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A tu per tu con Paskaman, il rapper che ha predetto il futuro

Una vita da Camaleonte ma anche da Cassandra, perché quando proponeva certi suoni, certi stili, gli davano del matto. La sua musica ha fatto da chioccia a tutta la scena milanese che conta oggi, da Giaime a Lazza, da Sfera a Vegas. Vi presentiamo Paskaman.

Paska è fuori ora col suo nuovo primo album ufficiale Camaleonte, prodotto da Andry The Hitmaker. Siamo andati a trovarlo per fargli qualche domandina.

Non avevi mai parlato pubblicamente del tuo strabismo e non avevi mai lavorato ufficialmente a un disco, ora questi tabù sono caduti entrambi allo stesso tempo. Come sono correlati i due eventi? Cos’è cambiato in Paska per convincerlo che fosse arrivato il momento giusto per superare questi traguardi?

Allora, dico subito che bene o male le due cose sono nate in maniera spontanea, ovviamente io l’ho fatta passare come una cosa che da tempo volevo far combaciare. Però in realtà sono due cose nate in posti diversi, in luoghi e in momenti diversi. Però li accomunavano, fondamentalmente li accomunavano. Mi spiego: La roba dell’occhio io non ve l’ho detta neanche subito perché per me, nel tempo, è stata una cosa che mai nessuno mi ha fatto notare. Se andavo a calcio massimo mi davano del ciccione, che è un difetto fisico che comunque crescendo “ti fai passare”. Ho iniziato a rifletterci andando a tagliarmi la barba da un ragazzino mio fan, ovviamente mi sarà sicuramente capitato di andare in down con l’occhio per quei 5 minuti, e quando mi riprendevo cominciavo a rifletterci e a chiedermi se lui lo notasse, così ho realizzato che tutti lo sanno, è impossibile che non se ne accorgano. Questa cosa della copertina l’ho fatta senza dirlo a nessuno, volevo fosse una roba mia.  Quando ho iniziato a mostrarla a qualcuno nessuno mi diceva dell’occhio storto finché non ne parlavo io, è stata una cosa del tipo “Io lo so, tu lo sai, ma non ne parliamo”. Per chiudere il cerchio: Le due cose penso siano entrambe molto mature, far capire che io ho questo difetto fisico ed essere maturi per parlarne, per non prenderti più male come da piccolo. Il disco ufficiale idem, volevo far capire ai miei ascoltatori che Paskaman ha fatto un cambiamento radicale, ma questo cambiamento non è dovuto a un semplice io che dico “Ok, quel personaggio è finito, devo crearne un altro” come magari molti hanno fatto. È stata una cosa proprio istintiva e volontaria. Paskaman ha fatto cose estremissime, ha sempre giocato su quel filo tra il ridicolo e il geniale, questa cosa è sempre stata radicale e involontaria ed è sempre stato fatto tutto da un ragazzo istintivo e spontaneo che non pensava mai alle conseguenze, cosa che sono tutt’ora, però adesso c’è la consapevolezza, la consapevolezza sul rispetto altrui.

La cover di Camaleonte

 

“Camaleonte” ha avuto una gestazione piuttosto lunga, questa è dovuta semplicemente alle difficoltà connesse all’autoproduzione o alla base ci sono solo esigenze di carattere creativo?

Sia l’uno che l’altro. Questo disco è nato quasi due anni fa dopo che avevo quasi finito un EP con Zef e subito dopo aver fatto uscire un EP con Andry The Hitmaker ai tempi, nel 2015. Quell’estate io e Zef ci mettemmo al lavoro su dei pezzi ma la roba non andò in porto e da quel momento ho detto “Voglio fare un qualcosa di mio”. C’è voluto un anno dal lato tecnico perché ho voluto registrare questo disco a casa mia e sentivo di doverlo registrare in questo posto come se fosse quasi deciso dal destino di dover produrre un progetto del genere qui.

Oltre ai colleghi con cui avevi già collaborato in passato spiccano i nomi di Johnny May Cash e Young Cocky, due figure vicine alla Chiraq di Chief Keef e della Chop Squad, in una scena come la nostra in cui tutti gli artisti del momento sgomitano per chiudere una collaborazione internazionale, tu da indipendente come hai fatto a stringere questa connection?

Paskaman: Erano due artisti che pompavamo molto io e gli Oro Grezzo, che sono dei ragazzi che la Trap la vivono al 100% e mi hanno insegnato molto al riguardo facendomi appassionare soprattutto alla scena Drill di Chicago e a Chief Keef che lì è il capo. Per andare dritti al punto: Li ho contattati su Instagram chiedendo una collaborazione, mi han chiesto dei soldi, io li ho pagati perché volevo togliermi questa soddisfazione personale, in particolare dopo che Dot e Scorsese mi hanno aperto gli occhi su questo determinato modo di vedere le cose. Per giunta, il pezzo ha ben due anni, come molti altri del disco.

In “Figuriamoci” citi Gucci Mane dicendo “Questi sono tutti figli miei”, rivendicando così il tuo ruolo di pioniere del suono e dell’immaginario che ora si è diffuso a macchia d’olio anche tra il grande pubblico. La fama di essere un artista incompreso, di essere uno troppo avanti per i suoi tempi, è per te motivo di orgoglio o c’è anche un po’ di frustrazione?

