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Un tuffo nell’Acquario: intervista a Coco

Il 24 maggio usciva “Acquario“, il primo disco ufficiale di Corrado Migliaro, in arte Coco, che viene anticipato dai singoli “Bugie Diverse“, “Dietrofront” e “Non ho più amici“. Dopo essersi preso 3 anni dall’uscita dell’ultimo album, attesa intervallata dalla pubblicazione dell’EP “Quanto ci costa essere noi“, le pressioni nei confronti del pupillo di Luché erano consistenti, ma a cinque mesi dall’uscita di Acquario si può tirare un bilancio e dire che le aspettative non sono state deluse. Un soleggiato pomeriggio napoletano nel Cavone siamo riusciti a fare quattro chiacchiere con Coco, parlando di disco, tour e percorso musicale.

Innanzitutto , come stai? Come hai vissuto questi quasi 5 mesi passati dall’uscita del tuo primo disco ufficiale?

Coco: abbastanza bene dai, il responso è stato ottimo. Ho suonato parecchio tra tour estivi nelle discoteche e cose veloci, ora a novembre inizia il tour, sono abbastanza soddisfatto.

A proposito di tour, Acquario Tour, il tuo primo Tour ufficiale, parte il 21 novembre dopo che la prima data del 22 è andata sold out. La tua città ha dato una grande risposta dopo i già ottimi risultati in termini di streaming ed esordio in classifica. Quanto è inaspettato questo risultato?

Coco: Sì, anche la data del 21 è praticamente sold out, ad oggi mancano 60 biglietti, penso che in un paio di giorni è chiusa anche quella. Non me l’aspettavo una risposta così decisa nel giro di 10 giorni, però un po’ mi aspettavo il supporto, il mio è un pubblico da live. C’è una fetta del mio pubblico che è “mio”, nel senso che sono molto legati a me e quindi preferiscono venire al concerto piuttosto che allo showcase in discoteca di mezz’ora, e questo mi rende felice perché era ciò che volevo raggiungere. Avere una fanbase di gente reale e non su Instagram o legati ad una hit singola mi fa capire che ci sono i presupposti per crescere.

E un fan che viene al tuo concerto cosa può aspettarsi?

Coco: Sarà tutto diverso rispetto alle altre serate, adesso ci sarà la band, sarà tutto suonato live, molti pezzi saranno riarrangiati e ci saranno parecchi ospiti, soprattutto a Napoli. Ho cercato di costruire qualcosa che non fosse solo l’esecuzione del disco ma che fosse proprio un valore aggiunto.

Ti aveva già iniziato a perseguitare da un po’ il tormentone del “caccia il disco” quando hai deciso di annunciarlo. Questa gestazione abbastanza lunga per i tempi discografici attuali a cosa è dovuta? Esigenze artistiche?

Coco: Sì, ero io che avevo bisogno di tempo per capire bene che direzione volessi prendere. Mi piacciono tante cose e non mi piace chiudermi in un solo genere. Quando faccio musica devo fare contento me in primis, io pure quando faccio un pezzo e mi dicono tutti che è bellissimo o che spaccherà, se non mi piace non riesco né a fidarmi degli altri né ad accontentarmi. Poi magari a me piace tantissimo un pezzo e le reazioni che ricevo non sono come me le aspettavo, ma se per me vale è già un traguardo.

Riascoltandomi i tuoi progetti ho notato come la tua musica sia caratterizzata da una disillusione di fondo, una visione malinconica dell’insieme, che però in Acquario ho trovato di meno. È stata una fase della tua vita che ora hai superato o hai deciso di mostrare altri lati di Coco in questo progetto?

Coco: Sicuramente ho scelto di mostrare altri lati di me, ma ogni disco rispecchia ciò che vivo. Diciamo che quando ho scritto questo il mio stato d’animo era più rivolto verso questo mood, questo mondo interno. Essendo una persona che parla prettamente di sé nei pezzi faccio fatica a lasciarmi andare e scrivere cose che non ho vissuto o che non sento realmente mie, quindi la mia grande paura è di ripetermi. Quindi cerco di buttare giù tutto quello che vivo e che anche minimamente mi colpisce, ed è questa l’unica cosa che riesco a fare in realtà e che ho fatto anche con questo disco.

