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Dalle Vele all’Italia: Enzo Dong si è preso la sua vendetta

Il 26 ottobre scorso è uscito, dopo una lunga attesa, Dio perdona io no, il primo album del rapper napoletano Enzo Dong.
Tra grandi presenze nei featuring e un viaggio nei luoghi che hanno caratterizzato la gestazione della sua prima fatica musicale, Enzo si dimostra pronto a prendersi non solo le Vele, ma anche l’Italia intera, vendicandosi di tutti coloro che non credevano nelle sue capacità, dagli ex produttori alle ex ragazze.

Il suo pubblico lo attendeva con ansia sin dal 2016, anno in cui Dong si fece conoscere grazie al brano Secondigliano Regna – utilizzato anche nella serie cult Gomorra, in cui il rapper recita come comparsa. Del disco, però, sebbene venisse reclamato a gran voce, non si avevano notizie, ed Enzo continuava a far uscire singoli e hit di grande successo – tra cui spiccano la conosciutissima Higuain (16 milioni di views su YouTube) e la recente Mammà (7 milioni di stream su Spotify), quest’ultima in collaborazione con il cantante neomelodico Anthony.

 

Enzo ha sempre affermato che l’album sia come un figlio e che, come tale, vada trattato: “Bisogna capire il momento adatto per farlo e quando si ha la maturità per raccontare più cose”. Complici dell’uscita così tarda sono stati anche le difficoltà lavorative: il disco, infatti, non è legato ad una major, segno anche dell’indipendenza che il rapper ha sempre ostentato; inoltre, Dong non lavora con un unico producer, ma si affida a diversi beatmaker – come Chris Nolan per il brano Limousine o Andry The Hitmaker per il brano Dio perdona io no.

 

Sonorità urban e brani spensierati, come Spotify, si affiancano a testi più introspettivi dalle basi più cupe, come AK 47, e seppur totalmente differenti rappresentano solo alcune delle innumerevoli sfaccettature che compongono la figura di Enzo Dong: la sua unica colpa, probabilmente, è proprio quella di aver creato un album poco omogeneo, quasi incoerente, avente come unici filoni narrativi il riscatto del successo da una vita difficile e la vendetta contro tutti i suoi nemici, che siano vecchi amori finiti male o vecchi compagni di lavoro. Il costante contrasto tra passato e presente, tra l’essere un criminale e l’essere un rapper, rappresenta la sua vera lotta interiore e trova sfogo in questo disco, che nonostante tutto mantiene quella linea di ironia ed arroganza, con uno smisurato uso delle metafore, che ha sempre caratterizzato la sua scrittura.

Anche i featuring rappresentano, per certi versi, questo contrasto: da un lato vi sono vecchie conoscenze come Tedua e la Dark Polo Gang, con i quali vi è anche un rapporto affettivo oltre che lavorativo; dall’altro, non tutti possono vantare di avere nomi del calibro di Fabri Fibra nel loro disco d’esordio, soprattutto nella traccia omonima al titolo dell’album. Vi sono anche nomi che si distaccano dall’immaginario rap per fiondarsi su quello pop, come Fedez. E ancora Gemitaiz e Drefgold chiudono il gruppo delle collaborazioni, a simboleggiare la vera peculiarità di questo lavoro: l’essere multiforme.

Sorprende, però, la non presenza di un altro rapper napoletano, che forse avrebbe aggiunto qualcosa di positivo e avrebbe regalato l’ennesima buona collaborazione della scena partenopea.

 

Il risultato è che, dopo tutto l’attesa, ci si aspettava un po’ di più. Dio perdona io no è un lavoro buono, ma che non riesce a convincere a pieno l’ascoltatore, che forse cercava un nuovo tema e un nuovo inizio a cui appigliarsi per continuare a supportare uno come Enzo, che rimane comunque tra i più interessanti della cosiddetta “new wave”.  Bisogna però ricordare anche tutte le difficoltà incontrate dal ragazzo sul proprio cammino e cercare di comprenderlo, ed aspettarsi qualcosa di veramente grande quando entrerà del tutto negli scenari del Rap Game italiano, vendicandosi di tutti quelli che hanno provato a tagliarlo fuori.

Perché infondo, si sa: la vendetta è un piatto che va servito freddo.

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