Paskaman: Te lo dico in tutta sincerità, per me non è una questione di frustrazione e loro tutti lo sanno, io son contentissimo per loro, avendo avuto in studio Rkomi, che poi di conseguenza mi aveva portato Tedua, che mi aveva portato Izi, tutti ragazzi che venivano a registrare da me. Rkomi non ti voglio dire che l’ho cresciuto perché non mi permetterei mai, però a livello musicale ci ho passato un bel po’ di anni e io gli ho sempre detto, lui stesso può confermare, che gli sarebbe servita solo un po’ più di costanza. Quando ti dico queste cose non è a livello di mentalità, io non mi sento il Gucci Mane italiano, per me il Gucci Mane italiano è Sfera e non capisco come si possa pensare il contrario. Ogni pezzo suo che esce è una freccetta che colpisce in pieno il bersaglio, idem Ghali, anche se si è un attimo staccato da tutto questo mondo. Poi comunque Sfera e Charlie sono sempre stati così e per questo ti dico di essere stracontento per loro che hanno avuto le palle di parlare di droga e di mettere in mezzo il loro blocco, una cosa troppo grossa dal mio punto di vista all’epoca, infatti penso di esserci arrivato sì dal lato del sound anni prima ma non avrei mai fatto ciò che hanno fatto loro. E tutti quelli sopra gli sono corsi dietro, un po’ come in America dove a Rick Ross tocca andare vicino a Lil Pump e gridare “Eskeetit”, che è un comportamento che o capisci o condanni, altrimenti fai come Jay Z e pubblichi un disco come il suo fregandotene delle tendenze.

Nella skit “Se fossi nato in America” sembri ironizzare sulla deriva mumble del rap americano, questa corrente ti affascina o ne vedi i limiti espressivi? E credi che l’Italia sia pronta per un ulteriore passo sonoro?

Paskaman: Questa skit risale a circa un anno fa, io avevo fatto questa linea melodica perché era appena uscito il mixtape di Lil Yachty e ci ero andato sotto, quindi ho provato a fare una cosa del genere. Lo feci ascoltare a varie conoscenze ma non venne apprezzato molto anche perché non era ancora uscito tipo il pezzo di Dani Faiv con le treccine colorate (Big up!). Poco prima di finire il disco sono andato a riascoltarla e ho voluto infilarla nel disco e infatti ha ricevuto un riscontro incredibile, su Spotify è la terza traccia andata meglio e io non me l’aspettavo minimamente.

Uno dei protagonisti delle tue barre è l’Alprazolam, l’ansiolitico noto ai più come lo xanax, con cui sembri intrattenere una relazione un po’ tormentata e bivalente, mentre i tuoi colleghi descrivono nei testi un approccio piuttosto frivolo a sostanze psicoattive come questa. Ritieni ancora importante affrontare nei testi il tema delle dipendenze o è più una necessità autobiografica?

Paskaman: La seconda, perché odio l’immagine di un artista che si spezza la pastiglia di Xanax e se la ficca in bocca, e non è per offendere nessuno, a me la musica piace in tutti i modi. Mentre amo una figura come magari la mia che ne parla a livello emotivo, quindi dal mio punto di vista è assolutamente una cosa autobiografica.

A Milano e dintorni hai collaborato praticamente con tutti, da Eddy Virus de Il Pagante a Jack The Smoker a Sfera alla Troup d’Elite, per questo disco, al di fuori della collaborazione internazionale di qui sopra, sembra che tu abbia deciso di “stringere la mano solo agli hermanos”. Ma se oggi Paska dovesse fare una scommessa sul futuro, chi tra le nuove leve andrà in alto?

Paskaman: Guarda, se Febo mi sente dire ‘sta roba si mette a ridere, ma quando a FIFA stai per fare gol e lo dici non lo fai mai. Però se posso augurare io penso che gli Oro Grezzo debbano essere solamente capiti, ed io vedendoli e lavorandoci quasi ogni giorno dico che se loro facessero uscire le cose che hanno già pronte, la gente non le capirebbe, se non tra tre anni, non sto scherzando. Ovviamente non son troppo teorici e tecnici perché son cresciuti per strada, però se li sai capire a livello di tecnica e linguaggio hanno delle idee che son clamorose. Se posso fare un altro augurio lo faccio a Sek che a livello proprio di personalità è un po’ come Paskaman. Io l’ho conosciuto come cliente del mio studio oltre che fan e mi ha colpito dal primo momento rappando in francese e spero veramente che possa farsi notare anche lui.

Con l’uscita di Camaleonte si chiude un percorso iniziato moltissimo tempo fa e capita che dopo aver tagliato un traguardo inseguito a lungo ci si senta svuotati, specie se è qualcuno incline a problematizzare ciò che gli accade come la persona che traspare dai suoi pezzi, ma oggi l’uomo dietro ai baffi come si sente?

Paskaman: Sai che in questo periodo non ci ho mai pensato a questa domanda che mi hai fatto? Ed è un male. I miei genitori mi hanno insegnato a fare i sacrifici per rincorrere ciò che ti piace fare e ti devi affiancare a persone che riescano a capirli. Da indipendente non è facile e si devono un po’ avere le palle di chiudere il cervello e lavorare. Vorrei dirti il contrario ma attualmente non mi sento bene, che è anche un’ottima cosa per gli ascoltatori dato che sicuramente avrò il bisogno di fare altro e continuare il mio percorso. Concludo col dire che l’orgoglio più grande di questo disco è che la gente abbia capito il sacrificio che c’è dietro, per questo ho fatto uscire singoli come “Nonno no”, per far capire alla gente che volevo fare un disco che potesse restare nella storia, o almeno in chi lo ascolta.

Potete ascoltare Camaleonte su Spotify o acquistarlo nei principali digital store.

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Fabio Russo

Fabio Russo

Mi piace il rap coreano.

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