“La vita giusta per me” all’uscita ad un ascoltatore attento poteva già aver dato un’idea dei binari su cui viaggia la tua musica, mentre “Quanto ci costa essere noi” è una sorta di episodio spin off in cui hai racchiuso le tue influenze e il tuo viaggio di quel momento. In Acquario invece ho trovato un Coco molto più maturo e soprattutto che sembra aver trovato il suo suono. Ma quanto ti senti vicino al tuo apice? A che punto ti senti del tuo percorso?

Coco: Anch’io penso che questo disco sia l’inizio di un percorso, penso di aver definito meglio il mio stile e il mio modo di esprimermi con la musica. Quindi sì, penso che Acquario mi abbia collocato in una posizione ben definita, e questa cosa mi fa stare bene. Però lo reputo comunque solo l’inizio, per far si che arrivino risultati concreti ci vogliono 2/3 dischi, l’ho visto con chiunque sia rimasto davvero nella musica. Lo stesso Luca (Luché, ndr ) ci ha messo 4 anni prima di arrivare a certi traguardi, perché ogni disco è stato un tassello dopo l’altro per imporsi con la sua musica, col suo stile e modo di essere, senza doversi far trascinare dai trend. Per come è stato accolto questo disco nonostante certi sound ora ho acquisito una nuova sicurezza, la consapevolezza di poter fare ciò che voglio sempre, perché la coerenza non deluderà mai il pubblico.

Questo tuo percorso inizia nel 2016, e trovo incredibile che ora coincida col momento in cui anche in America molti si stanno spostando su sound più melodici e cantanti per scampare al ristango delle sonorità. Ha sempre fatto parte della cultura rap la reclamazione dei propri meriti, ma tu senti tuo il ruolo di portatore o capostipite di questa wave Soul/RnB in Italia?

Coco: Non lo so se mi sento il capostipite, io ho sempre fatto ciò che mi piaceva senza farci molto caso, già ne “La vita giusta per me” io ho fatto quel determinato lavoro perché ascoltavo quello. Nonostante io abbia una formazione di rap crudo come Mobb Deep o Co’Sang, che con la mia roba sembra non c’entrare niente, sento un po’ quell’influsso. Allo stesso tempo però ascoltavo anche i Sottotono e nella mia scrittura per dire sento molto l’influenza di Tormento. Quando poi mi sono trasferito a Londra sono stato risucchiato in un mondo di sound nuovi come i dischi di PARTYNEXTDOOR, Bryson Tiller. Non so se sono il capostipite ma sicuramente quando uscii “Ho sempre perso con te” ero uno dei primi a fare quella roba trap soul.

Ma in un panorama come quello italiano, in cui c’è molta omologazione a livello di sound, tu lo vivi come un pregio o un difetto il tuo discostarti così tanto dai suoni più in voga e sotto i riflettori?

Coco: Sai io penso che un po’ sia normale, in tutto il mondo c’è un’omologazione dei suoni, guarda in america. La ma lavorazione di Acquario è stata difficile proprio perché non avevo nessun artista che mi ispirasse, che facesse da punto di riferimento. In “La vita giusta per me” mi hanno ispirato molto Drake con “Nothing was the same” e “Of you’re reading this it’s too late“, Kendrick con “good kid, m.A.A.d city” o J.Cole con “Forrest Hill Drive“. Questo disco è stato concepito nell’era di Lil Pump, che per carità mi piace e mi diverte, ma non mi muove dentro nessun processo creativo. Forse l’unico americano che mi ha ispirato un po’ è stato XXX con “17“, penso che vagamente alla lontana si possa sentire. Tornando alla domanda io penso che sia un bene, se avessi fatto un disco trap magari avrei fatto altri numeri, ma non sarei né stato me stesso né avrei contribuito a qualcosa di positivo come la diversificazione della scena, né tantomeno avrei costruito un percorso che sento mio.

