frutto degli stravolgimenti personali del suo autore
che prova a risolvere i suoi guai e a dire la sua su ciò che gli è caro.
Ed è proprio per questo che probabilmente non sarà apprezzato se non dai
suoi estimatori.
L’ approccio alle tematiche trattate, la dimensione intima dell’album e
la ridotta promozione (se paragonato agli altri lavori) lo rendono poco
appetibile ai fan della prima ora o a chi semplicemente non conosce l’artista o non lo
ha mai approfondito. A molti potrebbe sembrare senza mezzi termini un lavoro
noioso.
Ma andando oltre la superficie e lasciandosi trasportare dall’abilità di Carter si riuscirà sicuramente a comprendere la bellezza di quello che non è il miglior lavoro della carriera del rapper di Brooklyn, ma probabilmente quello che gli è costato più fatica e che ne ha sconquassato i sentimenti.