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All about the money: i soldi nel rap

Come Sfera Ebbasta, tanti nel rap game vogliono triplicare gli stipendi, ma altrettanti vedono nei soldi l’anticristo. Si scontrano due visioni totalmente opposte ed entrambe hanno moltissimo seguito: com’è possibile? Chi ha ragione?

Back to the roots: correva l’anno 1982, quando Grandmaster Flash & The Furious Five definivano la società come un “dirty world” per l’avarizia dell’uomo causata dal denaro. Anche Notorious B.I.G. fa passare lo stesso messaggio nel ’97 con Mo Money Mo Problems, in cui spiega che i soldi guadagnati sono proporzionali ai problemi che creano. Questo pensiero è racchiuso nelle parole di KRS-One in Money: ricorda che il cash è indispensabile, ma non deve cambiare una persona.
Questa visione è portata avanti tutt’ora da più rapper americani, come Joey Bada$$, che in quest’intervista afferma che i soldi ci tengono intrappolati nel sistema.
La scena trap è l’altra faccia della medaglia: esalta le banconote e ne vuole sempre di più. I Migos, ad esempio, in Money counter hanno così tanti soldi da aver bisogno di una macchina che conti il denaro per loro, che è lo stesso concetto espresso da Gucci Mane e Rick Ross in Money Machine.

In Italia la situazione è leggermente diversa. Qui si divide chi con i soldi ha quasi un rapporto conflittuale da chi ama il denaro e non ha paura di dirlo. Nella prima categoria rientra Inoki Ness, che dopo più di vent’anni nell’underground rimane fedele alla strada, tenendosi a debita distanza dalle major. Non nega l’importanza del guadagno, ma ci tiene a specificare sempre che non è quello il suo scopo nella musica: “Io odio questi soldi, vorrei bruciarli / ma devo farli, senza non vai avanti”. Nonostante consideri il cash un mezzo di commercializzazione della musica, e per questo negativo, non si può farne a meno e bisogna perciò trovare dei compromessi.
Non sono tutti della stessa idea: Guè Pequeño, non a caso dissato da Inoki, ha affermato esplicitamente che l’hip hop è fatto per fare soldi, e che è stato uno dei grandi errori del rap italiano essere nato attraverso i centri sociali, facendo passare l’idea del rapper come “barbone”.

La trap, anche in italia, ha confermato ciò che già molti pensavano: lo scopo della musica è il guadagno. Dalla Dark Polo Gang che ha “soldi sulla lista delle cose da fare” a Sfera Ebbasta che ha ben chiari i suoi obiettivi: “Fare i soldi è una missione, dipendenti dal denaro come il cane dal padrone”

Si scontrano due scuole di pensiero diametralmente opposte: è interessante notare come queste differenze si ritrovino anche nella musica. Il rap è percepito come allontanamento dalle regole società e da ciò che “intrappola” la persona privandola della libertà, come può accadere con i soldi; è anche, però, un mezzo di rivalsa e di lotta per un futuro migliore.

Don Diegoh in quest’intervista ricorda che i soldi “non possono mai diventare il fine ultimo di un progetto artistico ma non possono neppure venire demonizzati”: in modo molto bilanciato, spiega semplicemente di non ridurre la realtà a bianco o nero. Esistono vie di mezzo per assicurare che il lavoro di un artista sia frutto di una passione e, allo stesso tempo, sia in grado di supportarlo economicamente.


Eleonora Sironi

Classe '99. Nel tempo libero scrivo cose e giro per Milano con Neffa nelle Sennheiser.

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