Tornando al disco, hai parlato per la prima volta pubblicamente di tuo figlio, Sebastian. Per quello che è un po’ il viaggio del disco mi è venuto automatico il collegamento con 6lack, anche lui diventato padre prima del suo ultimo disco e che ha detto di aver cambiato prospettiva sulla musica. Pensi che tuo figlio abbia cambiato la tua percezione della musica? Ed è stato difficile mostrare questo tuo nuovo lato al pubblico?

Coco: Io sono una persona molto riservata, non ho mai messo una foto di mio figlio sui social e infatti prima del disco non lo sapeva nessuno, spesso ancora mi chiedono se Sebastian sia mio fratello o mio nipote. Il pezzo è nato in maniera del tutto naturale, su una produzione che avevo ho cominciato a parlare di questa cosa perché in quel momento mi ispirava quello, ma io in realtà nemmeno volevo metterlo nel disco. Luca mi ha convinto a inserirlo e anche lì volevo metterla come ghost track, alla fine confrontandomi anche con Universal abbiamo deciso di pubblicarlo così come è stato fatto e sono soddisfatto, è anche uno dei pezzi più apprezzati.

Un argomento che invece è spuntato più volte nel corso della tua discografia è quello del ripudio dell’etichetta del sottovalutato che spesso ti è stata data, mi vengono in mente gli esempi di “Equilibrio” o “Vorrei”. I numeri ovviamente non sono un parametro per la qualità della musica, ma con questo disco pensi di essertela scrollata di dosso ed esserti preso ciò che meriti?

Coco: Ancora non del tutto ma sì, il “sei sottovalutato” è sempre uno dei commenti ti più quotati, anche se ultimamente devo dire che da quando è uscito il disco è diminuita. Ovviamente non lo intendono in maniera negativa, anzi, pera gente ha bisogno di capire che ci vuole del tempo per arrivare a determinati traguardi, determinate cose. Io so che devo fare di più, fare più pezzi, e sono convinto che così facendo posso mettere il mio punto. Alla gente la mia musica piace, significa che c’è solo bisogno di dargliene di più. Io ora non vorrei metterci altri due anni per il prossimo disco, anche se so che alla fine sarà così, però vorrei vivermela con più leggerezza. Sembra sempre che quello che fai e raggiungi non sia mai abbastanza, la gente finisce per non prestare attenzione a quello che uno sta facendo perché è già proiettata su altro.

Parlando invece di produzioni, negli anni hai sempre avuto un produttore di riferimento, che inizialmente era Geeno. Negli ultimi tempi sembra esserci stata una sempre crescente intesa col binomio D-Ross/Star-T-Uffo, specie con il primo che è arrivato a produrre metà Acquario. Per la tua musica quanto è importante la figura del producer aldilà delle produzioni, ma proprio nel concepimento di un progetto?

Coco: È importantissimo e credo sia fondamentale crearsi un proprio sound con una persona che ti giudi, supporti in ciò che fai e che già sappia cos’hai tu per la testa. Geeno ha avuto un periodo in cui si è distaccato dalla musica ed a me è venuto a mancare molto perché avevamo le stesse “capate”, ci emozionavano le stesse cose. Penso che in Acquario si sia sentita molto la sua mancanza, lui mi dà determinate cose che solo lui può darmi, come del resto Rosario (D-Ross, ndr), il mio disco perfetto è un disco in cui riesco a lavorare assieme ad entrambi, purtroppo come detto è riuscito a darmi solamente due produzioni, ma piano piano lo stiamo rimettendo in carreggiata. Comunque se ci fai caso i rapper che ha avuto vita lunga sono quelli che hanno avuto accanto un producer che è cresciuto assieme a loro, da Drake con Noa a Sfera con Charlie. In questi rapporti c’è sempre un arricchirsi a vicenda da chi trae vantaggio la musica.

E con D-Ross in particolare com’è nato questo rapporto? Com’è che ci siete trovati così tanto?

Innanzitutto umanamente, siamo diventati famiglia. Prima de “La vita giusta per me” non avevamo mai lavorato assieme, poi lui mi ha mixato il disco e da lì abbiamo iniziato a trovarci anche musicalmente, prima eravamo solo amici. Poi mi sono trasferito a Londra e di tanto in tanto tornavo e l’estate del 2016 mi ritrovai a Napoli ad agosto, io odio l’estate e ferragosto e quindi ero in studio ogni pomeriggio con Rosario e Sara (Star-T-Uffo, ndr), e facendo pezzi su pezzi e affinando la nostra sintonia decidemmo di chiudere un progetto che stava prendendo forma, così nacque “Quanto ci costa essere noi“. Ad oggi per dire non riuscirei a chiudere nulla senza di loro, sono le mie guide.

Una produzione in particolare l’ho trovata interessante in Acquario, e cioè il beat lo-fi di “Calabasas“. Com’è nata l’idea di portare questo tipo di produzione in Italia? Ed è da interpretare come una sperimentazione o è una sperimentazione che ti ha dato soddisfazioni e pensi di riportare?

Coco: Il pezzo l’ho fatto con un producer di Parigi che vive a Londra, Srabi Machine, con cui dovevo fare un EP che alla fine non è più uscito. Calabasas l’ho fatta due anni e mezzo fa e faceva parte di quel progetto, assieme al freestyle “6 di mattina” per EsseMagazine. Quei pezzi sono nati perché erano influenzati dalle cose che ci piacevano, poi a Londra quel suono è super inflazionato, è tipo il reggaeton a Napoli. Noi venivamo dal disco di Isiah Rashad che ci aveva sconvolti e facevamo queste cose che ho pure fatto sentire a qualcuno in Italia, e dicevano che erano troppo strane e sofisticate, quando in realtà in Inghilterra si ascoltano solo quello. In Italia siamo molto indietro sulle sonorità, anni luce, la trap che va molto adesso per esempio la sentivo a Londra già nel 2008. Ti dirò, secondo me molti suoni, come ad esempio questo, non arriveranno proprio mai, in Italia vincono i fenomeni: nemmeno Drake, al di fuori delle hit, è riuscito a mettere un punto in Italia.

Chiosa finale sui featuring. Mentre quello con Luché appare scontato e quello con Mecna frutto di una crescente stima e intesa negli anni, mi ha personalmente sorpreso la presenza di Ernia, che ti è abbastanza distante per background o sound

Coco: sai che non lo trovo troppo distante da me? “68” per determinate cose mi è piaciuto tanto, l’ho ascoltato molto durante la lavorazione di “Acquario“. A me lui è sempre piaciuto perché scrive molto bene e perché è molto introspettivo. Sicuramente per quel che riguarda il sound siamo molto lontani, ma come modo di interpretare la musica siamo simili, anche lui è super imparanoiato e mai sicuro di quello che fa. Il feat è nato in maniera estremamente spontanea, gli mandai un beat di Kanye sui cui avevo già scritto io, chiedendogli se avesse voglia di scriverci sopra una strofa, il giorno dopo me la mandò e a quel punto fece fare la produzione.

Hai provato entrambe le cose, quindi: meglio fare un disco a Napoli o a Londra?

Coco: Napoli tutta la vita, a Londra non riuscivo più a scrivere. Sono tornato qui e ho fatto giri per i bnb, ho fatto due settimane a Mergellina, due nei Quartieri Spagnoli, due in Pignasecca, perché nemmeno a casa mia riuscivo più a scrivere. Avevo bisogno di stare in posti che non sentissi miei, in cui niente mi appartenesse, il disco l’ho praticamente scritto in giro per Napoli.

 

Intervista realizzata da Gabriel Caminos

Foto di Antonio Florio


Alberto Coletti

Alberto Coletti

Avvocato affetto da un'incontrollabile passione per il rap italiano. In questo mondo di numeri, sono finito a essere il Numero 2 di Chiamarsi MC. E sarà solo Dio a giudicarmi per questo.

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